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Khamenei. Poiché i soldi con cui è stata comprata Villa Charlie provengono in parte dagli anni in cui vendeva pet food (a Londra, Praga e in Kansas), la Santa non ha potuto resistere alle suppliche del gatto randagio che ci fa visita in cerca di cibo ed ha cominciato a rifornirlo delle migliori crocchette disponibili sul mercato. Non essendosi più fatto vedere dopo che i viaggi ci avevano tenuto a lungo lontano da Piediluco, l’avevamo ormai dato per morto (di fame?) quando è ricomparso con un’enorme ferita sotto la gola (ancora si vedono i buchi causati dai denti di chissà quale animale). Dati i tempi in cui viviamo, nel vederlo così malconcio il commento è venuto spontaneo: «L’hanno ridotto peggio di Khamenei junior».
Cambi. È passato quasi un quarto di secolo dall’introduzione della moneta unica ma, quando c’è da indignarsi per un prezzo, ancora non hanno trovato di meglio che tornare alla vecchia valuta: «7.000 lire per un gelatino??????».
Emoji. È bastato qualche risultato utile di fila per riportare l’entusiasmo tra i tifosi della Juventus. Domenica sera la Santa aveva in programma la periodica cena col gruppo ternano Quelli de navorda allu campettu (“navorda” tutto attaccato, ho controllato, a orecchio avrei detto “campittu”...): gestito da due supertifosi bianconeri sopravvissuti al settore Z dello stadio Heysel di Bruxelles (29 maggio 1985, finale di Coppa dei Campioni con il Liverpool, 39 vittime) ieri sera, appena terminata la vittoriosa sfida col Bologna, l’ho avvisata che essendo in contemporanea con l’attesissimo big match di San Siro col Milan sarebbe stata inevitabilmente cancellata. Puntualissima, stamattina mentre camminavamo lungo la panoramica che costeggia il lago è arrivata via WhatsApp la disdetta che adduceva come motivo «comunioni e cresime dei nipoti» (grande soddisfazione perché è stata prontamente accolta la mia richiesta di sbugiardamento sociale, disappunto perché le buone maniere hanno purtroppo imposto di chiudere il messaggio con l’emoji che fa l’occhiolino).
Metonimie. Ho montato lo specchio Ikea del mio bagno di Villa Charlie visibilmente storto e adesso la stanza sembra andare in discesa. Sapendomi affetto da disturbo ossessivo-compulsivo, quando l’ha visto la Santa m’ha detto sconsolata: «Per me lo puoi pure lasciare così, ma non credo tu lo possa sopportare...». Siccome tutto avevo meno che voglia di riprendere in mano il cacciavite, mi sono bastati pochi secondi per trovare la soluzione: «Non c’è problema, da qua in avanti questo bagno lo chiamo Pisa». Come immaginavo, c’è cascata con tutte le scarpe e ha commentato ammiccante «Ah, per la pendenza...», al che con perfetto tempismo ho risposto tutto tronfio: «No, per la metonimia» (visto lo sguardo interrogativo l’ho dovuta spiegare: «Il contenente, Pisa, per il contenuto...»). Questa, ça va sans dire, è dedicata al grande Mario Cardinali.
Zecche. La Santa e la cugina che le fa da complice non perdevano occasione per andare in campagna a raccogliere asparagi. Il divertimento è svanito quando hanno cominciato a tornare a casa con qualche zecca attaccata ai vestiti. Prese dal panico, pur di non rinunciare alla loro passione stanno seriamente prendendo in considerazione l’idea di difendersi indossando Seresto, il collare per cani che hanno visto reclamizzato in tv. Un’esperienza ormai ultratrentennale mi ha insegnato che in simili situazioni è consigliato tenere la bocca chiusa, ma il mio silenzio si deve al fatto che questa non è neanche la mia storia più stravagante in materia: mi hanno raccontato di un tizio che, andato al pronto soccorso per farsene togliere una che gli si era attaccata alla schiena, ha chiesto all’infermiere se potesse mettergliela in una provetta per portarla via. È probabile pensasse di aver di fronte un animalista deciso a restituire il parassita al suo ambiente naturale, di certo non poteva immaginare che il paziente avesse invece in mente di portarla a casa per vendicarsi dell’offesa torturandola (di più non ho voluto sapere, ma da quel che ho capito c’entra il fuoco).
Mostre. La mia più recente fissazione è la storia della Democrazia Cristiana, tanto che mi sono accaparrato su eBay l’omonima opera in cinque volumi di Francesco Malgeri appartenuta alla biblioteca pubblica comunale di Corte de’ Cortesi (provincia di Cremona, 1070 abitanti), numero sulla costa 324 245 08. Giorni fa, a Napoli, mi ero appena procurato il Democristiani scritto dalla gloria locale Antonio Ghirelli quando la Santa (ha solo una pallida idea di come passo le giornate nel mio studio) mi ha detto che i suoi partner dell’Università Suor Orsola Benincasa le avevano chiesto se mi potesse interessare la mostra fotografica DC: Storia di un Paese: confesso che simili coincidenze mi fanno sentire al centro dell’universo.
Insonnia. Giocando con la storia dell’Italia repubblicana, lo spazio riservato da molte fonti a design e designer mi ha fatto nascere una curiosità per il libro dedicato dalla Treccani al Compasso d’oro. Accumulandosi gli oggetti scovati dalla Santa nella cantina dei genitori (ultimo un desueto telecomando che sta adesso esposto nello scaffale della mia libreria dedicato alla Tv) la curiosità si è presto trasformata in interesse e poi in attrazione. Per non essere un piace=compro, sopra una certa cifra (in questo caso 95 euro) mi son dato la regola di non cedere alle tentazioni finché non mi perseguitano ben oltre l’ora della nanna. Il mio stoicismo ha retto sin quando ho avuto l’infausta idea di andare a sbirciare su Amazon i commenti alle 1040 pagine in questione: letto quello che in data 19 maggio 2025 vaticinava «Un testo che prima o poi sparirà dagli scaffali, e chi non l’avrà comprato si morderà le mani» l’insonnia ormai incipiente non mi ha lasciato altra scelta che procedere all’acquisto.
Mondiali. Poiché pure la Danimarca, sconfitta ai rigori dalla Repubblica Ceca, è ridotta a sperare in un super playoff di ripescaggio per partecipare agli imminenti mondiali di calcio, domani durante la consueta rimpatriata annuale con Peter, Elle, Jesper e Gitte sarei capace di scherzare che «alla fine un risultato positivo la guerra all’Iran l’ha ottenuto» (silver lining): di certo non si risparmierebbe la battuta Trump alla prima occasione con la sventurata Giorgia.
Daisy. Ieri sera al teatro Secci di Terni abbiamo visto A spasso con Daisy: il pur piacevole Salvatore Marino non poteva certo competere col leggendario James Earl Jones (la voce di «This is Cnn») che interpetava l’autista Hoke nella versione di Driving Miss Daisy vista una dozzina d’anni fa a Broadway, ma la pimpante Milena Vukotic (91 anni il prossimo 23 aprile) non aveva niente da invidiare (anzi) all’Angela Lansbury di quella versione (che i novant’anni non li aveva ancora compiuti). Comunque, nonostante abbiamo assistito allo spettacolo circondati da una folla di ultra ottuagenari, ho avvertito la Santa che data la trama questa restera l’ultima versione della mia vita (nel vederla non avevo mai provato un tale disagio).
Fere. Domenica all’ora di pranzo Alexis Ferrante non aveva ancora finito di esultare per il 2-0 della Ternana nell’attesissimo derby col Perugia che puntualissimo mi è arrivato il messaggio di zio Chiodi (non si perde una partita delle Fere): «E due!». Non avevo ancora finito di leggerlo quando i cugini hanno accorciato le distanze finché, passato un quarto d’ora, Daniele Montevago ha siglato il definitivo 2-2*. A questo punto il caro zio si sarebbe meritato le peggiori contumelie (se non da parte mia, di sicuro dalla Santa), si è salvato solo perché da tifosi rossoverdi avevamo altro a cui pensare. Ancora ieri all’ora di pranzo il pizzicagnolo Sami, da cui ci riforniamo a Piediluco, era certo che in extremis sarebbe arrivato qualcuno a salvare la squadra dal fallimento: insieme ad altri fedeli, l’aveva individuato in tal Pantalloni, immobiliarista narnese arricchittosi in Croazia che per amore della città avrebbe scucito trenta milioni trenta (25 per ripianare i debiti, 5 come indennizzo alla famiglia Rizzo, attuale proprietaria) a fondo perduto. Siccome non ero riuscito a trattenermi dal dire che tanta disinteressata generosità mi lasciava perplesso, subito ero diventato bersaglio di sospette occhiate e me ne ero andato prima che la conversazione giungesse a un’inevitabile e rischiosa conclusione (questa si capirà all’ultima riga). Ieri all’ora di cena è arrivata la ferale notizia: Pantalloni visti i conti (ma non li aveva letti i giornali?) ha fatto una repentina marcia indietro e la società è finita in liquidazione volontaria. Adesso molti tifosi delle Fere sostengono che a Terni la sinistra non vincerà mai più (sarebbe tutto un complotto dei piddini perugini che, governando la regione, in odio alla città dell’acciaio e al suo ciarliero sindaco avrebbero fatto di tutto per sabotare il progetto stadio-clinica da cui sarebbe potuta arrivare la salvezza), qualcuno si consola col fatto che in questo modo (le partite con la Ternana dovrebbero essere cancellate dalla classifica) la promozione diretta in B dovebbe andare all’Arezzo (acerrimo nemico del Perugia) a scapito dell’Ascoli (acerrimo nemico della Ternana), io mi consolo col fatto che a questo punto il Livorno, attualmente primo degli esclusi, torna in corsa per i playoff. *Ironia della sorte, «2 a 2» è la frase che nel nostro lessico famigliare usiamo per imitare lo “gnocco” della parlata perugina (tende a chiudere molto le vocali, trasformando suoni aperti in suoni più gutturali o “impastati”, in questo caso «Tu-a-tue»).
Zuffe. In Genoa-Sassuolo Ellertsson e Berardi sono stati espulsi per una rissa nel tunnel tornando nello spogliatoio: episodi di questo genere oggi sono molto più rari che in passato, ricordo in proposito un mio vecchio articolo Sputi, calci e pugni per Amarildo re delle zuffe pubblicato su “SportWeek” n° 46 del 17 novembre 2018 (è citato pure alla nota n° 4 della pagina dedicata da Wikipedia al calciatore che nel 1962, preso il posto dell’infortunato Pelé, guidò il Brasile al secondo titolo mondiale consecutivo). Definita “zuffa” la situazione in cui sono stati espulsi contemporaneamente almeno un calciatore per squadra, in Serie A nessuno ne conta più del brasiliano Amarildo Tavares da Silveira, stella del Mondiale 1962 che arrivò a quattro. In forza al Milan, il 20/10/63, con uno spettacolare destro d’incontro (i giornali parlarono di “un diretto da professionista”) mandò al suolo, stecchito, il bolognese Paride Tumburus (che, oltre al danno, subì la beffa dell’espulsione). Nella Fiorentina, il 12/10/69 vide il cartellino rosso insieme al cagliaritano Mario Martiradonna, mandato al tappeto per vendicare il compagno Luciano Chiarugi, vittima di un calcione (nelle interviste post partita si dichiarò innocente, dicendo che voleva solo fare da paciere); sempre in viola, il 15/2/70, stufo dei calci del laziale Juan Carlos Morrone, mise k.o. il Gaucho con un pugno allo stomaco (partita finita lì per entrambi); andato alla Roma, il 7/3/71 fu cacciato dal campo col doriano Marcello Lippi (terminati insulti e sputi, stavano per passare alle vie di fatto, separati a stento da Luisito Suarez).
Capri. A Piediluco, dove non avendo collegato l’antenna guardiamo la tv attraverso internet, Raiplay si ostina a propinarmi la versione campana del Tg3 regionale. L’altro ieri c’era un servizio sui buttadentro di Capri che molestano i turisti, ieri l’ho rivisto pure sul Tg1: siccome la Santa mi ha convinto a visitare sull’isola una docente dell’università napoletana con cui collabora, preso dal panico sarei pronto a far scattare l’allarme («Abort! Abort!»), non fosse che la mia “agente di viaggi” è spietatamente relentless* (se i locali acchiappini sono della sua stessa risma non c’è ordinanza del sindaco che mi possa salvare). *Inarrestabile o instancabile non rendono l’esatta misura. P. S. A Natale del 2019 mi colpirono molto i tizi che facevano su e giù per la spaggia di Boracay (Filippine) gridando «Activities! Activities!» come vendessero fette di cocco (questa incapacità di oziare in vacanza - soprattutto se angoscia chi invece in ufficio ci riesce benissimo - mi lascia ancora piuttosto perplesso).
Giganti. Compulsando per i miei giochetti C’era una volta in Italia - Gli Anni Ottanta di Enrico Deaglio e Ivan Carozzi, giunto al 1989 scopro (se lo sapevo, l’avevo dimenticato) che crollato il muro di Berlino l’allora segretario del Pci Achille Occhetto rinviò la discussione a dopo il week end perché aveva promesso alla moglie Aureliana che sarebbero andati a Mantova a vedere una mostra dei dipinti di Giulio Romano (impossibile posticipare: chiudeva quella domenica). Io sono stato nella città dei Gonzaga solo qualche giorno a fine ottobre 2023, la Santa voleva festeggiare le nostre nozze d’argento (in realtà contiamo dall’inizio della convivenza, ma ogni scusa è buona...) Dal Pescatore di Canneto sull’Oglio, per fare ora di cena entrammo a Palazzo Te e fu così che scoprii la meravigliosa Sala dei Giganti del suddetto Giulio. Non ho idea di cosa ne abbia pensato all’epoca da giovane comunista (penso tutto il male possibile), passati 37 anni mi vien da dire che il baffuto Achille fece bene ad assecondare la moglie (tanto più che i buoi erano ormai scappati dalla stalla…).
Zodiaco. Il calendario zodiacale cinese ha un ciclo di dodici anni ognuno dei quali associato a un animale. La nazionale di calcio è nata nel 1910, anno del cane come il 1922 (i mondiali non erano ancora stati inventati), 1934 (vittoria della nazionale di Pozzo), 1946 (torneo saltato per la guerra), 1958 (mancata qualificazione), 1970 (finale), 1982 (vittoria), 1994 (finale), 2006 (vittoria), 2018 (mancata qualificazione): seguendo questo ciclo, le opzioni per il 2030 sono tre, altra mancata qualificazione (vabbè, ormai siamo abituati), torneo che salta per la guerra (per qualche tifoso, temo, scenario preferibile al precedente) o, se riusciamo a prendere parte alla fase finale ospitata da Spagna, Portogallo e Marocco, come minimo la finale (di questi tempi tocca attaccarsi a tutto).
Numeri. Compulsando Il chi è dell’Italia in figurine pubblicata da “Tv Sorrisi e Canzoni” nel 1985 scopro che la Fiat contava 243.808 dipendenti, Piaggio 12.700, Campari 600 circa, Stock 900, Barilla 3.100, Plasmon 2000, Buitoni 876, Cinzano 450, Standa 14.500, Davide Caremoli S.p.A. (son dovuto andare a guardare la figurina: caramelle Golia) 200, Ferrero 6.700 circa, Pirelli manca (?), Cirio 1.000 circa, Upim - La Rinascente manca, Alfa Romeo 31.000, Miralanza 1.500 circa, Martini e Rossi 641, Totip 103, Brooklyn Chewing Gum 455, San Pellegrino manca, Fratelli Averna 170, Manetti - H. Roberts & C. 650, Cornetto Algida 1.800, Brionvega manca, Perugina 2.737. Quanto ai giornali, la redazione de “La Gazzetta dello Sport” contava 91 giornalisti, quella del “Corriere della Sera” 205, “Il Giornale” 148, “la Repubblica” 153.
Stigma. Ieri è venuto a trovarci un amico che non vedevamo dai tempi del Kansas, Aleksej (adesso vive ad Amsterdam), con la moglie Nana e l’adorabile figlia Nica (vivono a Losanna). Prima di uscire per la cena al ristorante l’ho preso da parte e mi sono raccomandato: «Non prevedo guai se qualcuno si accorge che sei russo ma per carità non ti far scappare che lavori per un’azienda israeliana».
Panchine. Il mio posto preferito nel mondo intero è una panchina incassata in un muro di pietra di Villa Charlie in cui abbagliato dal sole passo i pomeriggi osservando tra le fronde uno spicchio della spiaggia di Piediluco. Non riuscivo a trovare le parole per spiegare cosa sia per me quel luogo finché mi è tornata per caso tra le mani Meriggiare pallido e assorto di Montale (basta mettere scaglie di lago invece che di mare, le lance acuminate del recinto al posto dei cocci aguzzi di bottiglia, il resto va bene così com’è). Ho deciso: faccio stampare su una targa le tre quartine e la quintina e le avvito sul muro di pietra accanto alla panchina, poi vado dal notaio e metto nel testamento che gli eredi dovranno mettere lì l’urna con le mie ceneri e lasciarcela per sempre.
Forchette. Il danese Peter sostiene che il wine pairing (l’abbinamento dei vini al menù) è il più grande rip-off (prezzo esagerato rispetto al valore) del mondo. La prossima volta che l’incontro lo contraddico: il più grande rip-off del mondo sono i sondaggi politici. Non solo per settimane ci hanno raccontato che un’alta affluenza avrebbe favorito il sì, ieri ho visto degli exit-poll in cui le forchette di entrambe le opzioni avevano il tetto sopra il 50% (così son capaci tutti).
Curriculum. A palazzo delle Esposizioni per Schifano scopriamo che gli fa da supporto il nostro “coinquilino” Tirelli (è andato ad abitare nell’appartamento davanti a Castel Sant’Angelo in cui abbiamo vissuto per tre anni): mo lo metto nel curriculum.
