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Strega. Mi duole dirlo perché ormai mi sento parte della sestina, ma se l’anno scorso finito L’anniversario di Andrea Bajani non ho avuto neanche bisogno di leggere gli altri candidati per capire che avrebbe vinto il premio Strega, terminato I convitati di pietra di Michele Mari ho i miei grossi dubbi. Prima di partire da Milano, ho comprato alla Feltrinelli della Stazione Centrale il Platone - Una storia d’amore di Matteo Nucci: arrivato a pagina 56, sul mio personalissimo cartellino ha già accumulato un vantaggio che mi pare incolmabile (nonostante gli sforzi, non ho trovato neanche una pur vaga somiglianza con quanto pubblicato dal 2023 sul Taccuino).
Numeri. Sul treno per Terni, un anziano signore si è seduto accanto a una ragazzina di colore che arrivata alla sua destinazione, Orte, è stata premurosamente svegliata da un amico. Ancora intontita, ha cercato di uscire ma, essendo seduta al lato del finestrino, il vecchio alla sua destra è riuscito a bloccargli la via e l’ha convinta a fargli prima mettere sullo smartphone il suo numero di telefono («Magari un giorno mi chiami…»). Lei, che all’inizio non aveva capito, si è fatta finalmente largo ed è uscita con una faccia su cui mi sembravano apparsi all’improvviso tutti i mali del mondo.
Notevoli. Appena saliti sul Frecciarossa in partenza da Milano per Roma ho notato che seduta dietro la Santa c’era una politica di cui ho impiegato qualche secondo per ricordare il nome: Maria Pia Garavaglia, ministro della sanità nel governo Ciampi (1993-1994), presidente della Croce Rossa Italiana dal 1995 al 2002, vicesindaco di Roma con Walter Veltroni (2003-2008); mai citata da Prima Ora, stava in entrambe le edizioni del Catalogo dei Viventi. Sulla fila alla mia destra mi dava la faccia un indaffaratissimo ceo (così si era qualificato al telefono): usava parole come «fotonico» (il ritmo a cui voleva si muovesse la sua azienda) e «vaporizzo» (i collaboratori non fotonici), frasi come «non ti voglio pagare, ti voglio strapagare». Senza tregua nelle telefonate, a volte sembrava non parlare di affari, in una si giustificava per una qualche omissione («ho finito di lavorare all’una di notte, ho ricominciato allo sei di mattina…»), in quella alla «mammina» ha finto l’ingresso in un tunnel appena si è fatto vivo un altro imperdibile interlocutore. Stavamo per scendere quando ho notato che dalla sua valigia pendeva l’etichetta con il nome: Fabrizio Cardinali (il boss di Etro, ecco spiegata la magnifica giacca che indossava…). Arrivati in ritardo di un quarto d’ora, abbiamo perso la coincidenza per Terni. Un’ora di tempo a disposizione, siamo andati a mangiare qualcosa in stazione al Granaio, coffe e cucina. Appena seduto la Santa mi ha mormorato «l’immortale». Credevo volesse farmi notare che il tizio seduto alla sua sinistra (di fronte a me sulla destra) somigliava al personaggio interpretato da Marco D’Amore in Gomorra, ma quando gli ho dato un’occhiata più attenta ho visto che nascosto sotto il cappellino c’era proprio lui. A quel punto abbiamo finito in tutta fretta il panino con le melanzane e abbiamo tagliato la corda: non c’erano vie di fuga, fosse arrivato Genny Savastano a chiudere definitivamente i conti non avremmo avuto scampo.
Platone. Finiti I convitati di pietra, sono andato alla Feltrinelli di piazza Portello (quella di fronte all’iPer) per comprare l’unico titolo della sestina Strega che ancora mi mancava, il Platone - Una storia d’amore di Matteo Nucci. Dopo aver cercato invano per qualche minuto, un barbuto commesso ha firmato la resa comunicandomi tra l’incredulo e l’imbarazzato: «Mi sa che ce l’hanno rubato» (ovviamente non ho resistito alla tentazione di rispondergli «Quando si dice: va a ruba!»).
Litote. Andato in via Bocconi 12 per dare un’occhiata alla finestra di quella che per cinque anni fu la mia camera (sono un sentimentale), mi ha impressionato sfavorevolmente il numero di studenti che all’ora di pranzo consumavano spritz dove ai miei tempi stava la Stella Alpina, ma tornato in albergo mi è sembrata comunque esagerata la frase di Michele Mari letta a pagina 82 de I convitati di pietra, «[…] suonava al citofono del civico 10 di via Salasco, zona parco Ravizza, dove ai bei tempi c’erano i travestiti e dove adesso imperversavano gli orrendi bocconiani». P. S. A pagina 74, letta la frase «litote dovuta, pur non sapendo Brodo cosa fosse una litote», sono andato a rinfrescami la memoria ed ho scoperto che così si chiama il «Gnente non è» che esce così spesso della bocca dei ternani (ultima una commessa di Gaia omaggiandomi di un buono del valore di 4 euro per il prossimo acquisto di lame Gillette fusion 5).