Treccani. Io che sono sempre pronto a sparlare dei giovani a prescindere, leggendo sul treno per Napoli, appena tornato da Gibellina, I ministri dal cielo di Lorenzo Barbera, non saprei dove nascondermi (da me stesso??) per la vergogna nel ricordare il pomeriggio in cui Salvatore Grillo, direttore del pensionato Bocconi, mi invitò nel suo studio per farmi conoscere l’Ernesto Treccani che, tra l’altro, aveva dipinto le facce dei terremotati del Belice in marcia e lo liquidai in quattro e quattr’otto come un qualsiasi figlio di papà (Treccani? Quelli dell’Enciclopedia?) per andare a perder tempo con chissà quale stupidata (sarà stata una partita di calcetto o, peggio, un articolo per il mio giornalino, su cosa poi, avevo tra le mani Ernesto Treccani…).
Memoria. Mi è arrivato il libro Italiani Giovani e Grandi Maestri con le foto di Bob Krieger pubblicato nel 2001 da Sea-Aeroporti di Milano Linate e Malpensa. La prefazione di Indro Montanelli comincia così: «Ugo Ojetti diceva che l’Italia è un Paese di contemporanei senza antenati né posteri perché senza memoria. Dapprima l’avevo presa per una battuta. Poi mi accorsi che invece si trattava di una grande e purtroppo amara verità». Subito ho inserito la citazione nell’introduzione del sito. Poi, dopo le foto di Andreotti, c’è un manoscritto di Beppe Grillo in cui si legge (così ho decifrato la calligrafia): «Sfuggo chi ha troppa memoria perché è prolisso e cattivo. Chi si dimentica è generalmente una persona buona. La memoria crea odio […] Forse l’unica difesa del nostro cervello contro le idiozie del mondo è una malattia: il morbo di Alzheimer». Subito ha preso a fischiarmi l’orecchio sinistro.
Fiumi. Il Cuyahoga river era talmente inquinato da petrolio e simili che ha preso fuoco (un fiume in fiamme???!!!) numerose volte, l’ultima nel 1969. In Kansas avevo un amico originario dell’Ohio che diceva di averlo visto, e lo descriveva come uno spettacolo formidabile (però era un alcolizzato che quando veniva a cena a casa nostra si portava la sua bottiglia di vodka, e se per caso non la finiva prima d’andar via se la riprendeva, quindi finché non ho visto il video su YouTube ho avuto il sospetto si trattasse di allucinazioni).
Giochi. L’altro giorno, durante il pranzo a Senigallia, il tristellato Mauro Uliassi confidava agli ospiti del tavolo davanti al nostro (empolesi, la gioia che mi ha dato averne riconosciuto l’accento…) che fra qualche anno smetterà di fare lo chef per passare il resto della sua vita a studiare. Anche io lo ripetevo sempre: voglio passare il tempo che mi rimane a studiare. Poi però la coscienza m’incalzava: «Macché studiare e studiare, tu vuoi passare il tempo a giocare!». Così finché mi è venuto in soccorso l’articolo scritto da Paolo Sorrentino sul “Corriere della Sera” del 27 ottobre 2022 in occasione del settantesimo compleanno di Roberto Benigni: «È occupato a studiare e giocare. Questa è un’altra forma d’incanto di Benigni. In lui, studio e gioco coincidono. Sono la stessa cosa. Al punto che, mi viene da sospettare, Benigni sia un uomo felice». Magari a furia di giocare, un bel giorno da qua a settant’anni, ci arrivo pure io...
First lady. Incuriosito dall’intervista a Franca Pilla Ciampi sul “Corriere” sono andato a vedere chi sono gli altri centenari del Catalogo dei Viventi 2009 che entrano pure nell’edizione 2026: dietro alla mia semi-concittadina (nata il 18 dicembre 1920), ci sono Mina Gregori (7 marzo 1924), Cesare Ruperto (28 maggio 1925), Maria Sole Agnelli (9 agosto 1925), Marisa Bulgheroni (18 ottobre 1925), Filippo Casamento (2 gennaio 1926, qui non sono proprio sicuro che sia ancora vivo, ma non mi sembra il caso di andare in giro a far domande…), Teddy Reno (11 luglio 1926), Manlio Cerroni (18 novembre 1926), poi Achille Albonetti (6 febbraio 1927, «ultimo in vita tra i presenti alla firma dei Trattati di Roma del’57»), Cristiana Agnelli (16 febbraio 1927, gli Agnelli meno in vista campano più a lungo...), Rino Formica (1 marzo 1927, e ancora scrive editoriali...), Roberto Vacca (31 maggio 1927, “futurologo”, nell’ottobre 2018, intervistato dal “Corriere”, aveva vaticinato «Morirò a 95 anni»: la previsione che sarà più contento di aver sbagliato...), Amaro Isola (14 gennaio 1928), Gennaro Sasso (25 giugno 1928), Vittoria Michitto Leone (15 luglio 1928, e qui chiudo la lista iniziata con una “first lady” finendo con un’altra perché, si sa, mi piacciono le cose simmetriche).
Regine. Taschen mi ha mandato la pubblicità del nuovo libro formato XL, The Queen of Italy - Sophia by Eisesntaedt (il fotografo di Life), edizione limitata (un migliaio di copie) in uscita domani (quella autografata a 1750 euro, altrimenti 850). Siccome ieri ho finito l’aggiornamento della classifica degli italiani al 2019 (per la fine dell’anno vorrei finire quella al 2025, poi comincio con una nuova infornata di dati dal 1946), sono andato a vedere se la Loren è regina anche nel mio regno ed ho constatato con piacere che è in effetti la prima donna, al numero 5, preceduta solo da Silvio Berlusconi, Romano Prodi, Umberto Bossi e Massimo D’Alema. Per trovare la seconda donna son dovuto scendere fino al numero 26, Mina, poi la grande rivale Gina Lollobrigida (30), Ornella Vanoni (40), Milva (43), Raffaella Carrà (58), Deborah Compagnoni (64), Emma Bonino (72), Rita Pavone (97), Gigliola Cinquetti (105), Monica Vitti (109), Claudia Cardinale (116), Alessandra Mussolini (118), Irene Pivetti (127), Patty Pravo (137), Stefania Belmondo (138), Iva Zanicchi (139), Sara Simeoni (144), Liliana Cavani (150) e qui mi fermo, anche se andrei avanti tutto il giorno...
Foto. A proposito dei libri XL di Taschen, ne possiedo uno, Leifer/Boxing (n. 821 di 1000, me l’ha regalato la Santa a natale 2021): lo vendevano con i guanti, ovviamente bianchi, per sfogliarlo (sulla busta che li conteneva la scritta “Gloves for fine books”). A proposito di fotografi: computando il libro dell’anno Treccani 2020, arrivato al 7 maggio mi è scappato un grido di giubilo. Subito la Santa è venuta nel mio studio: «Cos’è successo?». Imbarazzato, l’ho liquidata: «Niente, niente, i miei giochetti…». La verità è che nel dare la notizia della morte di Bob Krieger hanno pubblicato una foto di Alessandro Del Piero tratta dal suo libro … Ad occhi chiusi (Punti per il Pinturicchio!!!). Subito son corso a comprare il libro (Leonardo International 2003), e pure Cento ritratti d’Italia (Leonardo International 1999, in copertina Ciampi, e come potevo farne a meno…), Italiani giovani e grandi maestri (Leonardo International 2001; Italiani nel mondo del calcio, Leonardo International 2002, già ce l’avevo). Altri punti in arrivo...
Champagne. Umorismo per leghisti: fatto l’accordo tra Francia e Ucraina, assicurate a Kiev le forniture di champagne.
Postini. Poiché mentre spazzavo le foglie cadute nel giardino di Villa Charlie mi è arrivato L’Italia in cammino di Gioacchino Volpe (letto Il tramonto del passato di Belardelli ho deciso che non potevo più vivere senza), sono andato a ritirarlo al fermopoint di corso Vecchio sede dell’episodio narrato nella letterina del 9 ottobre (Sessi) ed ho scoperto che davanti al bancone hanno appeso per i piedi un fantoccio avvolto dentro un sacco nero dell’immondizia con la scritta «Qui giace la leggenda il postino non ha suonato».
Sessi. Mentre stavo in giro per l’Umbria con gli amici danesi mi è arrivato il pacco con gli undici volumi de L’Italia del ’900 (in realtà dal 1960) di Enzo Biagi. Vado a un fermopoint di Corso Vecchio per ritirare, appena entro vedo un settantenne piuttosto alterato che si lamenta perché a suo dire non è vero che non era a casa quando hanno tentato la consegna («Eravamo in cinque!!!!»), siccome è successo pure a me sarei tentato di portare la mia testimonianza, la ragazza al banco commette l’errore di chiedergli «ha le prove?» e quello comincia a dare completamente di matto urlando che arrivato alla sua età non gli era mai capitato di esser preso in giro a quel modo e che non è disposto a tollerare una simile mancanza di rispetto. Essendo toscano (peggio, livornese) so che il livello dei decibel raggiunto dalle urla non è un segnale inequivocabile che sia imminente il passaggio alle vie di fatto (e lo dovrebbero sapere pure i ternani, visto il mio concittadino di nascita che si sono scelti come sindaco), ma anche io sono piuttosto sorpreso dal fatto che il signore dietro al banco non stia intervenendo a difesa dalla collega che potrebbe sentirsi minacciata fisicamente. La situazione si calma e la raccomandata viene consegnata, ma appena l’aggressore (per fortuna solo verbale) esce, una donna che ha assistito alla scena accanto a me, molto emozionata, punta il dito contro il tizio dietro il banco e gli dice con la voce tremante: «Senta, io non so chi avesse ragione, ma trovo il fatto che lei non sia intervenuto in difesa della sua collega assolutamente VER-GO-GNO-SO!». Un’altra signora che manco era presente al momento dei fatti la spalleggia, «È una vergogna, una vergogna...», e per un attimo mi viene il sospetto che stiano aspettando l’occasione per prendersela pure con me. Poi, riuscendo finalmente a prendere la parola, l’accusato risponde: «Prima di tutto, la signora è mia moglie». Dopo pochi secondi di smarrimento per l’inaspettato colpo di scena, le accusatrici incalzano, «Ah, allora è ancora peggio, PEGGIO!!!», lui sostiene di non essere intervenuto perché la moglie deve imparare a gestire quel tipo di situazioni e che lo avrebbe fatto senz’altro se non ci fosse riuscita. Lei in effetti non sembra affatto turbata (non dice una parola una a difesa del marito), a parte la gaffe sulla richiesta di prove se l’è cavata piuttosto bene, siccome non trova il mio pacco le spiego paziente che dev’essere una cosa piuttosto grande, quando infine me lo passa scherza cordialmente lamentandosi del peso. La signora che aveva lanciato il j’accuse prima di congedarsi ci dice «Voi non sapete cosa vuol dire essere una donna...» e mentre se ne va mi accorgo che ha gli occhi pieni di lacrime.
Laboratori. Pragmatica: poiché stavo sempre in guerra con la Santa per la confusione che regna nel suo studio (pare la camera di una teenager), abbiamo deciso di cambiare il nome della stanza sulla app Home Connect in “laboratorio” (tanto è bastato per far tornare la pace a Palazzo Monti).
Barconi. Domenica pomeriggio, al Teatro Secci di Terni per vedere Oltre (vale le sperticate lodi che avevamo ascoltato da chi ci ha omaggiato dei biglietti), un’anziana abbonata alla mia destra: «È affondato un altro barcone… E non è che sono i primi che vengono... Ma non lo sanno come va a finire? Non ce l’hanno internet?… Che poi, che dovranno veni’ a fa’? A rompecce li cojoni a noi?…».
Nonne. Cresciuto in una famiglia in cui le donne cucinavano per mestiere, mi sono sempre sentito in sintonia col «fanculo alle nonne» associato a Massimo Bottura («La confusione o l’idea che Bottura disprezzi la cucina tradizionale delle nonne nasce dal fatto che in passato è stato criticato per aver “distrutto” o “modernizzato” le ricette tradizionali. Lui stesso ha raccontato di come i critici “volevano crocifiggerlo in piazza” per aver osato reinterpretare piatti iconici come la lasagna o i tortellini» riassume l’intelligenza artificiale), così quando ho letto sul “Corriere” che l’elevazione della “Cucina italiana” a Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità è «un riconoscimento più alla cultura che all’arte degli chef professionali o, peggio, delle “nonne”» me ne sono compiaciuto. La mia soddisfazione è durata un attimo: mentre mi apprestavo a condividerla con la Santa, ho scoperto che richiesta di dare un commento (avrei scritto feedback, ma ho appena canzonato Ronchey...) sulla pizza di pasqua ricevuta giorni fa da Uliassi gli ha scritto che era «buona, ma non come quella di nonna Rosina» (dove troveranno Zelensky e gli ucraini la forza di non arrendersi, a me basta questo per farmi venir voglia di sventolare bandiera bianca...) • Entrando ad Atreju da viale Giuseppe Ceccarelli “Ceccarius” mi accorgo che nonostante ci vivessi davanti l’anno scorso non avevo colto il legame col nipote Filippo che non aveva resistito alla tentazione di fare la discussa battuta («Atroja»).
Enciclopedie. Al prossimo che entrando nel mio studio mi chiede «quei libri li hai letti tutti?» gli racconto cosa rispose Nino Benvenuti quando Guido Gerosa gli fece la stessa domanda (“Epoca” n. 866, aprile 1967): «Anche quelli che non faccio in tempo o non riesco a leggere, sono convinto che mi fanno bene lo stesso. La vede quella fila di volumi con la rilegatura rossa? È l’Enciclopedia Britannica. Bene, io faccio fatica a leggerla perché l’inglese lo conosco a malapena, eppure sento che mi serve, che è utile. Tutte le cose sono utili quando le si ama: anche se al momento si fatica a comprenderle».
Formaggio. Compulsando Epoca 1950-1969 L’Italia e gli Italiani nei Primi 100 Numeri di un Grande Settimanale, arrivato a pagina 127 vedo la copertina del marzo 1952 e subito mi mordo i gomiti per non aver inserito nel Catalogo dei Viventi Franca Faldini, ultima compagna di Totò morta nel 2016. Avessi una macchina del tempo, nella sua scheda (pagina 701 dell’edizione 2009, tra FALCUCCI Franca e FALETTI Giorgio) scriverei senz’altro che in America vinse il titolo di Miss Cheesecake, assegnato alla ragazza la cui pelle fosse «dolce, morbida, bianca e nutriente» come il formaggio («il titolo di cui va più orgogliosa» Marilyn Monroe, secondo il numero 45 dell’agosto 1951).
Guerre. Da “L’Europeo” numero 31 del 1948 (articolo di Ugo Stille): avendo William “Wild Bill” Donovan suggerito di forzare il blocco di Berlino mediante l’invio di un treno armato con l’idea che i russi non avrebbero mai fatto la guerra, il segretario di Stato americano George C. Marshall bloccò il piano perché «sapeva che le guerre si possono fare anche per sbaglio». Venutomi in mente che bisognerebbe far leggere l’articolo a chi adesso propone l’invio di soldati europei in Groenlandia, subito mi stupisco che - lapsus freudiano? - non abbia invece pensato all’Ucraina (quando si tratta di paventare una guerra all’Europa, i miei timori sono inconsciamente orientati più a ovest che a est???).
Spinaci. Ho trovato un’anima gemella nella first “first lady” Ida Pellegrini Einaudi, famosa per aver tenuto dal primo giorno di matrimonio un libro dei conti di casa che «rappresenta la storia economica di una famiglia italiana borghese»: «Di quel libro è importante l’impianto: si sa che la signora Einaudi è in grado di dire non soltanto quanto spendeva per le verdure una famiglia di cinque persone nel 1912, ma quanto costavano gli spinaci, quanto i cavoli e quanto le carote» (Raul Radice, “L’Europeo” n. 21 1948).
Storia. «Ogni uomo politico, americano o straniero, tutte le mattine legge il New York Times. Unica eccezione è Harry Truman, il presidente degli Stati Uniti, che comincia la sua giornata leggendo invece quattro paginette tirate al ciclostile. Come il New York Times, le quattro paginette vogliono dare la storia di ciò che è successo nelle ultime 24 ore. Unica differenza, non da poco, è che invece d’essere compilata da giornalisti, la cronaca contenuta in quelle pagine è il risultato delle relazioni dei servizi di intelligence americani, condensate ogni mattina appositamente per il presidente della Cia, la Central Intelligence Agency, l’organismo che coordina i servizi informativi e di spionaggio del governo e delle forze armate. Ogni mattina, così, Truman ha davanti a sé la vera storia del mondo» (Ugo Stille, “L’Europeo” numero 31 1948).
Pellicce. «De Gasperi era sicuro di vincere. Ma quanta fatica da quel dicembre, quando venne a sventolarci sotto il naso, a me e a Paolo Cappa, l’invito di Harry Truman alla Casa Bianca. L’ambasciatore James Dunn gli diceva di portare la pelliccia, per il freddo. “Non ce l’ho e non ho i soldi per comprarla”. Cappa e io ci muovemmo a sua insaputa. Lui procurò la stoffa, io l’astrakan, tramite amici della Resistenza. La signora Francesca prese un vecchio cappotto di De Gasperi e andammo da un sarto, a piazza Venezia, in un ammezzato. Le prove le feci io. Quando trovò la sorpresa sul letto, nella casa di via Bonifacio VIII, disse burbero alla moglie: “Quei due li metterò a posto io”. Ma si vedeva che era commosso» (il ’48 nel ricordo di Giuseppe Brusasca, da “L’Europeo” numero 17 del 1988).