Bottoni. Camminando lungo corso Sempione ho visto un pensionato che per attaccar bottone chiedeva alla giovane latinoamericana seduta sulla panchina al suo fianco «qual è il paese più pericoloso del Sudamerica?» (risposta: «Al momento, l’Ecuador»).
Chicane. Sul Frecciarossa per Milano sedeva alla nostra destra un’attempata coppia: lei, chiaramente una neofita del tennis, controllava continuamente il risultato del Cobolli, lui guardava il Gran Premio di Monaco e preso dallo sconforto ha messo via l’ipad appena Leclerc ha toccato il muro della Nouvelle Chicane (chiaramente non un neofita del Kimi).
Fascette. Leggendo sul Frecciarossa per Milano I convitati di pietra (in pole position per lo Strega) ho scoperto che la trama è incredibilmente somigliante alla Amstici Challenge che lanciai a fine 2023 col Taccuino (ancora attiva, vince chi sopravvive a tutti i Notevoli inclusi nel Catalogo dei Viventi 2009). Poiché il libro è tutto nell’idea (il resto lo scriverebbe pure l’intelligenza artificiale), non mi importa che Michele Mari fosse o meno all’epoca un lettore di Anteprima, già me la tiro come fossi nella sestina, e se vince brindo (intanto appendo nel mio studio la prima fascetta gialla).
Quote. È morta Marjane Satrapi. Quando vivevamo a Manhattan, un amico ternano insegnante di musica a Nyu vantava con lei una tale confidenza da chiamarla nelle nostre conversazioni «Marjane». La Santa mi ha raccontato che un’artista iraniana dello stesso giro cui aveva fatto visita a Brooklyn un sabato pomeriggio le aveva mostrato delle magnifiche animazioni di sua produzione: non ricordo se quel giorno era in programma un’importante partita della Juventus o se avevo semplicemente approfittato della scusa (ho da tempo immemorabile superato la quota limite di tipi da evitare, faccio molta resistenza all’idea di conoscere nuove persone), adesso che l’autrice di Persepolis è scomparsa un po’ mi pento di essermi lasciato sfuggire l’occasione di conoscerla.
Pappe. Guardando su Netflix Due spicci mi è venuta l’idea che il Secco, sempre a caccia di gelati, dovrebbe assolutamente andare a Senigallia per far visita al Maestro Paolo Brunelli* (non vedo l’ora di tornare in via Giosuè Carducci per un cono con la Pappa di Portorico e la crema che porta il suo nome). Devo a lui, che la citava in un’intervista, la scoperta di Mercato Trattoria pop, ristorante in cui ho cenato magnificamente la sera in cui Jannik Sinner ha vinto Wimbledon (altro coming soon). Questo tipo di emulazione è un’altra delle mie manie: ogni volta che andiamo a Milano ci scappa una cena con la pizza di montagna di Denis (più bolle), a volte ai Navigli, a volte a Moscova (dipende dove dormiamo). Scoperto in un’intervista che il proprietario Denis Lovatel ama cenare dal giapponese Nobuya (a mio parere migliore del celebrato Iyo, anche se non al livello di Wicky’s) mi sono precipitato: tanto mi avevano esaltato i dolci della simpaticissima Mina, nel salutare lo chef ho probabilmente esagerato con i complimenti alla ragazza (lo sguardo del nipponico mi era infine sembrato infastidito). Quando ci siamo tornati, al cameriere che suggeriva altri piatti da provare ho confidato l’intenzione di lasciare un po’ di spazio per le superbe creazioni di Mina: sentito il nome si è fatto un po’ scuro in volto, m’ha spiegato che non lavorava più lì, ha tagliato corto lasciandomi intuire che era successo qualcosa. In una scena in cui ricordavo più Zero del Secco, ho cominciato a sentirmi in colpa: lo chef aveva rosicato per i miei eccessivi complimenti alla collaboratrice? Mina si era montata la testa per la stessa ragione? Entrambe le cose? Classico caso di eterogenesi dei fini. * Preparandomi alla stesura di questo appunto, mi sono imbattuto in un articolo de “il Resto del Carlino” datato 13 marzo. Il titolo mi ha lasciato sgomento: Brunelli, il re del gelato. Buco da un milione di euro, ma c’è il piano anti crisi: «Siamo più forti di prima» (il Tribunale civile ha omologato l’accordo di ristrutturazione dei debiti «Prima il Covid e poi l’alluvione, ma ci siamo rimboccati le maniche»). In realtà l’esposizione complessiva ha raggiunto addirittura 1.450.818 euro, adesso vivo nell’ansia che per far tornare i conti si siano messi a risparmiare sugli ingredienti (to be continued...).
Compagnie. Già che c’ero, alla Ubik ho comprato anche America nuda e cruda di Giorgio Dell’Arti. A pagina 563, la prima riga dei ringraziamenti è dedicata ai miei vecchi colleghi Jessica D’Ercole e Massimo Perrone più Umberto Cutolo (che faccia simpatica!): avendo «corretto e verificato una quantità di luoghi difficili» meritano la citazione platinum. Quarto di sei semplici lettori, ci sono pure io, con Alessandra Carini (la giornalista di Repubblica, immagino), il Gran Pignolo Mauro Della Porta Raffo, Gianfranco Pampaloni (l’argentiere?), lo scrittore Massimiliano Parente, Vittoria Sivo (vedi Carini). Grazie al Catalogo dei Viventi, nella terza di copertina il mio nome fa addirittura compagnia a Camillo Benso conte di Cavour, Vladimir Putin e Leone XIV.
Pirati. Appena venuto a conoscenza delle candidature allo Strega, sono corso alla Ubik per comprare tutti i libri della sestina (mi son dimenticato il Platone di Matteo Nucci, finito quest’appunto vado a colmare la lacuna). Li leggerò sotto l’ombrellone dei Bagni Virgilio nell’imminente villeggiatura a Senigallia, cominciando da I convitati di pietra: non lo farò perché ha preso il maggior numero di voti ma in memoria di quando nel 1995, durante una vacanza a Villasimius alla vigilia della partenza per il car dell’aeronautica a Taranto, lessi Filologia dell'anfibio. Diario militare dello stesso Michele Mari. In quella vacanza lessi pure L’amore ai tempi del colera di Gabriel García Márquez, ma niente poteva competere con gli editoriali della “Gazzetta dello Sport” in cui Candidò Cannavò raccontava le gesta al Tour del Pirata Marco Pantani.
Raggiri. Dopo una lunga assenza è ricomparso il gatto randagio che viene a farci visita a Villa Charlie. Temevamo gli fosse successo qualcosa, invece abbiamo notato con piacere che sopra l’enorme ferita alla gola, ormai rimarginata, era cresciuto un bel pelo bianco e sembrava pure irrobustito. Svuotata la ciotola che la Santa aveva riempito con un’abbondante dose di crocchette, se n’è andato senza neanche salutare (ci sta). Stavamo a cena quando, dopo qualche ora, è tornato. Sembrava nuovamente dimagrito, ma quel che proprio non quadrava era la ferita sotto la gola di nuovo evidentissima in tutto il suo arrossamento: sgomenti, abbiamo improvvisamente realizzato di esser stati vittima di un impostore, un classico caso di furto d’identità.
Specchi d’acqua. Le Libertà, sette grandi sculture in ferro verniciato di Giulio Turcato che installate dal 1989 davanti al lago di Piediluco adornano la vista dalla terrazza di Villa Charlie, sono di mio gradimento ma non come la scultura ovoidale di Ugo Nespolo collocata dal 1998 all’inizio del lungomare nord di San Benedetto del Tronto: tra l’altro le otto parole disposte su sei livelli, Lavorare • lavorare • lavorare • preferisco • il rumore • del mare, riadattate dai Canti Orfici di Dino Campana (dove il verbo era fabbricare), sintetizzano come meglio non si potrebbe l’idea che hanno della vita quasi tutti i livornesi.
Cascate. Il nubifragio che alle dieci e mezza di stamattina si è abbattuto su Piediluco ha creato un fiume che, presa velocità sulla discesa di via del Lago, schiantandosi contro un palo della luce dava vita a una spettacolare fontana: dopo un fugace transito davanti al cancello, l’acqua finiva con l’alimentare una suggestiva cascata lungo la scalinata che attraversando Villa Charlie porta alla Panoramica. Per qualche minuto ho ammirato un sistema che non aveva niente da invidiare a quello che per svariate migliaia di dollari si era fatto costruire in giardino lo Scott che in Kansas mi faceva da vicino (furono idee come quella che lo fecero precipitare verso la bancarotta alla velocità con cui alle Marmore il Velino si tuffa nel Nera).
Bisnonni. L’amico Antonio quando parliamo di politica trova sempre il modo di menzionare il bisnonno Antonio Miguel Caro, presidente della Colombia dal 1894 al 1898, per competere dovrei essere bisnipote non dico di re Umberto I ma almeno di Francesco Crispi.