Pattini. «Al quarto piano del palazzo, dove sono collocati gli uffici dei servizi elettorali, il dottor Vicente non chiuse occhio. I suoi funzionari sono divisi in tre turni di otto ore. Sulla terrazza del ministero c’è una centrale radio collegata agli uffici e si riceve contemporaneamente da un centralino telefonico speciale a 12 linee: il ritmo delle comunicazioni in arrivo era così intenso che impegnò 130 funzionari. Nel ministero non c’è impianto di posta pneumatica adeguato: a farlo apposta sarebbe venuto a costare troppo. I corridoi del Viminale hanno uno sviluppo di chilometri e gli ascensori sono lenti. Allora si è pensato di stabilire un servizio di ciclisti. Presso la porta degli ascensori sono appoggiate al muro tre biciclette: l’agente arriva in ascensore, sale in bicicletta e corre scampanellando per il corridoio fino a un altro ascensore: scende di bicicletta, entra nella cabina, fa il suo percorso, esce, sale su un’altra bicicletta, e va, ancora di corsa, per i corridoi. È stato difficile però mantenere il servizio delle biciclette fino alla fine delle operazioni di scrutinio e di conteggi, perché già nelle prime 24 ore due persone sono state investite e un tavolino si è rovesciato. Due signorine si sono offerte di contribuire alla celerità del servizio se le avessero autorizzate a servirsi dei pattini a rotelle» (le elezioni del 18-19 aprile 1948 nel racconto di Vittorio Gorresio su “L’Europeo” numero 17).
Baci/2. «Ha visto il bacio di Fanfani al ciclista Gaiardoni? Nella inflazione di baci fra uomini di cui siamo spettatori ogni volta che una squadra di calcio italiana riesca a segnare un goal contro qualsiasi avversario, questo del Presidente del Consiglio pone una nota speciale. Resta pur sempre il bacio di Fanfani al ciclista qualcosa di inatteso, di straordinario, di nuovo nella cronaca politica e fotografica dei nostri tempi. Dopo avere assistito al dramma di Miller Uno sguardo dal ponte, nel quale il regista Luchino Visconti fa baciare in bocca due dei personaggi maschili in piena scena, non credevamo di annotare nulla di peggio in materia di baci proibiti. Ebbene, questo dell’onorevole Fanfani (persona superiore ad ogni sospetto), al ciclista Gaiardoni ci allarma, proprio per un altro verso. Ci mette di fronte al problema del Bacio di Stato, come espediente e manovra per raggiungere il favore delle masse all’interno di circhi, stadi, velodromi ed altri luoghi agonistici, subito dopo impressionanti performances di giovani campioni. Si può prevedere la prossima nascita di una Commissione parlamentare per il Bacio di Stato (presieduta, ad ogni buon fine, dalla senatrice Merlin) e un poderoso intervento del Presidente del Consiglio, in Parlamento, perché venga fissata anche questa sua ultima, e inattesa, benemerenza di governo. Ed io mi chiedo: cosa faranno, di fronte a simili prospettive, i nostri giovani atleti? Non penseranno che è preferibile perdere, pur di sottrarsi a baci tanto poco divertenti? Non vorrei che l’iniziativa portasse al definitivo decadimento dello sport italiano» (questa lettera aperta di A. Coltano datata 8 settembre 1960, da il “Chi è” del Borghese, avrebbe fatto comodo ai tempi - agosto 2023 - del bacio stampato dal presidente della Federcalcio spagnola Luis Rubiales sulla bocca della neocampionessa del mondo Jenni Hermoso).
Baci. «Il morto era una carogna. Come uomo non meritava di vivere e io l’ho ucciso. Come padre l’ho baciato dopo averlo finito» (il parricida Serafino Castagna al maresciallo dei carabinieri che l’aveva finalmente arrestato. Enrico Fulchignoni, 18 novembre 1955, da il “Chi è” del Borghese»).
Marinai. «Una particolare considerazione deve essere fatta a proposito dei marinai i quali, alle volte dopo mesi di crociera, giungono in massa in un porto; ma, badate, anche per questi si possono prendere dei provvedimenti. Ci sono delle Nazioni che quando i loro marinai toccano i porti li conducono a visitare paesi e città vicine, monumenti e musei, li intrattengono in competizioni sportive, li distraggono facendoli assistere a manifestazioni artistiche» (l’onorevole Giuseppe Cortese intervenendo sulla legge Merlin, dal Borghese del 2 luglio 1959).
Commessi. «Impegnato nella soluzione delle interminabili vertenze sindacali è il Parlamento della Repubblica. Il deputato socialista Antonio Cavinato, prendendo la parola nell’aula deserta, esordisce: “Onorevole presidente, signori commessi!”. Ma l’ufficio di presidenza interviene in difesa del buon nome delle istituzioni repubblicane e impone agli stenografi di non registrare l’esordio dell’oratore solitario» (Cirri e Quarantotto, 23 marzo 1961. Il “Chi è” del Borghese).
Bio. Zio Chiodi “lamentandosi” perché l’ho messo solo al quarto posto tra i nati il 30 agosto (primo il Tartaglia che tirò la statuetta del Duomo in faccia a Berlusconi) per perorare la sua causa mi ha fatto notare che come calciatore è stato con la Roma «Campione italiano juniores regionali nel 1960», come giornalista ha «consentito che la categoria fosse inserita nella lista dei professionisti che possono invocare il segreto (come le levatrici, per esempio) sulle fonti di informazione», come pilota automobilistico è l’«unico dell’emisfero nord ad avere disputato la Pechino-Parigi quattro volte»: urge aggiornamento della biografia sul Catalogo.
Bbone. L’attempata popolana che ad Atreju fermatasi davanti alla foto di Francesca Albanese ha commentato «Ah, bbona questa...».
Traditori. Letto Gramellini che nel suo Caffè parla della cena di Garofani, del fatto che erano tutti romanisti e conclude che il traditore dev’essere un laziale, mi imbatto nella pagina X del sospettato Francesco De Dominicis in cui è scritto «Juventino»: e mi pareva che non davano la colpa a noi… (È un falso? Qualcuno sta riscrivendo la storia?).
Figurine. È uscita l’edizione 2025-2026 dell’album dei calciatori. Tra le 618 figurine possibili quale mi si è parata davanti per prima? Quella che va incollata al numero 374, la peggiore di tutte, ovvero lo scudetto del Pisa (vano ogni tentativo di convincermi che si tratta soltanto di un caso).
Svizzera. Lo dico con la morte nel cuore, ma raggiunta la veneranda età di 115 anni, dopo gli inutili tentativi di cura dell’ultimo Mancini, di Spalletti e di Gattuso culminati con le indicibili sofferenze casalinghe di domenica sera con la Norvegia, per la panchina della nazionale viene in mente uno e un solo nome: Cappato.
Telefoni. Mi è arrivata l’edizione 1931 del Chi è? Dizionario degli italiani di oggi di Formiggini (quella del 1938 è in viaggio): mio grande stupore quando ho scoperto che a pagina 467, voce Marconi Guglielmo, non c’è solo l’indirizzo di casa, Roma (108), via Condotti 11, ma pure il numero di telefono, 61563. Subito mi sono immaginato che chiamandolo qualche volta abbia risposto la mamma di zio Roberto Chiodi, “la ferrista” che gli faceva da infermiera (questi sono i miei gradi di separazione dall’inventore della radio).
Scaffali. Vagando negli anni Trenta per i miei giochetti, mi sono talmente riconosciuto nel Sor Pampurio di Carlo Bisi che ho recuperato su ebay una statuetta che lo raffigura, l’ho messa su uno scaffale in mezzo a Snoopy e Kung Fu Panda e ogni volta che la guarda mi sembra che dica «Il Sor Pampurio è arcicontento del suo nuovo appartamento»
Carte. A proposito di caricature, un’altra delle mie fissazioni: ieri, mentre la Santa e la cugina che le fa da complice stavano facendo l’albero di Natale (non era più possibile frenarne il desiderio), tra la musica con cui le stava accompagnando spotify ha inserito il “Triangolo” di Renato Zero: subito, per rendermi interessante, sono andato a mostrar loro la magnifica carta disegnata dal Cubano che lo ritrae. Gli è piaciuta al punto che sono andate a cercare da dove provenisse e quando hanno letto “Le Ore”, sapendo che il mazzo l’ho comprato usato, son corse a cercarmi inorridite per quel che le avevo messo tra le mani: per fortuna son riuscito a provare che il mio mazzo era allegato a Cronaca Italiana.
Olivetti. A proposito di Natale (e di oggetti usati): con la Santa abbiamo deciso di regalarci a vicenda un pranzo con Uliassi (non “da”, “con”) nella nostra amata Senigallia. Poiché lei mi aveva già fatto «un regalino» scovato in non so quale mercatino, ha deciso di darmelo subito per evitarmi imbarazzi nella Santa notte. Si tratta di una macchina da scrivere azzurra Olivetti Italia ’90: da qua in avanti racconto ai miei ospiti che l’ho tenuta come ricordo di quando ero inviato ai quattordicesimi mondiali di calcio (agli occhi dei giovani sembro abbastanza vecchio da non fargli pensare che sarei stato un po’ troppo precoce)
Mezzadria. A proposito di design: leggendo Controstoria dell’Italia – Dalla morte di Mussolini all’era Berlusconi di Giampiero Mughini mi sono appassionato al capitolo 4, A New York nel 1972 la bellezza parlava italiano e arrivato a pagina 74 son subito corso a cercare quanto mi sarebbe costato comprare il Pratone. Visto il prezzo mi è tornato molto utile l’aver letto l’intervista del Foglio in cui si diceva costretto a «una dieta intermittente, che fa pure bene alla salute dicono» («Nella vita non ho saputo mettere niente da parte, tranne i miei libri») e ho indirizzato le mie platoniche attenzioni al più economico Mezzadro.
Onde. Arrivato alla voce TOGLIATTI Palmiro su Il chi è del Borghese, a pagina 525 leggo questo brano tratto da Conversando con Togliatti di Marcella e Maurizio Ferrara (i genitori di Giuliano): «Nella villa di Sorrento dove abitava Benedetto Croce con i suoi familiari si ebbe una riunione in cui il Croce rese noto che il proclama del re era il risultato di un’azione svolta e di proposte elaborate da Enrico De Nicola, d’accordo con lo stesso Croce, e a conoscenza di Carlo Sforza. L’incontro fu cordiale ed è difficile dire se il Croce attendesse proteste di Togliatti per le sue comunicazioni, od obiezioni ad un testo di poche righe che era stato preparato. Togliatti non ne fece alcuna. Osservò soltanto che nel testo vi era un “onde” seguito da un infinito e chiese che, almeno in considerazione del fatto che si era così vicini alla città dove aveva insegnato Basilio Puoti, l’errore venisse corretto». Ora, io non sono un allievo del Puoti ma un povero geometra, e quando il caro professor Mambrini (eminente studioso dell’alchimista senese Vannoccio Biringuccio che all’università accettava solo 30 e lode) deve aver spiegato questa cosa si vede che non c’ero, e se c’ero dormivo, ma son due giorni che non riesco a guardarmi allo specchio senza darmi della bestia per tutte le volte che in vita mia ho usato l’espressione «onde evitare».
Capelli. Mi è arrivato Il “Chi è” del Borghese (Vecchi e nuovi fusti) a cura di Gianna Preda. Comincio da GASSMAN Vittorio: «Un viso espressivo, che non esprime che l’espressione di voler esprimere» (Leo Longanesi - 15 febbraio 1957). FELLINI Federico: «L’occhio di Fellini, tondo e smorto, assomiglia a quello di molti romagnoli. Il loro sguardo è lento e pesante e si incolla, come sanguisuga, al prosperoso seno delle donne degli altri. Ma l’occhio ritorna subito mite e ipocrita non appena si posa, di nuovo, sulle grazie, risapute e noiose, della moglie» (Gianna Preda - 2 giugno 1960). CROCE Benedetto: «Anni fa, conobbi a Napoli un professore smunto e magro, che viveva nella cerchia di Benedetto Croce. Per rendersi utile e per godere la fiducia del senatore, gli posava di nascosto un capello sul risvolto della giubba, poi glielo toglieva con estrema cura dicendo: “Scusi, maestro!”» (Leo Longanesi - 25 marzo 1955). Ahi ahi ahi: qua stasera mi dimentico pure di guardare la Champions se non di consumare la cena.
Candeline. La prossima volta che mi chiedono perché parlo «come se avessi 100 anni» rispondo «114, per la precisione» e poi spiego che per come la vedo io non conta quando si è nati ma quando si è rimasti orfani: mio zio materno Sergio, classe 1926, ha perso l’ultimo dei genitori, mio nonno Stuardo (morto nel 1995 a 98 anni), quindici anni dopo di me, 1926-15=1911, da qui il numero di candeline con cui decorare la mia prossima torta di compleanno (praticamente sono coetaneo di Renato Guttuso, Nino Rota, Attilio Bertolucci ecc.).
Respiri. Negli ultimi giorni una fantasia s’impone su tutte le altre: scrivere in assoluta segretezza da qui al 2046 cento cataloghi dei viventi, uno per ogni anno dalla nascita della Repubblica, qualche tempo dopo morire nel mio studio senza che nessuno se ne accorga; trascorsi due, tre, ma pure quattro lustri essere scoperto per caso ormai ridotto a nient’altro che uno scheletro, i tomi che ho lasciato sul pavimento accolti nello stupore generale come un incontestabile capolavoro (soprattutto, esalare l’ultimo respiro immaginandomi la scena).
Comunisti. A Renzi che gli chiedeva «Perché prendi di mira Allegri? Non è nemmeno comunista» Berlusconi rispose «Non è comunista, è peggio: è di Livorno» (fossi ancora nella mia cameretta alla Bocconi stamperei questo brano da A corto muso di Giuseppe Alberto Falci e l’incollerei compiaciuto alla parete ma a Palazzo Monti detta legge la Santa e non son padrone di far come mi pare financo nel mio studio).
Culo. Vado alla Ubik di corso Tacito per comprare A Corto Muso (Max Allegri e gli altri. Il calcio diventa politica). Le ho già dato il bancomat quando la cassiera mi dice: «Se vuole può scegliere un libro in regalo tra quelli che stanno qua sotto». Individuo subito Diego Armando Maradona. La mano de dios (Edizioni Clichy 2020, stamattina sta al 70° posto nella classifica dei libri di calcio più venduti su amazon, per quel che conta), sto per prenderlo quando vedo in un angolo a sinistra il magnifico Il secolo azzurro pubblicato nel 2010 dal grande Carlo F. Chiesa per il centenario della nazionale, 449 pagine per un totale di 2.9 chili (originariamente stava a 60 euro, mi manca perché all’epoca vivevo a New York, ma è un buco che sapevo avrei prima o poi dovuto colmare). Chiedo incredulo? «Pure quello???». Risponde: «Certo, può scegliere tra tutto quel che vede qua sotto». Non riuscendo a capacitarmi di tanta buona sorte (ci devo ripensare, ma al momento lo metto al secondo posto tra le botte di culo della mia vita) chiedo ancora senza riuscire a trattenere la gioia «Ma davvero???» e subito mi viene il terrore che davanti a tanto entusiasmo quella ritiri l’offerta, per fortuna di copie ancora incellofanate ce ne sono parecchie e quella mi risponde: «Le regaliamo perché tanto dovremmo disfarcene...». Tornato a casa, ho subito raccontato alla Santa il miracolo che mi era capitato ricevendone in risposta un deludente «Meno male che non giochi a poker…».
Crepacuore. Compulsando per i miei giochetti gli archivi dei quotidiani anni 70, mi colpiscono due fatti: primo, non tanto la frequenza dei rapimenti, quanto il numero dei congiunti (per lo più padri) morti di crepacuore appreso l’accaduto (le vittime del sequestro non facevano in tempo a gioire per la ritrovata la libertà che subito arrivava la ferale notizia); secondo, il numero di protagonisti della cronaca nera che tornano sulle stesse pagine per simili episodi (spesso pure peggiori) a distanza di 20, 30 e anche 40 anni (lungi da me ogni intento giustizialista, mi sono laureato con una tesi sul reinserimento dei detenuti).
Imbianchini. Tornando dall’incontro con un collega, la Santa mi ha raccontato con perfida nonchalance che è contentissimo per il figlio che s’è messo a fare l’imbianchino («Guadagna più di me!») e nel panico per quello che vuol fare il giornalista.
Date. A Milano per l’Homecoming della Bocconi, la Santa mi ha spedito all’Egea per comprare un libro cui ha collaborato (Comunicazione aziendale. Scelte, analisi e strumenti). Poiché per sfruttare il buono che mi aveva dato era necessario raggiungere una spesa di 25 euro, mi son messo a vagare fra gli scaffali finché la scelta è caduta su Il tramonto del passato. La crisi della storia nella società contemporanea di Giovanni Belardelli. Giunto a pagina 18 (capitolo 2, La scuola contro la storia) leggo: «Secondo un’indagine riportata nel 2019 dal “Washington Post”, più di un terzo degli intervistati non sapeva in quale secolo avesse avuto luogo la Rivoluzione americana e la metà riteneva che la Guerra civile precedesse la nascita degli Stati Uniti» (M. Boot, American’s ignorance of history is a national scandal, in “The Washington Post”, 20 febbraio 2019).
Taxi. Un affabile tassista brianzolo mi accompagna dalla stazione centrale alle colonne di San Lorenzo. Impegnato da una vita nel volontariato, mi racconta che d’estate si reca a sue spese ad Arenzano dove con i suoi due labrador aiuta comitive di disabili ad immergersi nell’acqua. Quando gli chiedo quanto devo stare attento andando in giro la sera, parla di una Milano sempre più pericolosa, è lesto a segnalarmi la nazionalità (algerina) dell’autore di una recente rapina con coltello a un bigliettaio del tram (ancora esistono??), si lamenta della «massa di immigrati nullafacenti» con tanto di telefonino che dalle sue parti «vengono ospitati dalle suore a spese dello Stato» e alla domanda «pensa che Sala sarà rieletto?» risponde «Spero di no» (non ho pensato che il sindaco ha già fatto due mandati, lui non mi corregge). Arrivati a destinazione, mi sembra quasi si compiaccia nel dirmi che a Mariano Comense, dove vive, la situazione è molto migliore perché la ’ndrangheta, che fa base nella zona, non volendo essere disturbata nei suoi affari è efficientissima nel garantire l’ordine pubblico.