Etimologia. L’amico Antonio, colombiano con cittadinanza americana*, mi stava parlando di un formaggio ligure che tanto gli era piaciuto, non riuscivo a capire di cosa parlasse finché gli è tornato in mente il nome: «Stracchino!». Perplesso, siccome non mi risultava fosse un formaggio ligure, ho fatto una rapida ricerca: alla fine, tra le tante ipotesi sull’origine del nome, abbiamo scelto all’unanimità quella che lo collega al latte delle mucche stanche (stracche) per la transumanza al fondovalle dopo l’alpeggio estivo. * Quando al ristorante Le Terrazze di Piediluco un cameriere mi ha chiesto la cittadinanza dei nostri ospiti, ho risposto senza pensarci: «Americani di origine colombiana». La frase ancora da terminare, notato lo sconforto nel loro sguardo mi sono reso conto che avrebbero preferito sentir uscire dalla mia bocca «Colombiani residenti negli Stati Uniti».
Marce. L’amico Antonio, febbricitante dopo che obnubilato dal Sagrantino aveva dimenticato di indossare una felpa per proteggersi dalla gelida tarda serata del lungo lago, diretto a Fiumicino per volare a Lisbona doveva trovare la forza per raggiungere a metà strada la figlia Gabriela reduce da un matrimonio americano ad Assisi. Siccome è un appassionato di storia, nel congedarlo da Villa Charlie gli ho urlato: «Antonio, remember, it’s either Orte or morte!».
Affreschi. Ho una nuova fissazione: Dante. Tornato dal soggiorno fiorentino col suo busto bianco (adesso vigila sulla mia scrivania dall’alto di uno scaffale), di passaggio a Montefalco per le Cantine Aperte ho usato l’ottimo Sagrantino 2020 di Arnaldo Caprai come una scusa per giustificare l’acquisto di Caprai4love - 700th Anniversary Dante Limited Edition: quel che realmente mi interessava erano lo scatole col ritratto dell’autore della Divina Commedia firmato dall’artista canadese Rick Rojnic, reinterpretazione di quello facente parte del ciclo di affreschi Storie della vita di San Francesco dipinto da Benozzo Gozzoli nel 1452. Per comporre il puzzle ne sono servite tre bottiglie, l’opera è troppo bella per restare nella succursale di Villa Charlie e verrà al più presto installata nella più consona cornice di Palazzo Monti.
Argentina. Tra le innumerevoli barzellette sui presuntuosi argentini disseminate dagli ospiti colombiani durante il weekend (quello che durante l’amplesso risponde all’amante che strilla «Oh Dio! Oh Dio!» «Basta Sergio...», lo stesso Dio che a chi si lamenta per le troppe risorse destinate al Paese risponde «Aspetta di vedere la gente che ci metto...» ecc. ecc.) la mia preferita è quella che cita un presunto titolo del periodico sportivo El Gráfico: «Maradona: il più grande calciatore del mondo e uno dei migliori in Argentina».
Colori. Il bambino che viste le vecchie foto in bianco e nero del nonno gli ha chiesto sconcertato: «Quando eri piccolo tu non esistevano i colori?». E quello che, portato da un avanzamento di carriera del padre dal Sud America agli Stati Uniti, viste le dimensioni dell’appartamento di Manhattan gli ha chiesto dubbioso: «Sei sicuro che ti hanno promosso?».
Bus. Tipi da evitare: quel collega della Santa che rimproverato dalla moglie al ristorante Le Terrazze di Piediluco per il volume troppo alto della sua conversazione senza pensarci neanche un secondo le ha risposto: «Stavo cercando di adeguarmi al tono della voce di Massimo» (quando la racconto agli anglofoni questa la concludo coniugando la frase idiomatica throw under the bus).
Berlina. Ho passato tutto il fine settimana a fare il superiore con gli amici colombiani ospiti a Villa Charlie ripetendogli ad ogni occasione che poco importa se possono mostrare il nostro passaporto, non considero italiano chi non è nato e cresciuto nel Belpaese. Sempre per fare il superiore, appena saputo che le elezioni nel Paese de Los Cafeteros sembravano essere state vinte da Abelardo De La Espriella, avvocato con la nostra cittadinanza, ho preso a strombazzare l’arrivo di un italiano alla Casa de Nariño. Quel che più mi fa male è che obnubilati dal Sagrantino quelli neanche si erano accorti del mio autogol finché non ci ha pensato la Santa a mettermi alla berlina facendoglielo notare.
Refusi. Alessandro Trocino ha scritto su Prima ora che il magnate Justin Sun comprò all’asta la famigerata banana per 5,2 invece che 6,2 milioni di dollari: sicuro che se Maurizio Cattelan legge quest’appunto è capace di vendere il refuso per un milione di dollari. P. S. È morto il grande artista argentino Julio Le Parc. Non sapevo chi fosse finché, nel 2016 a Miami, vidi per caso una sua mostra al Pérez Art Museum: «Risveglia i visitatori dal lungo letargo a cui un mercato dell’arte artificioso e finanziarizzato ci ha abituati» fu il commento di Federica Beretta su Artribune.