Pensioni. Ripa di Porta Ticinese, davanti ai navigli un vecchio seduto su una sedia con in mano a una chitarra sta spiegando all’attentissimo interlocutore, più giovane ma ancor più male in arnese: «A 67 anni prenderai cinquecento euro ma poi, a 70, arriva una maggiorazione che ti porta sopra 700». E quello illuminandosi: «Ah cazzo!».
Mamme. Sul frecciarossa che mi porta a Milano leggo su Ci chiamavano sciacalli il consiglio dato all’ex procuratore calcistico (ed ex giornalista) Carlo Pallavicino dalla madre: «Se vuoi davvero qualcosa fai lavorare il cervello. Tutto diventa possibile. Per l’impossibile, ingoia il pudore e rompi i coglioni all’infinito» («Probabilmente il miglior suggerimento della mia vita»). Avessi un figlio, temo non resisterei alla tentazione di plagiarla.
Bottiglie. Il sommelier della Locanda del Cardinale d’Assisi che alla nostra richiesta di provare una bollicina locale ci aveva ormai convinto su una bottiglia ma ha dovuto battere in ritirata quando ha commesso l’errore di farci sapere che era opera della cantina di Massimo D’Alema (spiegato all’amico Peter il perché del mio sdegnato rifiuto - «se lo bevano i cinesi» - il danese ha commentato «Ah, una specie di Schröder…»).
Primati. Il mio amico danese Peter che nella cattedrale di San Lorenzo, udito dalla guida Isabella che il francescano Bernardino da Feltre aveva fondato nel 1484 «the first pawn shop» (monte di pietà) confuso dall’accento perugino le ha chiesto sbalordito «The first porn shop??????».
Frontiere. Mentre si dibatte se sia giusto o meno armarsi, penso che molti tra i miei occasionali commensali approverebbero quel che un secolo e mezzo fa un belga diceva al Minghetti (la trascrizione dalla Storia d’Italia dal 1871 al 1915 di Benedetto Croce è lievemente editata per attualizzarla senza cambiare la sostanza): «L’Italia separata dal resto del continente da una frontiera geografica mirabilmente netta, l’Italia alla quale nessuno dei suoi vicini pensa a togliere una provincia o il minimo pezzo di territorio, l’Italia che tutte le nazioni amano come la seconda madre della nostra civiltà, l’Italia non avrebbe niente da temere da alcuno se si contentasse di una posizione simile a quella della Svizzera, che è la più favorevole alla sicurezza e alla prosperità delle nazioni. Perché si lascia trascinare da alleanze compromettenti e pericolose, che possono un giorno costarle assai caro?».
Democrazie. Mentre ai bagni Maurizio di Fano leggo sotto l’ombrellone (più che dal sole mi protegge dalla pioggia) Storia d’Italia dal 1871 al 1915 di Benedetto Croce mi viene da pensare che più del Mario Monti invocato da Bernard Guetta alla Francia servirebbe forse un Quintino Sella e che se Aldo Cazzullo teme che «Di questo passo, prevarrà l’idea che la democrazia non funziona più, che per reggere il ritmo dei cambiamenti e dare risposta alla rabbia popolare serve un autocrate, come quelli al potere dalla Russia alla Cina, dall’Egitto alla Corea del Nord, dalla Turchia all’India» qualcuno potrebbe più modestamente suggerire l’abolizione del suffragio universale.
Concerti. Stavo guardando il Tg3 quando, in onda il servizio sulla strage di Paupisi, ho riconosciuto nel Gianfranco Scarfò a capo della procura di Benevento un volto a me noto: nato a Catanzaro il 12 aprile 1967, in realtà è livornese (il padre, origini calabrese, faceva l’ispettore del lavoro, o qualcosa di simile). Compagno di studi di mio cugino all’università di Pisa, molto simpatico e ancor più intelligente, era pure un po’ goffo: una sera, mentre passeggiavamo dopo cena, cadde nel “fossone” che scorreva dietro casa mia (secondo le malelingue era per quello che, pochi giorni dopo, era stato lasciato dalla fidanzata). Nell’autunno del 1991 lo ospitai nella mia camera al pensionato Bocconi, era venuto a Milano per vedere il concerto di Lou Reed, ho ancora negli occhi la chiusura del concerto con Walk on the Wild Side e lui che il giorno dopo dorme sul mio letto mentre guardo in tv A View to a Kill, quattordicesimo film della saga di James Bond (quello con Grace Jones): sono certo della data perché sul treno che ci riportava a Livorno conobbi una ragazza (di cui lui fu lesto a segnalarmi un difetto anatomico che oggi sarebbe inappropriato menzionare) e le diedi inconsapevolmente appuntamento per un sabato pomeriggio in cui la nazionale si sarebbe giocata in Unione Sovietica l’accesso agli europei del 1992 (questa storia la racconto casomai un’altra volta…). Durante le olimpiadi di Albertville fu accusato di aver causato il grave infortunio di Deborah Compagnoni: dopo la vittoria nel supergigante, aveva vaticinato il suo bis nel gigante del giorno dopo in cui si ruppe il legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro («gliel’ha gufata…»). L’ho visto l’ultima volta a Roma, più di trent’anni fa, credo avesse appena finito il periodo da uditore giudiziario, pranzammo con una pizza al taglio dietro via Ostiense (all’epoca vivevo là), poi lui ha cominciato i suoi molti traslochi in giro per l’Italia, io i miei in giro per il mondo, finché ieri sera me lo sono trovato davanti mentre guardavo il Tg seduto sul divano a palazzo Monti.
Tifosi. Scoperto che lo stesso editore Centauria che ha pubblicato le storie in 50 ritratti di calcio, Juve, Milan e Inter (Paolo Condò & C.) e del calcio azzurro (Marino Bartoletti) ha ripetuto l’operazione con L’Italia di Mussolini, L’Italia della Liberazione e La storia del comunismo affidandola nientemeno che a Paolo Mieli (i primi due volumi con Francesco Cundari, tutti e tre con le magnifiche illustrazioni di Ivan Canu) sono corso a colmare la falla nella mia biblioteca. A pagina 59 del volume comunista scopro che l’ex direttore del Corriere ha usato una riga e mezzo delle ventisei scarse dedicate a Enrico Berlinguer (per giunta dalla quarta, non alla fine…) per scrivere che «Diverse testimonianze lo dicono juventino, sebbene lui, forse per ragioni politiche, protestasse di tifare soltanto per la Torres»: avessi una quarantina d’anni meno gli intitolerei subito un fan club (più pop di così…).
Figli. Leggo su Wikipedia: «È possibile che Garibaldi abbia avuto una figlia naturale, Giannina Repubblica Fadigati (8 ottobre 1868 – 24 novembre 1954), ufficialmente figlia del nobile cremonese Paolo Fadigati, amico e seguace di Garibaldi. La nascita di Giannina Repubblica non sarebbe stata frutto di un tradimento, ma di un vero e proprio accordo tra Garibaldi e i coniugi Fadigati: Paolo Fadigati sarebbe stato infatti un ammiratore talmente fervente dell’Eroe dei Due Mondi da voler “allevare un figlio di sangue garibaldino”». Questa va diretta nella cartellina “Storie che avrebbero fatto impazzire Berlusconi”.
News. Il Corriere di Como: «Purtroppo la notizia è di quelle che non volevamo mai sentire. Morto Giorgio Armani». Be careful what you wish for.
Lirica. Vista all’anfiteatro romano di Terni la Turandot ho rotto ogni indugio: da qua in avanti i tre cinesi che dibattono tutto il giorno con volumi da opera lirica davanti al negozio d’abbigliamento che sta sotto la finestra del mio studio li chiamo Ping, Pong, Pang.
Ai. Da quando ho scoperto che i chatbots sono i miei più assidui lettori tra le intelligenze preferisco senz’altro l’artificiale.
Liste. Mi è arrivato il Dizionario degli Italiani che contano scritto nel 1986 da Alfredo Pieroni (Sperling & Kupfer Editori). Ho cominciato a sfogliarlo mentre guardavo Inter-Como e arrivato a pagina 152, scheda di Alberto Ronchey, nonostante la piacevole lezione che i nerazzurri stavano impartendo ai detestati lariani mi sono completamente dimenticato la partita. Premesso che «[…] è diventato uno dei più rigorosi e documentati poliglotti editorialisti d’Italia. Pare che lo leggano anche all’estero, facendo tradurre la parte italiana dei suoi articoli», è alla sezione “Ha detto” che l’amore giovanile di Oriana Fallaci dà il meglio di sé partendo con una lista che son sicuro avrebbe apprezzato pure Umberto Eco: «Trends of belief, la bombe et le nombre, input, output, ljudi delovye, forecasting, think tank, interdisciplinary approach, standard projections, multifold trends, quantitative scenarios, downwriting, black out, technetronic age, sampan, ghats, climax, rates of growth, tempty rosta, take-off, dhoti, bearers, sweepers, hindi, mills, arthashastra, fu ch’iang, justa propria principia, wei ch’i, tien ha, kesatkian, loop, seppuku, zaibatsu, akahata, tokugava, shokku, peace barrier, tierras coloradas, gusanos, la zafra del pueblo, siempre se puede màs, palabra orientadora, jefatura, intelligencija, esos incrìbles precios, komsolol, plavonoe chozjajstvo, el caiman barbudo, desesperada carrera contra el tiempo, cuartelazos, los lumpen, sovchoz, kalam fadi, fatum mahumetanum, passenger car, gluckhauf, foedus iniquum, lovuski, mescanskije, liubljù tebìa Petrà tvorenije, taigà, torgovyi centr, pod integralom, znamenatel, cislitel, krai sveta, duràk, tak bylo, za rodinu, vozd, kosovorotka, kozanka, jungsturmovka, reakcionnaja burzuaznaja doktrina, vozdizm, samoupravlanje, za rubezom, kak dolgo, time sharing, joss, cogitata et visa, white backlash, generational revolution, planirovanje, cottage-meeting, cevo ze ty choces?, kartoffelnfresser, caudillaje, basiléion tìs Ellàdes, burden sharing, 0,61 (1+X)20 = (1,05)20, satisfaction querelleuse, socialisticeskij lager, raketniki, westbindung, unifikacija, realnyi socializm, l’affaire du gaz est délicate, abajo el tio Sam, sensacija, bien-dao, kacestvo-effektivnost, komitet gosudarstvennoj bezopastnosti, rising entitlements, olivskoe maslo, uskoranie, perestrojka, taratajka, Chruščëv, saludos amigos».
Lucchetti. Un’ultima sosta a Cagliari (tradizionale cena finale con porceddu a Sa Schironada), spedisco la Santa a Londra (a Wembley per il concerto degli Oasis) e vado a trascorrere il resto dell’estate sulle quiete sponde del lago di Piediluco. Nel Caffè di sabato Gramellini, commentando il caso Bova, ha scritto «Se fossi un imprenditore del settore, rilancerei i vecchi diari col lucchetto. Andrebbero a ruba»: qualche mese fa, senza una particolare occasione, mia nipote e il fidanzato me ne hanno regalato uno (???), torna adesso ad ospitare sine die i miei pensierini quotidiani. Buon agosto.
Gentlemen. Ispirato dalla visione di Anora ho approfittato del trasferimento dall’aeroporto di Cagliari a Muravera per chiedere all’autista delle sue esperienze con i turisti russi: me li ha descritti come una massa di arroganti arricchiti ubriaconi, il peggiore di tutti un non meglio identificato portavoce di Putin condotto al Forte Village. Unica eccezione, l’Alexander Medvedev a capo di Gazprom, descritto come un vero gentleman: stavo per chiederle malizioso quando è venuto l’ultima volta, poi ho deciso che casomai lo faccio al ritorno, non voglio certo passare il soggiorno nell’isola a guardarmi le spalle. P. S. A proposito di Anora: per mesi mi son divertito a chiamare il film vincitore dell’Oscar ’a nora (inteso come la moglie del figlio), scopro adesso che come titolo calzerebbe a pennello (mi rendo conto che questa mia osservazione può definitivamente convincere qualcuno della non esistenza di Dio, che tra i critici cinematografici almeno uno meritava certamente la morte più di Fofi).
Buche. Passeggiando lungo il mare ho scavalcato due bambine intente a scavar buche: una ha urlato «Questa non è una gara!», l’altra le ha risposto calma «Vabbè, io la prendo come una gara». Sicuro che questa la tiro fuori la prossima volta che la discussione finisce sui maturandi che si son rifiutati di rispondere all’orale.
Sabbia. Preferisco il brano di Fabri Fibra e Tredici Pietro (il ritornello «Che gusto c’è se tutti stanno sempre meglio me» vale un parolone: Weltanschauung) ma mi arrendo ed eleggo a tormentone dell’estate 2025 l’“A me mi piace” di Alfa. Mentre guardando il mare lo sento per quella che mi pare la milionesima volta, mi torna in mente Teresa Corsaro che quasi un quarto di secolo fa nella redazione di via del Plebiscito si divertiva un sacco a canticchiare “Me Gustas Tu” di Manu Chao in un modo che mi sembrava un po’ troppo irriverente (visto chi - e soprattutto come - canta oggi questa specie di cover devo riconoscerle una vista ben più lunga della mia): pensando che all’epoca in cui son finito coi miei vividissimi ricordi quel cuor contento del De Filippi non aveva ancora compiuto un anno mi sembra veramente che (warning, arriva l’espressione trita e ritrita, ma quanno ce vo’ ce vo’) il tempo mi sia scorso tra le dita come questa sabbia di Costa Rei.
Allergie. Per la cena a Sa Cardiga e Su Pisci mi son deciso a sfoggiare la magnifica maglia limited edition prodotta per i 75 anni dalla tragedia di Superga (ovviamente granata, colletto e maniche bianche, nel retrocollo la scritta «Solo il fato li vinse»). All’uscita ci siamo fermati a un banchetto per provare i vini di un’etichetta locale, appena mi ha visto arrivare un abbronzatissimo signore con accento milanese non è riuscito a frenare l’entusiasmo ed ha scherzato: «Ecco un tifoso juventino!». Subito ho messo le cose in chiaro: «In verità sono proprio tifoso della Juve, ma questa è la maglia del Grande Torino...». A questo punto mi sarei aspettato una battuta sull’enorme macchia che m’era spuntata all’altezza del cuore (ricotta colata dai raviolini fritti presi come dessert), per esempio che l’attribuisse a una reazione allergica (mia, della maglia o di entrambi), invece, con mia grande sorpresa, ha fatto scena muta. Tornando indietro, la Santa mi ha spiegato che non mi aveva creduto, che quando avevo professato la mia fede bianconera il milanese aveva fatto una faccia come se l’avessi sparata troppo grossa: udite queste parole mi sono accorto con sgomento che stava scattando in me un piccolo moto d’orgoglio.
Confetti. Fine settimana spazzato da un fortissimo maestrale: sabato ho visto volare in mare un ombrellone inabissatosi nello sconforto generale quando il padrone l’aveva ormai quasi raggiunto; domenica, mentre pranzavamo, ci siamo incantati guardando un grosso materassino circolare bianco che faceva le capriole sull’acqua: un bagnante con maschera piazzato come un libero dei vecchi tempi sembrava essere l’ultima speranza ma si è fatto bellamente uccellare dal rimbalzo suscitando un corale boato di disappunto, quando la situazione pareva ormai disperata una specie di Ceccon si è lanciato all’inseguimento, è arrivato a pochi metri, ha tirato un attimo il fiato ed è stato definitivamente piantato in asso in un modo che ricordava il povero Vingegaard con Pogacar al Tour. Essendo queste le premesse, quando partendo per la passeggiata delle 16 ho visto il fumo proveniente da Villasimius (19 chilometri a sud) non avrei certo scommesso sui pompieri e invece l’incendio pareva già domato prima del mio ritorno al lettone (è una roba enorme, novità di quest’anno, il tetto apribile stile Wimbledon ogni tanto esce dalle guide, fortuna che la Santa deve ancora trovare qualcosa che non sa riparare). Per dare un qualche valore a queste righe, aggiungo che ho finito il bel Di spalle a questo mondo di Wanda Marasco, la cui lettura mi ha suscitato una curiosità conclusa con la scoperta che il giorno della sua morte Giacomo Leopardi mangiò un chilo e mezzo di confetti cannellini.
Cuffie. I bagnanti dell’IGV Club Santagiusta che ogni mattina fanno ginnastica telecomandati con la testa infilata in enormi cuffioni mi hanno fatto venir l’idea di piratare la frequenza per impartirgli ordini insensati se non osceni facendo finire la performance con una vicendevole raffica di schiaffoni tipo quello che ha centrato Bonolis sulla spiaggia di Formentera. Poiché non ho ancora trovato il coraggio di usare come clacson per spronare i pingipiano che intralciano il traffico sulla battigia la trombetta installata sul telefonino quando i tifosi interisti contestarono il ritorno di Lukaku a San Siro, la Santa ha liquidato questa pensata come nient’altro che vaniloquio.
Righe. Per tutte le vacanze ho lasciato in valigia una delle mia magliette preferite (anzi due, ho la versione blu e la versione bianca, tanto mi piace): l’ho comprata in Kansas, dove vivevo, durante i Giochi di Rio de Janeiro (2016), poiché in petto è stampata a caratteri cubitali la scritta USA temevo che, per farmi pagare la politica di Trump, prima o poi qualcuno mi avrebbe preso a insulti se non a cazzotti senza darmi il tempo di fargli leggere la seconda riga, scritta a caratteri molto più piccoli, BASKETBALL (con questo non voglio certo dire che se la maglia avesse solo la prima riga il trattamento Sultan sarebbe meritato).
Revolver. Finiti i candidati allo Strega son passato al Campiello, durante il pit stop lacustre ho messo ordine tra gli appunti. Bebeplatz di Fabio Stassi, pagina 57, scopro che Goebbels e Göring si impossessarono della frase «Quando sento pronunciare la parola “cultura”, io estraggo il revolver!» al punto che gli viene attribuita (in realtà citavano un’opera teatrale). Poiché si tratta del tormentone preferito dallo stesso parente acquisito che per difendere Putin mi ripete immancabilmente «Ma lo sai che quelli del battaglione Azov sono nazisti?! NA-ZI-STIIIII!!!!!!» bisogna che mi ricordi di dire alla Santa di non invitarlo a cena finché non mi è passata (altrimenti appena ci ricasca il revolver l’estraggo io).
Coccinelle. In Nord Nord (pagg. 33-34) Marco Belpoliti scrive che «Un autorevole entomologo russo, uzbeko in particolare, scomparso negli anni Sessanta, Vladimir Vladimirovic Yakhontov, ha calcolato che nel corso della bella stagione, una coppia di coccinelle e la loro prole divorano circa 57 000 afidi. Come il professore accademico delle Scienze abbia fatto a contare ogni singolo afide non lo so». Nella pagina precedente scrive che il maschio di Cycloneda sanguinea «possiede due appendici su entrambi i lati del pene a forma di bacchette di batteria che gli servono a tamburellare sulla femmina durante l’accoppiamento; sembra che questo provochi un piacere ulteriore. Gli entomologi che le hanno studiate riferiscono di rapporti sessuali che durano a lungo, dalle tre alle nove ore, e in cui i maschi avrebbero orgasmi della durata di un’ora e mezzo», in questo caso però a Belpoliti non è venuto da chiedersi niente (magari non sul come, ma riguardo al chi io qualche domanda ce l’avrei).
Omelie. A pagina 104 di Troncamacchioni («È il racconto di uomini e donne nell’Alta Maremma agli albori del fascismo») Alberto Prunetti narra del prete di Travale, «un prete buono, raro da queste parti, che dopo aver fatto piangere le donne con l’omelia del venerdì di Pasqua descrivendo con crudo realismo la salita del Cristo al Golgota, e poi la corona di spine e la ferita al costato lavata con l’aceto e la tunica spartita dai centurioni, siccome - l’ho detto - era un brav’uomo, gli lacrimò il cuore di aver fatto piangere tutte quelle donne raccolte in chiesa con quelle immagini crude e per consolarle affidò loro dal pulpito questa bizzarra verità teologica: “Oggiù donne ’un piangete, so’ storie successe tant’anni fa e mi sa che ’un so’ nemmeno tanto vere”». Lette queste righe, mi è venuta in mente una barzelletta che mi raccontò ormai quarant’anni fa il mio compagno di banco ai geometri e che mi sembra il perfetto complemento... Venerdì di Pasqua nel pisano, il prete attacca con l’omelia, «E Gesù entrò nel giardino degli ulivi... e lo insultonno, e lo sputonno, e lo picchionno, e lo bastononno...» al che un contadino l’interrompe: «E fenno bene, e fenno, ’un gli bastonno quelle dell’anno passo??!!» (così me la ricordo, chiedo scusa per eventuali imprecisioni, non sono ferrato in omelie e tanto meno in pisano).
Zaini. Breve sosta a controllare la casa di Terni, ne ho approfittato per comprare i due libri candidati al Campiello che mi mancano. Volevo andare alla Ubik (4 minuti a piedi) e in seconda battuta alla Giunti (2 minuti) o alla Mondadori (idem), la Santa però si era raccomandata che alla Feltrinelli con 38 euro di spesa regalavano lo zainetto per la cabina dell’aereo. Anche se apre alle 9.30 invece che alle 9 e sta pure più distante (ok, son 9 minuti, ma mica stiamo al mare che passeggio per smaltire le cene) ho deciso di farla contenta. Arrivato in viale Cesare Battisti che avevano appena aperto, ho trovato subito Inverness di Monica Pareschi ma seguendo l’ordine alfabetico degli autori mancava Wanda Marasco. Ho chiesto al libraio, prima ha fatto un tentativo a vuoto col computer, poi si è illuminato: «Ma certo, sta esposto con i candidati...». Ho obiettato che pure la Pareschi è candidata poi, quando mi ha passato Di spalle a questo mondo, ho visto la fascetta “Candidato LXXIX PREMIO STREGA 2025”. Capirai, erano settimane che aspettavo il momento per mettere in mostra la mia erudizione, non l’avevo ancora preso in mano che gli ho fatto notare «La fascetta è sbagliata, è nella cinquina del Campiello, non dello Strega» e poco c’è mancato che conclusa la frase mi portassi il dito all’orecchio come Alcaraz dopo aver vinto il primo set a Wimbledon. Totale a 35 euro, mi è venuto in mente che l’aureolata mi aveva chiesto di comprarle La città dell’acciaio di Alessandro Portelli (due secoli di storia operaia di Terni, gliel’ho fatto leggere a Senigallia e le è piaciuto al punto che vuol regalarlo a un collega conosciuto tramite Centromarca). Andato alla cassa, ho pagato i 67 euro poi, siccome mi sembravano pronti a liquidarmi, ho suggerito: «E lo zaino? Non è in regalo sopra i 38 euro?». Il libraio prima mi ha guardato interdetto, poi, riconosciuta l’occasione, ha affondato il colpo: «Lo zaino è solo per chi compra tre libri Einaudi». Siccome mi è sembrato di cogliere nel suo sguardo un senso di rivincita come mi avesse fatto il contro break (ci mancava solo che facesse il pugnetto guardando il resto dello staff), ho reagito alla Fognini: «Non si preoccupi, è colpa di mia moglie che parla sempre a vanvera». A questo punto la signora che stava all’altra cassa si è impietosita (non per me, per la Santa) ed è corsa a regalarmi una cover Feltrinelli con tessuto «realizzato con il 100% di fibre riciclate» e la scritta «Save this book save the ocean».
Padri. Colleziono libri sulla storia del calcio italiano (non ne perdo uno), l’ultima uscita di rilievo è la biografia di Giorgio Ferrini, «una storia granata» de «il capitano dei capitani» scritta dalla figlia Cristiana. Alla Feltrinelli non ce l’avevano, la Ubik alle 10 era ancora chiusa (un vecchietto è sbottato un secondo prima di me «Ma questi fanno come gli pare???»), alla Giunti son cascati dalle nuvole (hanno pure spostato lo scaffale dello sport, che manco si immaginano quanto mi dà sui nervi), finalmente l’ho trovato alla Mondadori. Al momento di pagare il libraio ha buttato lì: «Tifoso del Torino, immagino...» al che ho risposto indicando il titolo del libro: Mio padre.
Nomi. Sotto l’ombrellone dei bagni Virgilio a Senigallia (n. 29 rosso, venduto come seconda fila che in realtà è la terza, ma non ho trovato il coraggio di farlo notare al bagnino, e nemmeno la Santa), mentre leggo Chiudo la porta e urlo di Paolo Nori (sto esaminando tutti i candidati allo Strega, che la mia fantasia nell’acquisto di romanzi fin lì arriva), a pagina 170, quando parla della ex fidanzata che gli aveva chiesto di firmare un libro ma non ricordava il nome («Che figura. Elena. Che figura») ispirato pure dalle poesie di Raffaello Baldini mi è tornato in mente che quando vivevo a Roma non ho mai saputo il nome della moglie di Roberto, il portiere di via Alberico II che prima di pranzo le lasciava il posto per portare a spasso Golia (pure il nome del cane sapevo…). Quando è diventato troppo tardi per chiederlo? Dopo una settimana? Dopo un mese? Dopo il primo Natale? Gli equilibrismi grammaticali che ho dovuto fare per non citarne il nome nella busta con la mancia per le feste… Passato un anno, con i sensi di colpa che si facevano insostenibili, mi era pure venuto in mente di chiederlo a qualche inquilino, ma metti che quello gliel’andava subito a spifferare, giusto per farsi una risata? Avevo pure pensato a stratagemmi tipo quelli del protagonista della poesia Pronto! Pronto! di Baldini che m’ha fatto sganasciare dalle risate sul lettino (con i vicini che avranno pensato fosse l’effetto di un’insolazione), tipo chiedere a Roberto «Dove sta Maria?» «Maria? Vorrai dire…» «Certo, lei, che sbadato…», ma il sospetto che sospettasse che non sapevo m’ha sempre strozzato la domanda in gola…
Yankee. Ogni mattina alle 10.59 l’altoparlante dei Bagni Virgilio di Senigallia diffonde la voce di Fred Bongusto che canta Una rotonda sul mare. Segue una raffica di annunci pubblicitari, uno dei quali ha subito catturato la mia attenzione: invita i bagnanti a recarsi in un parco divertimenti per sfidare «l’incredibile forza di Billo, il terribile toro meccanico». Sempre a caccia di espedienti per ravvivare una convivenza lunga ormai 33 anni, mi era venuta l’idea di sfruttare la quotidiana pausa post-pranzo in cui torno nell’appartamento per «fare i compiti» per recarmi invece di soppiatto nel parco ad allenarmi. Una volta domato «il terribile toro meccanico», avrei casualmente condotto la Santa al parco per esibirmi in una inaspettata dimostrazione di virilità (sarà una specie di corrida? Un rodeo? Bisognerà prenderlo per le corna?). Non ho ancora fatto scattare il mio piano perché non riesco a togliermi dalla testa quel che successe a Scott, l’americano che faceva da capo a Mrs. Parrini quando lavorava come direttore vendite in Portogallo e che era da lei stato battuto in due gare aziendali di go kart consecutive: mentre i piloti erano allineati sulla griglia di partenza pronti a sfidarsi nella terza prova, il custode della pista, dopo aver dettagliato con dovizia di particolari le insidie nascoste in ogni parte del tracciato, prima di dare il via indicò lo yankee e, non si sa se con ingenuità noncuranza malizia o perfidia, concluse «Comunque il signore queste cose le sa già, visto che è una settimana che viene ad allenarsi».
Palloncini. Sotto l’ombrellone alla nostra sinistra stanno una nonna e due affiatatissime nipoti direi, a occhio, di 7 e 5 anni (il resto della famiglia le raggiunge da Milano nel fine settimana). L’altro giorno, nell’attesa che dopo pranzo arrivasse l’ora del bagno, le bambine sono arrivate a passo di marcia e, colta la tutrice nel sonno, prima che si svegliasse del tutto la più grande le ha intimato con incredibile autorità quello che suonava come un ultimatum: «Ci servono i soldi per comprare i palloncini di Scooby Doo. Se ce li dai sei una nonna meravigliosa, ti vorremo sempre un sacco di bene e ti ricorderemo sempre con grandissimo affetto. Altrimenti…». Mentre si susseguivano i puntini di sospensione tale era la suspense che ho afferrato la mano della Santa ormai rassegnato al peggio, poi è arrivata la sentenza: «Altrimenti… Altrimenti… Sei una nonna media». La baby sindacalista aveva appena finito la frase che è arrivata la capitolazione: «Non voglio essere una nonna media». La formula ci ha colpito al punto che l’abbiamo immediatamente introdotta nel nostro lessico famigliare: «Come ti sembra questa pasta che ho cucinato stasera?» «Hmmmm…: media». Evitiamo però di usarla quando siamo sotto l’ombrellone: se ci sentono la Nina e la Tati non è da escludere che ci chiedano immediatamente i diritti di autore (nel caso pago, mica voglio essere un vicino d’ombrellone medio).
Amici. Da quando, nel 2022, abbiamo cominciato a trascorrere parte delle nostre vacanze estive a Senigallia, si contano sulle dita di una mano le volte in cui durante le due passeggiate quotidiane dai Bagni Virgilio all’Hotel Diana (8 chilometri tra andata e ritorno) non abbiamo incrociato quello che sembra essere un pensionato, abbronzatissimo, i capelli all’indietro troppo neri per non essere tinti, gli slip e gli occhiali da sole dello stesso colore, un’andatura a scatti con le spalle in avanti che riconosco appena le diottrie delle mie lenti mi permettono di metterlo a fuoco. Non ricordo dopo quanto tempo ho cominciato a chiamarlo «Il nostro amico»: a seconda del punto del tragitto in cui lo incontriamo commento sempre «Oggi il nostro amico è in anticipo», oppure «Oggi il nostro amico è in ritardo» (solo adesso, scrivendolo, mi rendo conto che potrebbe pure essere il contrario, noi quelli in anticipo o in ritardo, non è che con la Santa si possono avere orari precisi). Le rarissime volte che manca all’appuntamento, subito mi sgomento «Gli è successo qualcosa, me lo sento», «Ma dai, avrà anche lui altri impegni…», «Sarà, dev’essere come dici tu, speriamo…». L’altro giorno, col cielo che minacciava pioggia, l’aureolata è rimasta sotto l’ombrellone a guardare Wimbledon, quando l’ho incrociato mi sono emozionato: approfittando delle nuvole aveva tolto gli occhiali da sole. Tornando indietro ho accelerato il passo, non vedevo l’ora di comunicare il mio scoop: «Gli ho visto gli occhi! Gli ho visto gli occhi!». Quando l’abbiamo intercettato per la prima volta in compagnia, per giunta di una signora, non riuscivamo a crederci («Possibile? Adesso vedrai che la stacca...»), li abbiamo seguiti per qualche metro con lo sguardo finché si sono parlati e allora abbiamo preso a darci di gomito tutti allegri «Hai capito il nostro amico…». Il giorno dopo era di nuovo solo: sul momento ci sono rimasto male poi, fatti alcuni passi, me ne sono rallegrato (non mi sembrava proprio la donna per lui).
Nervi. Inventario delle persone che mi danno sui nervi mentre villeggio a Senigallia (aggiornato alle 9.08 di giovedì 10 luglio 2025): quelli che il primo giorno che arrivano in spiaggia ti salutano e dal secondo ti ignorano («Ma che gli ho fatto qualcosa?»); quelli che mi fanno trovare il bagno occupato, quelli che ci mettono troppo tempo a sciacquarsi la sabbia dai piedi; quelli che portano in spiaggia un pranzo maleodorante e quelli che ne portano uno che mi fa venire appetito (proprio oggi che avevo deciso di digiunare); quelli troppo abbronzati, quelli con troppa crema, quelli scottati, quelli che prendono il sole con la maglietta; quelli con troppi tatuaggi, quelli con troppi muscoli, quelli con troppi capelli; quelli che contano ad alta voce i passaggi con i racchettoni (soprattutto se fanno il record), i giocatori di padel che mugolano più della Sabalenka, i portieri tra le onde che a ogni mancata parata approfittando della mancanza di pali e traverse urlano «largo» o «alto», i lettori della “Gazzetta” che stanno troppo tempo sulla pagina dell’Inter; gli italiani che indossano la maglia di una squadra straniera (soprattutto se del Psg), quelli col costume slip (soprattutto se con troppa pancia), quelli coi boxer uguali ai miei (soprattutto se gli stanno meglio); quelli che fanno passeggiate più lunghe delle mie, quelli che leggono più libri, quelli che si fanno mettere più gusti sul cono gelato; quelli che ogni tanto vanno «a prendere il Sup» (che manco so cos’è); bambini: quelli che fanno castelli di sabbia così belli che mi fanno venir voglia di strappare il mio diploma di geometra, quelli che mi sparano in petto con fucili e pistole ad acqua mentre cammino incuranti di una differenza d’età che dovrebbe ormai valermi un salvacondotto, quelli che se gli propongono una passeggiata simulano ogni tipo di malanno come fossero fanti della Grande Guerra mandati ad assaltare una trincea; le signore che partecipano al risveglio muscolare copiando le mosse defilate, di nascosto, sperando che non le veda nessuno (le sgamo tutte); quelle che si sdraiano lascive sul moscone del bagnino e quando arriva lo sfratto fingono di cadere dalle nuvole come se non sapessero le regole; i bagnini che parlano al telefono, quelli che dormono sul seggiolone, quelli che ci limonano, quelli che lo fanno ogni giorno con una ragazza diversa (una volta ne ho beccato uno che lo faceva con due tipe contemporaneamente, l’avrei tirato giù); quelli che a cena al ristorante ordinano più ostriche di me, quelli che fanno lo slam antipasto primo secondo dolce senza mostrare alcun senso di colpa, quelli che bevono troppi bicchierini del limoncello offerto dalla casa, quelli che al momento di saldare il conto fanno sempre finta di non avere i contanti per la mancia; i pisani.
Zelo. Ieri intorno alle 14, mentre andavo a prendere il caffè, mi è capitato di ascoltare in spiaggia la conversazione tra due bambini che devono avere appena finito la prima elementare, al massimo la seconda: «Guarda che se dici porcodio è una bestemmia» «Una bestemmia? E perché?» «Perché... Perché finisce con dio!». Resomi immediatamente conto degli inevitabili disastri che avrebbe comportato il non far notare una simile fallacia logica, non ho potuto esimermi dall’intervenire: «Perdonami l’intrusione, benedetta creatura: convengo che se dopo la parola “porco” metti la parola “cane” il tuo ragionamento non fa una grinza, ma cosa succede se la metti invece dopo la parola “dio”?». In realtà questo è quel che sarebbe stato mio dovere dire, invece ho lasciato i pargoli al loro destino e non ho confutato un bel niente conscio che pur di non plaudire alle mie rimarchevoli capacità didattiche la Santa non avrebbe perso l’occasione per tacciarmi una volta ancora di eccesso di zelo.