Cozze. La Ferrari Luce da 550mila euro è come l’impepata di cozze del burbero ristoratore catanese citato nell’appunto Lupini (la comprano solo...).
Orecchie. Stamattina alle 10.36, quando nella quiete del mio studio di Villa Charlie sono stato sorpreso dalla voce della app Hik-Connect che dallo smartphone strillava «Sistema disinserito! Sistema disinserito!! Sistema disinserito!!!» per avvisarmi che di passaggio a Palazzo Monti la Santa aveva disattivato l’allarme, avesse avuto delle orecchie al posto del microfono le avrei detto ansimando «M’hai fatto paura!» (ma pure «Mortacci tua!»).
Var. Ieri pomeriggio ero di vedetta sulla terrazza di Villa Charlie per intimare l’alt all’idropulitrice ogni volta che un pedone s’approssimava al punto dove l’acqua con lo sporco del pavimento scendeva a cascata per la strada. Un gioviale compaesano nel transitare ha commentato: «Bravo, hai messo a lavora’ tu fijo!». Avendogli risposto «Mi’ fijo?» ha buttato là quella che gli sembrava la seconda ipotesi più plausibile: «Un operaio?». Quando ho chiarito «Macché operaio... Quella è mi’ moje!» m’ha lanciato uno sguardo che non sono ancora riuscito a decifrare se era di rimprovero o d’ammirazione (in casi come questi servirebbe il Var).
Toro. Viste le prime due puntate della docuserie di Sky Toro 76. Lassù qualcuno ti ama non riesco a capire com’è possibile che passando tutto il tempo con quel cuore granata del mi’ babbo, che tra l’altro all’anagrafe faceva Paolino come il Pulici capocannoniere di quel campionato, non l’abbia seguito nella fede calcistica. Tra l’altro, avendo quando si tratta di pallone una bassissima resistenza al dolore (stremato dall’agonia di azzurri e bianconeri, amaranto e rossoverdi, ho praticamente smesso di guardare le partite), fossi stato tifoso del Torino avrei abbandonato il calcio con qualche decennio di anticipo, destinando per tempo le mie energie a ben più meritevoli attività.
Uganda. Al prossimo che ammirando la vista del lago di Piediluco dalla terrazza di Villa Charlie crede di farmi una domanda retorica chiedendomi «Sei felice?» rispondo citando: 1) il cardinale che in 8½ risponde al Guido Anselmi interpretato Marcello Mastroianni «Chi le ha detto che si viene al mondo per essere felici?»; 2) Il Giorgio Gaber di «Qualcuno era comunista perché pensava di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri». P. S. A proposito di Qualcuno era comunista, leggendo che il presidente di Slow Food, Edward Mukiibi, è ugandese, mi è tornato in mente il verso «Qualcuno era comunista perché lo Stato peggio che da noi, solo l’Uganda».
Tic. Non avendo una presenza social, le conoscenze del mio passato che cerchino di rintracciarmi finiscono col pensare che sia ancora residente all’estero (chi mi pensa a Lisbona, chi a New York ecc.). Ho chiesto nuovamente all’intelligenza artificiale, questa la risposta:
Ternano per amore e quotidianità: Come emerge costantemente dai racconti satirici del suo Taccuino su IVI20 e Anteprima, la sua vita privata è indissolubilmente legata alla provincia di Terni. Questo legame è dovuto alla famiglia della moglie (la celebre “Santa”), motivo per cui il giornalista trascorre lunghi periodi e possiede le sue radici domestiche tra Palazzo Monti a Terni e Villa Charlie a Piediluco. Nel suo modo di scrivere e nei suoi tic, la dimensione umbra ha ormai assorbito gran parte della sua narrazione personale.
Conche. Poiché capita che venuti a conoscenza delle mie origini livornesi i ternani azzardino un legame col sindaco Stefano Bandecchi, sono andato a vedere cosa risponde l’intelligenza artificiale nel caso gli venga fatta la domanda. Questo il risultato che ho ottenuto:
Sebbene Stefano Bandecchi sia l’altro celeberrimo “livornese di Terni” - essendo nato a Livorno e balzato agli onori delle cronache calcistiche e politiche proprio in Umbria come ex presidente della Ternana e sindaco della città - i due si muovono su binari totalmente opposti.
• Nessun contatto: Non vi sono collaborazioni né storiche né attuali.
• Differenza stilistica e culturale: Mentre Bandecchi è un imprenditore e politico noto per il suo stile comunicativo irruento, muscolare e fortemente pop, Parrini è un giornalista d’archivio dal profilo estremamente colto, intellettuale, metodico e incline all’understatement ironico.
L’unica connessione tra i due è l’ironia della sorte: entrambi hanno lasciato il mare di Livorno per trovare un centro di gravità permanente nella conca ternana.