Conchiglie. La mania della Santa di raccogliere gusci di molluschi vuoti (non li chiamo conchiglie perché sarebbe dargli troppa importanza) mi ha quasi tolto il piacere delle passeggiate sulla spiaggia. Quando l’altro giorno ha comprato un secchiello per aumentare la scala delle operazioni, prima l’ho informata che mi sarei rifiutato di portarlo in spiaggia (già mi ha comprato tutti costumi con Snoopy…), poi le ho domandato se le sembrava un’attività consona a una donna della sua età. Il mio sarcasmo deve aver superato il limite di tolleranza, perché subito è passata alle maniere forti: «Parla quello che fa ancora l’album delle figurine dei calciatori» (per giorni appena sveglio sono corso all’edicola davanti alla spiaggia per vedere se era uscito il box “Celebration” con i 50 pezzi speciali che completano la collezione 2024/25). Questa cosa delle figurine sta diventando come quando a una mia qualsiasi osservazione politica i miei interlocutori rispondono «E allora il Pd?», l’unica differenza è che in un caso l’idea dell’astensione non mi ha mai neanche sfiorato la mente.
Nonne. Indice di gradimento: ieri la nonna che occupa l’ombrellone accanto al nostro ha detto che scapperebbe volentieri con Achille Lauro, anzi, con Stefano De Martino, la consuocera ha replicato «Allora l’Achille Lauro me lo prendo io, mi fa troppo impazzire!».
Zie. L’area della spiaggia intorno allo scivolo è decisamente la più interessante dei Bagni Virgilio: l’altro giorno ciavevo intercettato i due pargoli che discettavano sulla definizione di bestemmia, ieri intorno alle 11, tornando dal bagno, ho visto una bambina che puntando l’indice verso una giovane coppia l’ammoniva dicendo «Adesso voi due non vi lasciate più, altrimenti vi do una sberla che vi mando sulla luna», al che lui ha risposto «Parla con tua zia».
2055. Ieri intorno alle 17, durante la consueta passeggiata pomeridiana, abbiamo visto l’arrivo di un’eliambulanza: all’inizio qualcuno tra i bagnanti sperava si trattasse di un’esercitazione, ma giunti ai bagni 117 (i Virgilio sono il numero 46) abbiamo attraversato lo scompiglio causato tra i lettini dal mancato atterraggio (i soccorritori si erano dovuti calare con il verricello) mentre una ragazza ancora tentava la rianimazione (sembrava un’operazione ormai senza speranza). Trascorsa una mezzora, tornando indietro, ho intravisto, seminascosto da una barriera di lettini e senza nessuno intorno, il cadavere coperto dagli asciugamani, le luci dell’autoambulanza che lampeggiavano davanti all’inizio della passerella. Secondo le prime notizie che son riuscito a raccogliere, la vittima era un settantenne turista proveniente dal nord. Venerdì intorno alle 13, sempre ai bagni 117, era morto nello stesso modo (malore appena entrato in acqua) un 85enne: tornato sotto l’ombrellone, mi è venuto da pensare che firmerei subito per andarmene nello stesso modo nel 2055 (e se mi offrissero il 2040?), ma son discorsi che si fanno finché quel giorno non s’avvicina, e comunque è meglio non farsi sentire dalla Santa. P. S.: Dopo 23 giorni volge oggi al termine la villeggiatura sulla spiaggia di velluto. Vado a fare un rapido pit stop a Piediluco, non è escluso riprenda le trasmissioni una volta arrivato in Sardegna.
Franca Valeri: «Penso, chissà se è giusto, che quando si ama qualcuno è più affascinante possederlo con i gesti della tua vita che con quelli del sesso». Mia moglie tutte le sere si addormenta con la testa sul mio petto: siccome succede da più di trent’anni, ormai ha scavato all’altezza dello sterno una specie di nicchia della Madonna. Se morissi decapitato, son sicuro che il modo più semplice di identificarmi sarebbe appoggiare il suo profilo sul torso (pare uscita da lì come le statuine di Das dallo stampino che usavamo a scuola) • Oriana Fallaci era definita «Uoma» da alcuni colleghi invidiosi. Io nel 2000 a cena con alcunicolleghi di Napoli mi feci scappare «Mia moglie cià du’ coglioni così!» • Un Gianluigi detto Cassano per via dell’accento barese, solito dormire su una panchina in via Mastai a Senigallia, ha vinto 37.045 euro al SuperEnalotto. Nel 2012, davanti al maxischermo di Madison Square a New York per il derby di baseball Yankees-Mets, vinsi due biglietti per vedere una partita dal luxury box di Southwest. Non gioco mai a niente, il ticket della riffa me l’avevano messo in mano a forza, ma credo che Sara non mi abbia mai visto felice come quel giorno: «Io??? Tra tutte queste migliaia di persone ho vinto io??? Io che non ho mai avuto un colpo di culo in vita mia???? Dio ha scelto me????». Una gioia che di più, forse, solo Tardelli dopo il gol al Bernabéu contro la Germania. Poi, certo, fortunato fino a un certo punto: io sono tifosissimo degli Yankees, ovviamente ho vinto i biglietti per i Mets... • Tra le recensioni dei libri vedo Le ossa dei Caprotti. Una storia italiana. Nell’inverno del 1994 accompagnai Sara (che ancora non era mia moglie), fresca di laurea, a Rescaldina per un colloquio di lavoro con Esselunga (all’epoca sognava di lavorare per loro come io per “Cuore”). Io dovevo ancora iniziare la tesi. E qui, di questi tempi, la domanda sorge spontanea: si è laureata prima di te? E non hai mai pensato, se non di ucciderla, almeno di chiederle di andare un po’ più piano? La risposta è no, e questo non basta a provare che io sia migliore di Turetta: semplicemente, è due anni più vecchia di me («Il comico è un maleducato di classe» dice Francesco Salvi, qui si confema la prima parte ma non si scorge la seconda). Quanto alla inevitabile competizione coniugale, io penso di aver vinto perché sono stato più veloce di 7 mesi, lei pensa lostesso perché ha preso un misero punto in più, 106 a 105 («’orto muso», mi dice citando a supporto della sua tesi il mio concittadino Massimiliano Allegri, e fa pure un discreto accento livornese).
Laureato in Economia e Politica del Lavoro, se la mia vita fosse andata diversamente adesso scriverei un libro ispirato a quell'adesivo attaccato sul cassonetto che m’incanta ogni volta che vado a buttare plastica e metalli: «Imbianchino italiano onesto» (pure chi vanta il primo requisito sa che nascono dubbi sulla consequenzialità del secondo).
In Kansas, nel 2014, il nostro vicino Jesson ci rovinò l’estate per costruirsi un’enorme piscina: faceva il giardiniere, l’inverno per tirar su qualche dollaro montava sulle case gli addobbi natalizi, finì che per sdebitarsi ce li offrì gratis. Siccome aveva molto da farsi perdonare, alla fine del lavoro il vialetto d’ingresso era illuminato da così tante lampadine che per poco qualche aeroplano non lo scambiò per una pista d’atterraggio; tutta la silohuette della casa lampeggiava dal tramonto a mezzanotte di verde, bianco e rosso (cosi che tutti sapessero che lì vivevano “the italians”). Quando chiesi a Peter, il capo di Sara, se anche lui e sua moglie avessero allestito qualcosa di simile, l’austero danese, ricco che per dirla con Fabrizio Corona avrebbe potuto comprarci e metterci in giardino, mi rispose con tutto il gelo accumulato nella terra natia: «We are humble people».
«Al mattino, succedeva una cosa stranissima, c’era un sacco di gente che andava in giro legata a un cane» scrisse il cantastorie senegalese invitato a
osservare i bolognesi. Mi viene in mente la battuta sentita a teatro da Jerry Seinfeld (la sua sitcom è immancabilmente al primo posto nelle classifiche
americane di tutti i tempi): «Dogs are the leaders of the planet. If you see two life forms, one of them’s making a poop, the other one’s carrying it for him, who would you assume is in charge?» • Secondo il presidente federale Angelo Binaghi il tennis ha in sé «uno straordinario valore economico e sociale». Economico ok, ma, io che ho visto nella mia gioventù troppi tornei di tennis tra gli ospiti del Bagno Florida di Tirrenia, sul sociale ho dei grossi dubbi. I labronici emuli di Lendl e McEnroe si sfidavano sotto il solleone a colpi di «prendi ’sta palla corta, allezzìto [1]», «rincorri ’sto pallonetto, caarìtto [2]». Finiva che per regolare i conti saltavano la rete al ritmo con cui il leggendario Edwin Moses saltava gli ostacoli nei 400: ogni 13 passi. [1] Indigente, ridotto in miseria, ma anche inetto, inesperto, incapace di riuscire in una qualsivoglia attività. [2] Uomo così basso che non ha bisogno di sedersi per cacare, ma anche di nessun valore, sbruffone da quattro soldi (Dizionario livornese a cura di Mauro Catarsi) • «Ho una fortuna immensa: da 43 anni sto con una donna meravigliosa», dice Roberto Vecchioni. Sono appena arrivato a 31 e pure io «nemmeno riesco a comprarmi dei calzini se non c’è lei». La par condicio mi obbliga purtroppo ad aggiungere che lei non è in grado di raccogliere le mutande dal pavimento se non ci sono io • «Una separazione indiana pare destinata a spostare molte più rupie del più sfarzoso dei matrimoni». Sebbene mia moglie si raccomandi sempre che con le donne americane su certi argomenti non si scherza, l’altra sera a cena con una sua collega in arrivo da New York non ho resistito e, finita la conversazione sul blockbuster di Greta Gerwig, ho citato la battuta sentita la prima volta tanti anni fa in non ricordo che film (Giuseppe Battiston in Pane e tulipani?): «La migliore versione di Barbie è quella divorziata: ha la casa di Ken, la macchina di Ken...». Fortuna che Sara, forse perché inconsciamente pronta a diventare vedova, ha cominciato a togliersi la fede, quella l’ha preso come un gesto di disapprovazione e tanto le è bastato.
Oggi mi vengono in mente due storie dei miei tempi ai Geometri: una riguarda l’insegnante di Costruzioni e la dichiarazione dei redditi, ma lascio perdere, si sa mai mi leggessero a Kpmg o all’Agenzia delle Entrate; l'altra il mio compagno di classe Massimo Barsotti (credo adesso faccia l’operaio alla Piaggio di Pontedera). Era già stato bocciato due volte, ma era figlio di professori e certo non stupido, la sua specialità erano le proiezioni ortogonali (il mio tallone d'Achille). Un giorno che il compito era abbastanza complicato, era l’unico a capirci qualcosa, ma a quanti lo sollecitavano a passare la soluzione rispose senza astio: «A me non mi ha mai aiutato nessuno...». Aveva ragione, e nessuno fiatò: pure io che i compiti li passavo (sempre stato molto popolare per un saccente secchione), non per cattiveria ma per distrazione o forse perché mi stava troppo lontano col banco, non gli avevo mai prestato attenzione. Giunto a 53 anni e mezzo passati, io sono nel pieno della fase “Barsotti”, e lo so, ha ragione Sara quando dice che non è vero che non mi ha mai aiutato nessuno (per giustizia dovrei fare almeno almeno il nome della mia preside ai Geometri, che sapendomi un povero orfanello mi fece piovere dal cielo la borsa di studio con alloggio alla Bocconi, e del direttore del pensionato Bocconi, che mi salvò la vita la volta che feci un'enorme cazzata, e gli avevo pure mentito), però così mi sento... Magari invecchiando passerà... Questa forse non è da pubblicare, che viene fuori un po’ troppo la malinconia del comico • Furbetti del cartellino”. Il 27 settembre 1995, appena arrivato da Cadimare al VI Deposito Aereo di Fiumicino, mi portarono a conoscere il maresciallo in capo: lo sorpresi mentre, nel suo ufficio trasformato in officina, stava assemblando il modellino di un galeone. Arrivato il venerdì, orario d’uscita le 14, si stendeva due ore sulla brandina e incassava gli straordinari (tutto il lavoro lo facevamo noi di leva). Su consiglio del mio avvocato, ho omesso di mettere il nome, ma se mi cita in tribunale chiamo a testimoniare i miei commilitoni Bracci e Nastasia (memorabile la volta in cui, certo di non essere sentito, quest’ultimo gli urlò dietro il peggior insulto che gli era venuto in mente: «Ma no’ ’o vedi che sei pelatooooooooo!!!!»). Mi sa che ne esce materiale per almeno una dozzina di taccuini.
Due milioni di italiani fanno la pipì a letto. Guai a chi mi tocca New York, ma avendo vissuto cinque anni a Lawrence/Kansas so che nel Midwest detestano sia la città che i suoi abitanti (una volta la segretaria di Sara, visti i nostri frequenti
weekend nella Grande Mela, le chiese: «Ma perché ci andate così spesso? Avete parenti?», valle a spiegare che preferivamo Broadway e il Guggenheim a un campo di girasoli...). Principale argomento che usano: la sporcizia. Avevo sempre
ribattuto usando la battuta di Woody Allen (credo che ai loro occhi apparissi esattamente come lui) in Io e Annie: «I’m into garbage. It’s my thing» (in
cambio, più che risate, sguardi perplessi). Così finché un giorno vidi un senzatetto che a Union Square cercava di fare pipì in un cesto dell’immondizia: essendo ad una distanza che nella pallacanestro avrebbe qualificato il tiro come “da tre”, non riusciva a far centro. La gente intorno, invece di condannare il gesto, s’era appassionata e gli urlava «get closer, you are missing it» con una
partecipazione che ho visto solo nei tifosi dei miei adoratissimi Yankees, quando il battitore non riesce a colpire con la mazza la palla da baseball. Tornato a casa raccontai l’episodio al mio vicino Scott (il sosia di George W. Bush, giusto con qualche chilo in più): lui mi guardò beato come se mi avesse ammansito. tipo San Francesco col lupo. Io non ebbi il cuore di non lasciarglielo credere • Per me il comunismo non è finito col crollo dell’Unione Sovietica o con la Svolta della Bolognina, ma durante una cena alla Torricella (Testaccio) nell’estate del 1998. Io e Sara ci eravamo appena seduti quando arrivarono Giorgio Napolitano, all’epoca ministro dell’Interno, ed Emanuele Macaluso: da quel momento i camerieri non ebbero occhi che per loro (a chi gli chiedeva «ma i miei tonnarelli? Li ho ordinati mezz’ora fa» o non rispondevano o lo facevano con un «ma nun me romper er...», non proprio così ma quasi). Finita la lautissima cena, i compagni fecero la mossa di pagare, ma il padrone li fermò che la mano non era ancora entrata nella tasca (credo di Macaluso) e i due se ne andarono con tanti saluti. Noi ancora stavamo aspettando l’antipasto. Peggio mi è andata solo la volta che siamo usciti da Nobu in contemporanea con John McEnroe: lui circondato da un codazzo di camerieri, noi completamente ignorati (mi fosse venuto un infarto, sicuro che prima avrebbero chiamato il suo taxi e poi la mia ambulanza) • Ilaria Cerrina Ferroni, moglie di Giorgio Forattini, dice che lui prima stava con Samaritana Rattazzi «che fortunatamente si innamorò di un altro». Prima di mettersi con me, Sara stava con un mio amico, leggendo queste righe mi è venuto il dubbio che a Cosenza ci sia una donna che dice la stessa cosa (sarò mica nient’altro che «l’altro»?) • L’under 21 ha pareggiato con l’Irlanda in “zona Cesarini”. Nel mio lessico famigliare abbiamo un modo di indicare l’esatto contrario: «Tardi pilasti!». Viene da mio nonno che raccontava la storia di un tizio che, mentre ingoiava un uovo, udito un pigolìo aveva esclamato: «Tardi pilasti!». Esempio: se mi accorgo che domenica alle 18 c’è il derby Lazio-Roma e Sara ha già comprato i biglietti per il teatro alle 17, l’unica risposta che riceverò sarà: «Tardi pilasti!» • L’Olanda va al voto. A primavera il nostro amico olandese Yves, venuto in vacanza in Italia con la consorte, ha deciso di spendere un pomeriggio per visitare la Cascata delle Marmore. Poiché eravamo vicinissimi, nella nostra casa sul lago di Piediluco, l’abbiamo raggiunto per fare gli onori di casa. Terminati i saluti di prassi, mia moglie s’è raccomandata «Il parcheggio va pagato» e lui, fulmineo come avesse la battuta pronta da anni e stesse solo aspettando il momento giusto per usarla: «Sara, noi siamo del Nord Europa» • Mi duole ma ancora una volta devo dissentire da Langone: siamo andati a cena all’Osteria Francescana il 12 marzo per festeggiare con un giorno d’anticipo il mio compleanno (era il regalo di quella gran paracula di mia moglie). Un disastro: non tanto per la cena, ma per il fatto che Massimo Bottura, fino a quel momento l’idolo di Sara, proprio non s’è fatto vedere (l’abbiamo incrociato solo nel pomeriggio mentre faceva lo “sbracione” nel centro di Modena al volante della Ferrari). Quanto ho goduto quella sera nel ricordare a Sara che quando a Los Angeles siamo andati a cena a N. 10, il ristorante di Alessandro Del Piero, lui stava seduto nel tavolo accanto al nostro ed è pure venuto a salutarci (io sono immediatamente svenuto a occhi aperti).
Numeri. L’altra sera a cena mia moglie ha fatto casualmente trapelare che è tra i cento bocconiani selezionati per non voglio sapere quale libro di prossima uscita. Siccome è di quelli che devono sempre stravincere, ha aggiunto: «Sai qual è la percentuale delle donne?». Purtroppo per lei, chi cerca rogna con me casca male, e siccome mi diletto con numeri e statistiche ho subito trovato la risposta: «Sai cos’è ancora più raro delle donne? Gli uomini con la moglie in quella lista. Vuoi una cosa ancora più rara? I bocconiani con la moglie in quella cavolo di lista». Gioco, partita, incontro. Per me, pensavo (più tardi, a letto, m’è venuto il dubbio).