Coltelli. Ottima la chianina mangiata a Regina Bistecca, non gli do il massimo dei voti solo perché nel biglietto di presentazione del ristorante che si trova negli storici locali occupati sin dal 1875 dalla Libreria Antiquaria Gonnelli promettono «un coltello artigianale di Scarperia personalizzato con il proprio nome sulla lama» dopo «un certo numero di bistecche». «Un certo numero»? E chi lo decide? No no, io esigo il numero esatto delle fiorentine, o i chili totali, per il resto possono cominciare a scrivere il mio nome.
Rothko. La studentessa che entrata nel fiorentino Museo di San Marco ha avuto l’umiltà di chiedere alla professoressa che l’accompagnava «Cos’è un chiostro?» e la compagna che incapace di tenere la bocca chiusa le ha risposto «Il posto dove si compra da mangia’!» («quello è il “chiosco”»). P. S. Ok la mostra di Palazzo Strozzi, ma l’abbinamento Beato Angelico/Rothko visto nelle celle dell’antico convento varrebbe da solo il viaggio da qualsiasi parte del mondo, lo dice uno che è andato fino a Houston per vedere la Chapel e a Kawamura per i sette Seagram Murals (ok, nel primo caso vivevo in Kansas e nel secondo a Tokyo...).
Falsi. Mentre a Firenze transitavo da piazza Duomo, ho visto uno pseudo artista che esponeva come suoi due ritratti di Sophia Loren e Jean-Paul Belmondo in realtà opera di Franco Bruna e Chiri: riconosciute le immagini viste nel Caricature della collana Leonardo pubblicata dalla Vinciana Editrice, ho resistito alla tentazione di esporre il falsario al pubblico ludibrio ma per cinque minuti buoni me la sono tirata che manco Federico Zeri (mi resta il dubbio se si tratti di costume o caso isolato).
Frigoriferi. Una folta comitiva di sciure in visita a Palazzo Strozzi ha perso ogni entusiasmo quando, nella sala con i bozzetti per i Seagram Murals, una guida troppo zelante ha commesso l’errore di fargli sapere che Rothko paragonò la prima moglie a un frigorifero (per rincuorarle non ha trovato di meglio che metterle immediatamente al corrente della fine suicida dell’artista).
Astri. Sono di quelli lestissimi a storcere il naso alla domanda «Di che segno sei?» (peggio se udita la risposta «Pesci» commentano «Strano...») ma compilando la rubrica Compleanni a volte mi vengono dei dubbi (ad esempio scoprendo che Serena Cruz e Beppino Englaro sono nati entrambi il 20 maggio).
Lacrime. Tale è la situazione della Juventus che da oggi in avanti plagio la frase di Paolo Nori «A me piacciono due cose che fanno piangere: la letteratura russa e le partite del Parma».
Dita. La Santa, impegnata nel cambio di stagione, stava montando degli scaffali extra nell’armadio della nostra camera da letto a Palazzo Monti. Ero nel mio studio impegnato nella stesura delle voci del Catalogo 2026, ma siccome sentivo dei gran botti e delle ancor più grandi imprecazioni, come si confà a un gentiluomo mi sono alzato per andarle a dare una mano. Non avevo ancora finito la frase «Perché non mi chiami quando devi fare questi lavori?» che lo scaffale che stavo sostenendo mi è sfuggito di mano andandosi a schiantare sul suo mignolo: al pronto soccorso di Narni (a Terni starebbe ancora aspettando di esser visitata...) le hanno messo tre punti e una stecca perché il dito è pure fratturato (i lamenti quando gliel’hanno raddrizzato...). Essendo aureolata, non mi ha rivolto neanche un insulto, ma è sicuro che per far questi lavori non mi chiamerà mai più (io da qua in avanti mi alzo solo se ricevo un mandato di comparizione). P. S. A Narni l’unica pinza che hanno trovato per ricucirla era della misura per stomaco (tutto sommato non hanno fatto un lavoraccio). Quando il giovane medico che l’aveva in cura ha chiesto all’infermiera «I guanti sterili ci sono?» e quella ha risposto in modo affermativo, si è girato verso la paziente e con un forte accento ternano le ha sorriso: «Gnente non è!».
Warning. Mi son talmente ritrovato nel leggere l’odierno verbale della sessione su Prima ora che ho deciso di incorniciare la pagina numero 158 del “Vanity Fair” uscito il 9 novembre 2006 in cui sotto la foto della mia faccia sta scritto «Massimo è un pazzo» (funziona pure come avvertenza per chiunque abbia l’ardire di entrare nel mio studio).