Album. Questa ho già provato a piazzarla senza successo, ma mia moglie insegna che non importa quante volte ti hanno detto no, prima o poi ti diranno sì (la volta che l’ho raccontato al suo capo Peter, lo sventurato mi ha risposto «Finalmente qualcuno che mi capisce» e c’è mancato un pelo che m’abbracciasse»). Il cugino di un mio amico colleziona da trent’anni i ritagli di giornale con le notizie dei suoi arresti: «È arrivato a tre album».
Settantacinque anni fa (21 novembre 1948) venne proiettato per la prima volta Ladri di biciclette. La sera che siamo andati all’Enoteca Pinchiorri diluviava. Ci siamo fatti prestare un ombrello dall’albergo e, quando eravamo quasi tornati indietro dopo la cena, mi sono accorto che l’avevo dimenticato al ristorante. Ho detto a mia moglie di aspettarmi e sono andato a prenderlo. Arrivato all’Enoteca, ho scoperto che non c’era più. Anche se era abbastanza ridicolo prendersela per un misero ombrello dopo aver pagato quel conto record senza fiatare, ho dato di matto (per usare il lessico familiare, ho fatto una “parrinata”, sicuro hanno pensato che in realtà me l’ero presa per la cifra di cui m’avevano alleggerito). Il cameriere ha subito dato la colpa alla gente «che è maleducata», ma io ho dato la colpa a lui che l’aveva messo nella cesta dell’albergo in cui si trova il ristorante (chi l’aveva preso era incolpevole, non è che si mettono a controllare il nome). Poiché non c’era verso di calmarmi e s’era fatta gente, m’hanno suggerito di prenderne uno dei loro: ho respinto l’offerta indignato e me ne sono andato. Quando l’ho raggiunta, mia moglie ha immediatamente rotto il fronte della fermezza e nonostante le mie proteste mi ha spedito indietro a prendere un ombrello che fosse uno: non credo riuscirò mai a dimenticare lo sguardo pieno di compatimento del cameriere che m’ha beccato mentre, tornato quatto quatto, ne sceglievo uno tra quelli nel cesto... P.S. Siccome conosco fin troppo bene il sarcasmo dei miei amici livornesi, gli risparmio la fatica e la battuta me la faccio da solo (immaginatela detta da Massimiliano Allegri, l’allenatore della Juventus): «E sa’ ’osa, hai scritto Ladri di biciclette» • La settimana scorsa, per qualche giorno, mi sono immaginato insieme a mia moglie nella pagina dei delitti. Qualcuno aveva chiuso la cassaforte della nostra casa ternana ed essendo un maniaco dell’ordine, tutti sospettano di me (ma se non sono innocente sono completamente rimbambito, perché proprio non lo ricordo). Problema: non avevamo mai pensato di farci dare la combinazione (so già che Sara, leggendo queste righe, commenterà: «Strano che non hai scritto pure quella...»). Vano ogni tentativo di rintracciare l’inquilina precedente, sono stato preso dal panico e non riuscivo a togliermi di testa questo scenario: entrano i ladri, vedono la cassaforte, gli dico che è vuota e che comunque non so la combinazione. E quando ci credono? Bim bum bam... ah, ti credi un duro... bam bum bim ... proprio non vuoi parlare... Non mi davo pace, nessuno avrebbe mai potuto credermi così cretino, poi un mio amico m’ha detto: «Forse se provassi a fargli leggere il Taccuino d’Anteprima...» • La Nazionale di calcio s’è qualificata per Germania 2024. Siccome non ne posso più di quelli che non perdono occasione per ricordare che abbiamo saltato la fase finale di Russia 2018 e Qatar 2022, ho detto a Sara: «Io firmo tutta la vita per vincere un Europeo in cambio di due mancate qualificazioni ai Mondiali». Ho capito subito dal suo sguardo che non avrei potuto spiegare meglio la differenza tra di noi (capirai, è più insaziabile di Verstappen e Djokovic messi insieme) • Confesso la sensazione di rivincita alla Conte di Montecristo provata nel leggere Franco Campese che definisce «un omonimo improbabile costumista». Massimo Cantini Parrini, uno che ha in bacheca due candidature all’Oscar, cinque David di Donatello, tre Nastri d’argento ecc. (io giusto una medaglia di bronzo ai Giochi della Gioventù, il premio “Fair Play” del torneo di calcetto e la “segnalazione” come poeta bocconiano, that’s it).
«Meglio fare i settentrionali d’Italia che i terroni d’Austria». La mattina del 23 maggio 1996 trovai sulla mia telescrivente all’ufficio marconisti del VI Deposito Aereo di Fiumicino una letterina scritta dal commilitone Bracci, romanista che sapendomi juventino voleva felicitarsi con me per la vittoria in Champions League del giorno prima (aveva fatto il turno di notte). Formidabile già dall’incipit: «Parrini terrone», detto da un romano a un livornese. Quando torna la Champions la trascrivo tutta • Massimo Fini e i ceffoni di Panagulis alla Fallaci. Viva il teatro, ma confesso che mi capita spesso di trovare più interessanti le conversazioni che origlio dopo, durante la cena. A Milano sono andato a vedere Il barone rampante: era più lungo del previsto, il giorno seguente dovevamo partire per Bilbao (Yayoi Kusama al Guggenheim), saltare la cena neanche a parlarne (come si dice, «con la cultura non si mangia»), all’intervallo siamo scappati in pizzeria. Accanto a noi una tavolata con una decina di uomini, a capotavola un enorme esemplare di maschio Alpha che diceva di lavorare nella sicurezza (vantava pure consulenze con gli israeliani, ma questo era prima del 7 ottobre, non so se lo fa ancora). Raccontava storie tipo questa: coinvolto in una lite stradale, aveva avvisato il rivale dicendogli «Senti, ho già sette denunce, ti do tre cazzotti di vantaggio, poi comincio io». Un aneddoto simile l’avevo già sentito da Nils Liedholm, comunque l’ha raccontato talmente bene che non sono riuscito a togliermelo dalla testa per giorni e quando al supermercato una vecchietta mi ha ingiustamente accusato di aver saltato la fila c’è mancato poco che le dicessi: «Senta, le do tre cazzotti di vantaggio...» • Sheynnis Palacios, nicaraguense di 23 anni, è stata eletta Miss Universo. Nella primavera del 1992, ispirate da “Le 5 cose per cui vale la pena vivere” del settimanale Cuore, le ragazze del Pensionato Bocconi lanciarono il sondaggio “I 5 studenti per cui vale la pena vivere”. Vincitore il bellissimo e perciò imbattibile “faffino” Mascetra, scoprii con mia grande sorpresa che ero arrivato secondo. Ero sul punto di montarmi la testa quando fui affiancato da quello che credevo un amico. Letti sul cartellone i risultati, mi guardò schifato ed esclamò ad alta voce: «Te secondo??? Ma questo è un voto di protesta!!!». Mai ’na gioia • Alla nazionale serve un pareggio con l’Ucraina per la qualificazione agli Europei. In uno dei tornei di calcetto del Pensionato Bocconi (lo so, mi ripeto, ma da lì vengo) formammo una squadra di 4: io giocavo ultimo uomo, a tutto campo Davide Pelusi, all’epoca il più grande campione mai visto da quelle parti (ok, ci sarebbe Fuffo Bernardini, ma lui è fuori concorso), poi due ragazze della squadra universitaria femminile a rotazione (tra queste la mia futura moglie, un terzinaccio con i piedi poco educati, lenta come l’agonia ma con grande senso della posizione e, soprattutto, capace di tirar calcioni a chiunque le capitasse a tiro). Poiché, ultima partita del girone, bastava un pareggio ad entrambe le squadre, ci mettemmo d’accordo. A due minuti dalla fine gli avversari mi si aprirono davanti che manco il mar Rosso con Mosè, avanzai palla al piede come Higuita (ho appena visto il documentario su Netflix), chiusi gli occhi e con un tiraccio centrai, grazie a Dio, il palo. Quando a cena raccontai che eravamo d’accordo, non ci credette nessuno. Fortuna che non c’erano in giro Roberto Chiodi e Oliviero Beha • Natalia Aspesi parla del Napoleone di Ridley Scott, a me piacerebbe che un qualche regista italiano girasse un film su “Quel dal formai”, come a Mantova chiamano l’atteso messia che dovrebbe punire chi salta la fila alla cassa, non dà la precedenza in rotatoria, scappa dal bar senza pagare o ha fatto semplicemente un po’ troppo il gradasso. Ho scoperto della sua esistenza parlando per un’ora delle ingiustizie del mondo con l’autista che mi stava portando a Canneto sull’Oglio per una cena Dal Pescatore (adesso direte: «Ma questo ci è o ci fa?», e così abbiamo sistemato pure Aldo Grasso su Morgan) • Il saccente del teatro (quello dei figli persi dal Manzoni), aveva esordito prendendosela con dei giovani che avevano scambiato l’Avvento per una festa religiosa (io era dai tempi di scuola che non pregavo così intensamente «Fa’ che non lo chieda a me, fa’ che non lo chieda a me, fa’ che non lo chieda a me»). Adesso scopro al terzo posto tra i libri più venduti su Amazon Calendario dell’Avvento, Escape Room: corro subito a comprarlo (all’Argentina ho fatto l’abbonamento, i posti sono fissi per tutto l’anno).
«Open a bottle of wine for me, baby». Century Tower, Hong Kong, per riparare un cesso al piano di sopra devono sfondare il soffitto di uno dei miei bagni: una puzza che manco a Roma d’estate quando fa sciopero l’Ama, ma l’appartamento è
enorme, sinceramente dal mio studio neanche si sente e i muratori fanno in mezza giornata un lavoro a regola d’arte. Suona la padrona dell’appartamento di sopra, si presenta, «Aida». «Ah, dico io, come l’opera». Risponde no: «I-D-A» (il solito italiano all’estero). Per scusarsi del disturbo mi regala una bottiglia di vino rosso, la liquido alla svelta senza darle tanta importanza. Arriva ora di cena, mia moglie cucina un piatto di pasta. Serve un bicchiere di vino, ma giusto uno, e siccome il giorno dopo dobbiamo partire per un weekend a Shanghai, non voglio sprecare niente di buono e apro con nonchalance la bottiglia della signora. Sara capisce dal mio sguardo appena l’assaggio che qualcosa non va. Le dico: «Corri, cerca su internet quanto costa». Boom: un migliaio di euro (quando gli ho raccontato la storia, un mio amico sommelier ha immediatamente indovinato l’etichetta). Son sicuro che tornando nella sua penthouse Ida ha detto al marito: «Te l’avevo detto che erano soldi sprecati» • Avvertenza, se non amate l’humour nero saltate subito al prossimo capitolo. Sabato a pranzo giochino su a chi assegnare la parte del protagonista in un eventuale film sul tizio che nel 2018, non trovando il coraggio di suicidarsi, uscì in strada con l’intenzione di ammazzare il primo che capitava e così trovare pace in galera: al termine di un acceso dibattito, ha vinto Massimo Ceccherini. Immediata unanimità invece su a chi affidare il ruolo dello psichiatra incaricato di interrogarlo: Checco Zalone (in realtà c’è uno che ha detto Leonardo Pieraccioni, ma quello non lo invitiamo più) • Osama che aveva tra i venti e i ventisei figli mi fa venire in mente una battuta sentita in platea al teatro aspettando l’inizio dello spettacolo. Un tizio saccentissimo non la smetteva di disquisire su questo e su quello, per fortuna i romani sanno mettere in riga chiunque e quando ha detto al vicino «Sai che Alessandro Manzoni aveva dieci figli? E li ha persi tutti...», quello gli ha risposto brutale: «E ancora ’n l’ha trovati?» • «Bandiera palestinese sulla Torre di Pisa». Gianni Agnelli diceva: «Mi emoziono persino quando leggo sul giornale la lettera J in qualche titolo», a me succede qualcosa di simile, seppure in altra direzione, quando leggo il nome di quella città che noi livornesi proprio non possiamo soffrire. Pumpkin carving party a Lawrence (Kansas) per Halloween, mentre cerco qualcosa di decente al barbecue mi si avvicina un cinese chiaramente a caccia d’amici (dalla faccia gli era già andata male con tutti gli americani) e per rompere il ghiaccio mi dice: «Italiano? Io ho studiato a Pisa». Pure la Ferrari non ha mai fatto una partenza peggiore • Moody’s ha confermato il giudizio sul debito italiano a Baa3. A inizio anni duemila, su insistenza di mia suocera, comprai dei titoli delle poste, passati vent’anni li ho incassati. Vedendo che il valore era triplicato, il cassiere prima mi ha fatto i complimenti, poi mi ha detto: «Voi siete stati la rovina dell’Italia». Ogni tanto la notte mi sveglio e penso a cosa mi diranno fra cinque anni quando mi dovranno rimborsare i Btp valore • Leggendo del supermatch di pugilato Fury-Usyk, mi è venuto in mente The Fight of the Century del 2 maggio 2015 tra Floyd Mayweather Jr. e Manny Pacquiao. Sempre a Lawrence, il mio vicino Scott (lo stesso del Pumpkin carving party) aveva speso 100 dollari di pay per view e organizzato una visione con gli amici. Uscito un attimo in giardino e colto alla sprovvista dal suo invito, non sapendo quale altra scusa inventare gli dissi che l’avevo già acquistato: non era vero, ma corsi subito a farlo. Questo per farvi capire quanto sono asociale. E quanto sono ricco • Sam Altman, amministratore delegato di ChatGPT, lascerà il suo posto perché non gode più della fiducia del board. Sono andato a trovare mio zio in ospedale. Senza neanche dirmi buonasera, mi ha squadrato in tralice da capo a piedi e mi ha detto: «Com’è che tutto a un tratto ti sei messo a scrivere queste sciocchezze?». Lì per lì ci sono rimasto male, poi ho trovato la risposta: «Perché ho una fifa boia di essere rimpiazzato dall’intelligenza artificiale» • Snoop Dogg ha chiuso con le canne. Nel maggio 2012 lo incrociai a Times Square: avete idea di quanto bisogna essere vanitosi? • Nancy Pelosi. Ogni volta che la vedo in tv penso a mio nonno (quello del cane) che si sarebbe certamente divertito un sacco a chiamarla «Nenzi Pelosa». «Guarda chi c’è alla televisione, Nenzi Pelosa!» (quello era il suo genere di humour, questo il mio dna).
Ascensori. Quel Savonarola di Massimo Perrone mi scrive che sul Taccuino sono talmente «sbracione» che se non mi conoscesse di persona mi troverebbe francamente insopportabile. Già mi immagino il mio idolo Ricky Gervais che se la gode: «Facile quando ridevi sul divano e gli insulti me li prendevo tutti io, mo' vediamo come te la cavi, “little funny man”». Capirai, è la storia della mia vita (beh, almeno della seconda parte). Nere York, entro nell’ascensore di casa insieme a una ragazza di chiare origini asiatiche. Io non farei conversazioni occasionali manco sotto tortura, ma lei immediatamente mi chiede: «Di dove sei?». «Italiano». «Ah, io sono appena stata in Toscana». «Io sono toscano». «Ah, io sono di Hong Kong». «Ho vissuto quattro anni a Hong Kong» (all’epoca, adesso sono sette). Lei mi guarda come per valutare se sono pure pericoloso. Poi, alla prima fermata, scende (son sicuro che non era il suo piano). E, si badi bene, ci trovavamo a Sky House, 11th East 29th street, tra Madison e la Fifth, non nelle case popolari del quartiere Shanghai a Livorno.
Domeniche. Telefona mio cugino: «Forse non ho capito bene: domenica pomeriggio sei andato al Teatro Argentina a vedere Un curioso accidente di Goldoni con Gabriele Lavia invece di andare allo stadio per Lazio-Roma???». Già mi stava saltando la mosca al naso. A parte che durante la memorabile finale dei mondiali Argentina-Francia (mica ’sto squallido zero a zero) stavo al Quirino a vedere Spettri di Ibsen con Andrea Fonasson, bisognerebbe che prima di aprir bocca la gente ricordasse che ho una moglie e non posso decidere da solo cosa fare la domenica: decide da sola lei.
A proposito della sparizione di Hiro, il gatto di Nino Frassica, e dei sette giovani cha hanno ammzzato una capretta a calci e pugni. Rimasto orfano e lasciata Livorno, andai a vivere da mia zia paterna in una casa sperduta nella campagna della Piana di Pisa. Ogni estate, parliamo degli anni Ottanta, il nostro giardino era invaso dai cani abbandonati lungo la strada. Un pomeriggio, intorno all’ora di pranzo, arrivò un simpaticissimo bastardino. Mio nonno, classe 1907, che neanche riusciva a concepire l’idea di animali che nonnfossero stati creati per farsi ammazzare da lui (s’allenava con polli e conigli), sorseggiando il caffè disse serafico: «Adesso vado a dormire un’oretta, quando mi sveglio prendo il fucile e gli sparo». Io e mio cugino più grande, che già aveva la patente, non sapendo cosa altro fare per salvarlo, lo caricammo in macchina e lo lasciammo nella pineta di Tombolo, a una distanza che ci sembrava di sicurezza. Tornati a casa col cuore spezzato (dimenticheremo mai l’immagine della sventurata creatura che rincorreva l’auto?), trovammo il nostro anziano vicino (viveva duecento metri a Nord) che parlava con mio nonno: «Dice che gli è scappato un cane...». Il vecchio Arturo era, come tutti nella zona tranne noi, un cacciatore, ne aveva così tanti
di cani che quello proprio non l’avevamo riconosciuto... Per la prescrizione credo che ormai stiamo a posto (io ero pure minorenne, mio nonno è morto da trent’anni, alle brutte va in galera mio cugino) • La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi è stato tradotto in cinese. Quando vivevo a Hong Kong andai a pranzo a The Charmain, Best Restaurant in Asia 2021 secondo San Pellegrino. Piatto più famoso i granchi, sinceramente ho mangiato meglio in certe baracchine sul mare a Livorno, ma non sono un esperto di cucina cinese. Però quando l’ho raccontato al mio amico Angelo, chef di Tosca di Angelo, il ristorante con la miglior vista d’Hong Kong, lui m’ha detto: «Guarda che io ne ho parlato con il mio staff cantonese, e mi hanno detto che quella cucina mandarina non la capiscono neanche loro». Ma ndo’ vado... • Su Gender, il sesso degli angeli e l’oblio dell’Occidente di Giulio Meotti, mi viene in mente la figlia adolescente del mio amico francese Yves, bullizzata in una scuola internazionale perché dovendo indicare il proprio genere era stata l’unica a dare la risposta che avrebbero dato mia nonna, mia madre e mia moglie • La Clerici controllava il telefonino dell’ex, io e mia moglie abbiamo tutto in comune sulla cloud, così, di tanto in tanto e non so per quale disguido, succede che, se qualcuno la chiama (pure mentre sta in ufficio) e non risponde alla svelta, squilla il mio computer. L’altro giorno, mentre stavo alla mia scrivania, m’è arrivata la videochiamata di uno che dalla faccia mi sembrava un cretino totale. Ero sicuro fosse telemarketing, stavo per urlargli di non provarci mai più, poi per fortuna ho controllato la rubrica ed ho visto che era il capo di Sara da Basilea • Marcella Bella, donna del desiderio. Alla cena d’addio dal Kansas, l’allora capo di Sara raccontò a tutti gli invitati di quando, in un ristorante non voglio sapere di che parte del mondo, tutta contenta perché si era accorta che qualcuno a un tavolo accanto le faceva gli occhi dolci, aveva esclamato: «I’m still in the Game!». Fortuna che reggo il vino • A Firenze è morta una donna per la dengue. Quando vivevo a Singapore, per debellarla facevano delle fumigation d’insetticidi così dense (visibilità zero per decine di metri) e tossiche che credo pure Israele si farebbe scupolo di usarle contro Hamas.
Monnezza. Questa mi è venuta in mente mentre il sacchetto dell’umido, lasciata la mia mano, volava attraverso il buco del cassonetto: quella volta che, nella hall di un grande albergo di New York, avendo sentito un tizio che mi urlava «mister Scrittore» un collega italiano incontrato per caso dopo molti anni mi disse sbalordito: «Caspita, sei famoso in America!» (non ebbi il coraggio di confessargli che il facchino con le valigie mi aveva appena chiamato col cognome di mia moglie).
Credendolo l’amministratore delegato di un’azienda di cibo per animali domestici, un giorno Gasparri strinse la mano al mio grande amico Chicco (l’ad era in realtà la moglie, in piedi accanto a lui, ancora da capire se più incredula, scocciata o divertita) • La mia amica Tracy cià una casa in multiproprietà ad Aruba (molti inviti caduti nel vuoto, noi siamo più da Bermuda) • Stefano Fassina, io matricola all’università, lui, laureando, era il leader del nostro gruppetto di giovani comunisti. Tempismo perfetto il mio: prima lezione in Bocconi il 9 ottobre 1989, esattamente un mese dopo, il 9 novembre, è caduto il muro di Berlino • Sara è una grandissima fan di David Bowie (in casa ho due grandi quadri pop, uno comprato in galleria a New York, l’altro a Miami, più altra memorabilia più o meno di valore). E morto il 10 gennaio 2016, pochi giorni dopo stavamo a Manhattan, le ultimissime rappresentazioni del suo Lazarus a Broadway costavano una follia, ma niente che non ci potessimo permettere. Abbiamo rinunciato, Sara ancora maledice quella decisione (la stessa cosa capita a me per i guanti firmati da Mike Tyson che non ho comprato quando l’ho visto nel suo show a Brooklyn) • In Kansas non trovavamo mai il vitello. Un giorno abbiamo fatto l’errore di chiedere al macellaio perché non lo vendevano, lui ci ha guardato come se gli avessimo chiesto un chilo di fettine di bambino e c’ha risposto: «Because it’s unethical», con un tono tipo «che domanda da cojone». Io gli volevo chiedere: scusa, e l’agnello allora? Ma Sara m’ha detto «per carità, fatti i cazzi tua» • Niederkofler, 490 euro a persona! Manco troppo (se Langone vedesse quanto ho pagato di vino all’enoteca Pinchiorri, e manco ci capisco un cazzo).
Gavettoni. A tutti quelli che dicono di non voler diventare famosi perché tra paparazzi, Corona, partner occasionali che ti vogliono incastrare, gente che ti chiede un selfie e/o un prestito ecc. «non si fa più vita», racconto di quando nell’estate del ’92, per lanciare il giornalino del campus Bocconi (più precisamente del pensionato, ma suona un po’ sfigato), ancora fortissima l’influenza dell’Indietro tutta! di Arbore & C. organizzammo un Campeonao Gavettonao: stabilito che chi avesse centrato con una secchiata il rettore Mario Monti avrebbe immediatamente ricevuto la coppa, attribuimmo ad ogni personaggio universitario un punteggio proporzionale all’importanza (per gli studenti alla “figaggine”). Capitava sovente che mentre qualcuno con la voce mi supplicava di non assegnargli troppi punti, con gli occhi mi chiedeva esattamente il contrario, nonostante ciò volesse dire poter essere costretti a cambiarsi d’abiti fino a una mezza dozzina di volte al giorno (tanto può la brama di status). La lettera potrebbe finire qui, ma forse i benemeriti che ancora non sono saltati a Mauro Della Porta Raffo (o a chiunque altro venga oggi dopo di me) vogliono conoscere il resto della storia e allora procedo. I primi scrupoli mi vennero quando Annona, la mia simpaticissima signora delle pulizie, fu centrata dal quinto piano: convinta di aver individuato il cecchino (ma santa donna, ancora non si è capito bene chi sparò a Kennedy e da dove...) fece irruzione nella camera di un’innocente studentessa e, afferrato il televisore decisa a lanciarlo dalla finestra (quello il massimo della vendetta che le era venuto in mente), fu placcata a pochi centimetri dalla meta con una “francesina” [andare in fondo alla nota 1] (ok, confesso, non fu una “francesina”, anche perché altrimenti addio tv e soprattutto addio Annona, ma ho imparato questo termine durante i mondiali di rugby e non vedevo l’ora di usarlo, sue me!). L’inizio della fine fu però quando decidemmo di collegare il valore del bersaglio alla qualità della sua scherma pugilistica: c’illudevamo che il rischio di avere tanti lividi sul corpo quanti punti in classifica avrebbe garantito l’autodisciplina, scoprimmo invece con nostra grande sorpresa (in rari casi con sgomento, in meno rari con soddisfazione) che negli esseri umani lo spirito agonistico è di gran lunga superiore all’istinto di conservazione e in via Bocconi 12 le risse divennero presto più frequenti che in un film di Bud Spencer & Terence Hill. Poiché gli scrosci non accennavano a diminuire, si passò (oh oh!) dalla caccia al concorrente a quella all’organizzatore finché un bloody sunday ci vennero a prendere uno a uno nelle camere (qualche delatore aveva fornito loro una dettagliatissima lista) in un raid come non si vedevano dall’Argentina di Videla. Io, per fortuna, quel weekend ero andato a casa, ma quando tornai a Milano fui informato dai miei colleghi incerottati che il torneo era stato chiuso («aho, toscano, qua c’ammazzano tutti!»). Un’ultima cosa: forse a qualcuno è rimasta la curiosità, e la risposta è no, Mario Monti non fu mai sfiorato neanche da una goccia. Passati ormai più di trent'anni, ancora mi rimane il dubbio: fu il coraggio che mancò o l’opportunità? [1] Qui non va intesa come il tradizionale piatto della cucina toscana, di quelli per stendere la rubiconda Annona non ne sarebbe certo bastato uno, ma come lo sgambetto effettuato afferrando in tuffo con una mano la caviglia dell'avversario (tornare al testo).
Tasti. Nell’inverno 1999/2000 quel matto di Andrea Greco, illustre firma di “Oggi” all’epoca capo della rubrica motori dell’agenzia Chilometri (con l’ancor più matto vice Alessio Viola formava un’esilarante coppia che nei miei ricordi è diventata leggendaria), essendosi rotto un tasto del computer ma non volendo gravare sui magri bilanci aziendali passò mesi a scrivere lanci senza utilizzare quella lettera (gli scappò detto così, con nonchalance, durante una pausa davanti alla macchinetta del caffe).
Teatro. Domenica pomeriggio intorno alle 16.30, una signora tutta in ghingheri sul ponte di Castel Sant'Angelo diceva al telefono (forse proprio al telefono inteso come oggetto, non come mezzo di comunicazione): «Io gliel’ho detto, è colpa vostra che avete messo sul trono un argentino! - con lo stesso tono che usava Vittorio Cecchi Gori in via di separazione riducendo la moglie Rita Rusic a «una croata!» - Sai cosa m’ha risposto Bagnasco? “Ma noi non credevamo...”». E poi, qualche passo più in là: «Il Signor Vostro, quanno je rode er culo, se butta malato». Io ero pronto a seguirla se non fino in capo al mondo almeno fino alla fine della telefonata (non è da escludere che le due destinazioni avrebbero finito col coincidere), ma mia moglie, certa che fosse una mitomane, m’ha trascinato a vedere Un curioso accidente con Gabriele Lavia al Teatro Argentina: è una decisione che non mi sento di maledire, ma certo nessuna battuta del testo di Goldoni ha catturato la mia attenzione come «Il Signor Vostro, quanno je rode er culo...».
Juve. Ovviamente, la mia frase preferita di Togliatti è questa:«Cos’ha fatto ieri la Juve? Tu pretendi di fare la rivoluzione senza sapere i risultati della Juve?» (a Pietro Secchia).
Ladri. La faccia di quel commerciante umbro che stufo dei ripetuti furti si era fatto montare la più resistente porta blindata disponibile sul mercato quando, tornando a casa, aveva scoperto che i ladri, non riuscendo a sfondare dall’ingresso principale, erano entrati da un enorme buco aperto nella parete adiacente; e quella di un suo collega che davanti al buco si vantava perché lui era stato rapinato da «grandissimi professionisti» che in meno di mezz’ora gli avevano aperto una cassaforte venduta come inespugnabile
Coca. Il caro Furfaro può lavorare da qui all’eternità, ma non troverà mai una recensione migliore di quella del mio commilitone Nastasia che nel 1995, entrando nell’ufficio marconisti al VI Deposito aereo di Fiumicino, entusiasta per aver scoperto tra i libri a mille lire tanto in voga all’epoca Coca e Cocaina, si portò la mano aperta alla bocca e mi urlò nelle orecchie: «’a da vede’ come pippava Froooooüinddddd!».
Reality. Oggi che mia moglie lavora da casa (bei tempi quando lo facevamo solo noi), mi è venuto in mente il format per un reality show (e qui apro l’asta tra Rai, Mediaset ecc.): si ascoltano le telefonate del partner in smart working, chiama John Doe e dice male di Jane Doe, poi chiama Jane Doe e dice male di John Doe, poi in teleconference John Doe e Jane Doe si giurano eterno amore (a buciardi!!!!!!). La sera, a cena, si celebra il televoto: «Mica caccerete Tizio? Ho sentito benissimo, è tutta colpa di Caio!». Ps: Si sa mai ci fosse qualcuno a Nero York che legge il Taccuino, ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale, che mia moglie ci mette un attimo a rincorrermi per tutta casa col mattarello.
Toilette. Ieri al ristorante un mio amico non la smetteva di ripetere che viaggiare non serve a niente, allora ho perso la pazienza e gli ho detto: «Senti un po’, durante le vacanze di Natale del 2019 nelle Filippine ho visto con questi due occhi una trattoria, The Boracay Toilette, che serviva le pietanze fumanti in piatti a forma di cesso. Ho provato ad andarci a cena, ma purtroppo era tutto prenotato fino alla Befana». Niente, è rimasto della sua idea.
Carrambate. Conversando con un amico operaio che aspetta da una vita la Rivoluzione e non si capacita di come non si trovi un nuovo Lenin, mi è tornato in mente un episodio della mia infanzia. Fine anni Settanta, oratorio dei Salesiani a Livorno, i bambini della mia classe di terza elementare sono divisi in due squadre di calcio secondo un format la cui origine non ricordo (ma, a naso, direi idea di uno juventino): da una parte i cinque migliori (io tra questi, al massimo il quarto in ordine di bravura, ma tanto mi basta), dall’altra il resto della classe, una dozzina abbondante di pipponi senza speranza. Palla al centro, 1-0 per noi, ma Facchini, che tutto a un tratto è cresciuto dieci centimetri abbondanti, pareggia. Poco male, palla al centro, 2-1, ma subito Facchini fa 2-2. Ok, adesso basta, palla al centro, 3-2, ma non c’è quasi il tempo di darsi il cinque che Facchini fa tre pari. Mentre i peggiori, impazziti di gioia intorno a quello che più che un bomber ormai sembra loro un messia, sono pronti ad issarlo sulle spalle in trionfo non dico come Spartacus ma almeno almeno come Bearzot al Bernabeu, noi ci guardiamo spaesati finché Diego, il nostro capitano, con la sicumera propria di tutti i tiranni della storia usa le mani per farci cenno di star calmi, poi punta l’indice in avanti e, con una scelta tecnicamente indiscutibile (stiamo parlando di una tripletta che in confronto Paolo Rossi al Sarriá je spiccia casa) ma di una crudeltà che solo i bambini con i coetanei, ordina: «Facchini, coi migliori!».
Penne infinitamente migliori della mia non saprebbero descrivere a pieno lo sgomento che invase in un attimo le facce di quelli che erano tornati ad essere nient’altro che una banda di patetici pipponi, attoniti mentre guardavano il traditore trotterellare sorridente verso l’altra metà del campo. Adesso, caro amico mio, per la Rivoluzione la vedo dura, ma magari viene fuori una versione cinematografica di questa storia (Peggiori-Migliori 4-3) firmata da Marco Bellocchio: nel climax Facchini fa il gran rifiuto (tutt'altro che per viltade) e come Rivera all’Azteca segna ai supplementari il gol decisivo con un gran piattone; poi, mentre partono i titoli di coda, citando la celebre telecronaca Rai si ode in lontananza la voce di un bambino, non si sa se più entusiasta o incredula, che grida «Vinciamo! Vinciamo! Vinciamo!». A me sembra molto meglio de Il sol dell’avvenire di Nanni Moretti, se tanto mi dà tanto ci vediamo tra qualche anno a Cannes, sul palco i “peggiori” ormai invecchiati, poi arriva Facchini e tutto finisce con una bella carrambata.
Papi. Intervistato dal Tgl, parlando di calciatori, papa Francesco, invece di scegliere fra gli argentini Messi e Maradona, ha optato per il brasiliano Pelé: a Buenos Aires e dintorni hanno gridato allo scandalo che manco se avesse bestemmiato durante l’Angelus. A me è venuto in mente di guardare chi è il capocannoniere della Serie A da quando il 13 marzo 2013 è salito al soglio pontificio. Risultato: 1) Ciro Immobile 192, 2) Gonzalo Higuain 125, 3) Domenico Berardi 117.
E i capocannonieri durante i pontificati degli altri papi?
• Benedetto XVI: 1. Antonio Di Natale 142, 2. Francesco Totti 114, 3. Zlatan
Ibrahimovic 107
• Giovanni Paolo II: 1. Roberto Baggio 205, 2. Giuseppe
Signori 188, 3. Gabriel Omar Batistuta 183
-
Paolo VI: 1. Roberto Boninsegna 161, 2. Gigi Riva 156, 3. Giuseppe Savoldi 148;
-
Giovanni XXIII: 1. José Altafini 100, 2. Omar Sivori 94, 3. Kurt Hamrin 91;
-
Pio XII: 1. Gunnar Nordahl 224, 2. Amedeo Amadei 173, 3. Giampiero Boniperti
159;
• Pio XI: 1. Giuseppe Meazza 195, 2. Silvio Piola 131, 3. Angelo Schiavio 109.
Giovanni Paolo I, eletto il 26 agosto 1978, morì il 28 settembre, tre giorni prima che iniziasse il campionato: poiché Wojtyla fu eletto il 18 ottobre, dopo che si erano disputate le prime tre giornate, il titolo va a Roberto Bettega con 4 gol, seguito da Egidio Calloni, Renzo Garlaschelli, Bruno Giordano e Francesco Vincenzi con 3»
Dollari. Scorrendo la interminabile lista dei libri di Furfaro, mi è venuto in mente quel signore che da Barnes & Noble a Union Square, pronto a pagare una dozzina di libri, rispose alla cassiera che gli chiedeva se volesse aggiungere una donazione di due dollari per il Children’s Center for Cancer: «Hmmmm, I don’t have money for that».
Culi. Massimo Perrone mi scrive: «Mi sembra di ricordare una tua battuta (che mi riferisti), in Texas o da quelle parti, quando parlando con ospiti dicesti che è inutile avere troppi bagni perché comunque il culo è uno solo...:-)». Adesso, per la verità storica, la frase esatta, che sintetizza il mio imbarazzo di ex sottoproletario colto da eccessivo benessere, e che mi valse dai miei ospiti dello Stato dei girasoli un'ovazione che manco i leggendari Jayhawks del Kansas (là vivevo all’epoca) fu: «Nobody should have more bathrooms than assholes» (al momento, fra Roma, Terni, Terni 2 e Piediluco stamo a 6 BR/AH).
Anal. La rubrica di Lorenzetto è “anal”, che in inglese non vuol dire quel che si penserebbe. Lo so perché una volta a cena il figlio del mio amico Martin ha esclamato, con fortissimo accento oxfordiano: «My father is anal» «Wait, what?». «anal adj, informal (person: compulsive, meticulous), pignolo, pedante agg; (colloquiale), rompiscatole...».
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