Conclave. La Santa non è tornata dall’Hair Loss Conclave organizzato da Giuliani Pharma a Villa Aminta sul Lago Maggiore con una miracolosa pozione per far crescere i capelli ma con qualcosa di molto più prezioso: le hanno dato per ricordo una magnifica riproduzione della chiave con cui viene chiusa la porta del collegio cardinalizio della Chiesa cattolica per l’elezione del nuovo papa. Subito l’ho messa in esposizione su uno scaffale della libreria, guardata a vista da una buffa mini guardia svizzera già in mio possesso (avendo vissuto per qualche anno a 800 metri da piazza San Pietro l’onore è più che dovuto).
Germanie. Torno sull’odio per la juventus già oggetto dell’appunto Taoismo: quel fanatico granata di Giuseppe Culicchia ha scritto un libro, La mia Germania (storia di un amore clandestino), in cui confessa che la notte del Bernabeu per far dispetto ai troppi bianconeri travestiti d’azzurro tifò crucco. Appena l’ho scoperto son tornato di corsa alla Ubik, adesso mi viene il dubbio che pure quel cuore toro comunista del mi’ babbo si sarebbe schierato dalla parte sbagliata: non lo saprò mai perché l’11 luglio 1982 era già morto da un lustro, però non ho dubbi che dovendo sostenere una Germania avrebbe piuttosto optato per quella dell’Est (squadra di operai, nel vero senso del termine, come le amate Unione Sovietica e Cecoslovacchia).
Gap. Rarissima giornata con ben tre uscite calcistiche di rilievo, mi sono recato alla Ubik di corso Tacito per comprare il Luce nell’oscurità firmato da Roberto Baggio con la figlia Valentina e Matteo Marani, Gli ultimi campioni (il romanzo dei mondiali 2006) di Luigi Garlando e Stasera vinciamo noi* (I campioni della Juventus ’95-96) di Marcello Lippi (con Fabio Licari). Il giovane cassiere con cui condivido la fede juventina ha commentato: «Si vive di ricordi...». Sentendomi superiore gli ho risposto «Almeno io ero nato», al che lui mi ha infilato con un brutale «È vero, ma io ho tempo per aspettare la rinascita». *Da notare il cambio di pronome rispetto al documentario del 2024 che racconta la carriera di Lippi, Adesso vinco io (la locandina incorniciata è appesa nel mio studio per un motivo che spiego un’altra volta).
Capelli. Mentre io sono tornato a casa per un pit-stop a Palazzo Monti, la Santa è andata a Stresa per un evento di Bioscalin sulla cura dei capelli (tornerà con una pozione miracolosa?). Alle 23.29 mi ha mandato una foto che la immortalava col truccatore Diego Dalla Palma, al che ho risposto con la frase usata dai ternani quando non è il caso vantarsi, in questo caso doppiamente appropriata: «Fattece bbella!».
Scoop. Sabato sera, mentre diretti al ristorante Le Grottelle di Capri percorrevamo il suggestivo sentiero panoramico di Pizzolungo, passata la Villa Solitaria un tempo appartenuta a Sophia Loren ci siamo imbattuti (non avevamo ancora bevuto niente, neanche un limoncello Spritz, fosse stato al ritorno sarei il primo a dubitare di questa storia) in un pollaio a cielo aperto con vista sui faraglioni, decorato dal busto di non so quale antico romano e da una bandiera tricolore con lo stemma dei Savoia. Siccome la Santa mi aveva informato che tra le specialità del locale segnalate dal “Gambero Rosso” c’era il pollo (non che l’avessi preso in considerazione), subito ho chiesto al cameriere se l’allevamento fosse di loro proprietà. Ho scoperto che non ne sapevano niente e nel vedere le foto che gli avevo scattato - senza avrebbero certamente parlato di allucinazione dovuta allo sforzo per l’erta salita - si sono fatti delle gran risate. Non avevo ancora finito le alicette marinate dell’antipasto che già avevo deciso di mettere questo episodio nella cartellina del mio archivio intitolata Scoop (di quelli che si facevano un tempo consumando le proverbiali suole delle scarpe).
1919. Cose che notano le persone come me: la ragazza francese che ad Anacapri mi ha preceduto per una lunghissima ora nella fila per salire sulla seggiovia di Monte Solaro, aveva in testa un cappellino granata della Salernitana (immagino omaggio del locale playboy con cui si accompagnava) in cui sotto il caratteristico cavalluccio marino era scritto l’anno di fondazione della società calcistica campana, «1919»; a tracolla aveva una sacca arancione dell’Aperol anch’essa con impressa la scritta “1919”, anno di nascita del liquore creato dalla distilleria Fratelli Barbieri di Padova. Siccome un’ora di fila è lunga da far passare, mi sono morso la lingua almeno una dozzina di volte per non farglielo notare: ci sono riuscito un po’ perché come scena faceva un po’ troppo Woody Allen, un po’ perché non volevo correre il rischio di rovinare un simile idillio (a differenza del mio, il loro tempo sembrava volare).
Lupini. Venerdì pomeriggio, mentre passeggiavamo verso l’arco naturale di Capri, abbiamo incrociato una coppia: la donna, che seguiva con in mano una busta della spesa, ha comunicato premurosa «Ho comprato i lupini per la pasta di stasera» al che l’uomo, senza neanche voltarsi, le ha risposto con una faccia colma di disprezzo: «Allora sei proprio stupida...». La frase è immediatamente entrata nel nostro lessico famigliare con la formula «Sei stupido/a come quella dei lupini», da usare solo per futili motivi. Finisce nello stesso capitolo con quella uscita dalla bocca di un molto anziano e ancor più scorbutico ristoratore di Catania: al cliente che aveva ordinato un’impepata di cozze, rispose sprezzante «Solo gli scimuniti ordinano l’impepata di cozze al ristorante...» (l’avrà messa nel menù a mo di test). Da allora, quando vogliamo criticare un acquisto dell’altro, usiamo immancabilmente la formula «Sai chi compra ...? Gli scimuniti!».
Pasdaran. Venerdì mattina un marinaio dell’aliscafo Snav partito da Napoli con destinazione Capri, eccitato per l’imminente visita del Papa ha allargato le braccia e si è messo a pontificare davanti alla folla dei passeggeri: «Fratelli e sorelle...». Subito mi sono stupito pensando che i pasdaran del politicamente corretto non gli abbiano ancora imposto l’inversione nell’ordine dei generi.
Taoismo. Nessuno riesce a capire perché ogni volta torno dal Golfo con un nuovo oggetto comprato al negozio Napolimania di via Toledo: ultimo della serie la mattonella che raffigura un pacchetto di sigarette con scritto Death Soccer - Juventus Nuoce gravemente al gioco del calcio, allo sport e al fair play, nel mio studio andrà a far compagnia alla targhetta Locale dejuventinizzato, alla sacchetta juventina - munnezza indifferenziata, all’adesivo che gioca con la crasi delle parole “plusvalenza” e “Juventus” ecc. Neanche ci provo a spiegare che ancora mi mordo le mani perché l’ultima volta che sono stato a Firenze non ho comprato la maglietta “Meglio becco che gobbo” (colmerò la lacuna la prossima settimana quando vado a vedere la mostra di Rothko). Yin, yiang... niente?
Chiodi. Le rivelazioni fatte dall’ex poliziotto capo della banda della Uno Bianca Alberto Savi a Francesca Fagnani durante Belve Crime («Capolungo doveva morire perché era un ex dei Servizi particolari dei carabinieri») nel mio archivio hanno come destinazione la cartellina Roba da Chiodi (è il tipo di storia che manda in brodo di giuggiole lo “zio” Roberto).
Giurie. Lino Musella ha vinto il David di Donatello per l’interpretazione di Nonostante, la giuria di Palazzo Monti rende noto il suo assoluto dissenso: niente di personale, ma quando abbiamo provato a guardare il film non abbiamo resistito più di venti minuti con l’unanime giudizio di “inguardabile”. Piuttosto avrei premiato Musella per la formidabile interpretazione di Giovanni Pandico nel Portobello di Marco Bellocchio (mi piacerebbe sapere perché è classificata come “serie tv” mentre Esterno notte gareggiò in quanto “film”...).
Lessico. Salendo la scalinata che porta al Vomero, abbiamo incrociato due adolescenti: il più piccolo, paonazzo per lo sforzo, ormai prossimo alla resa è stato severamente redarguito da quello che sembrava essere il fratello maggiore con un impietoso «Nein Kondizionen!» (o almeno così ci è parso di capire). La frase ci è sembrata talmente adeguata che abbiamo deciso di farla entrare per direttissima nel nostro lessico famigliare e adesso non vediamo l’ora che uno dei due segni il passo per poterla usare (in certe circostanze, non c’è lingua che funzioni come il tedesco).
Baccalà. Probabilmente è colpa della scorpacciata di baccalà fatta alla Buatta (“trattoria di conversazione”, sta scritto nel biglietto da visita), ma stanotte ho sognato che ero Kenan Yildiz (questa mi sa che la devo archiviare nella cartellina Incubi).
Ortica. Detesto le compagnie in cui vige un regime d’apartheid tra uomini e donne. Una sera all’Osteria del Treno di Milano saranno stati almeno tre dozzine, con i sessi separati con tale precisione che sarebbe stato lecito pensare credessero di essere al bagno invece che in un ristorante: la vista mi era così insopportabile che stavo per chiedere di spostarci a un altro tavolo, ho desistito solo perché quando sono finalmente riuscito a catturare l’attenzione del cameriere aveva in mano i nostri fumanti risotti all’ortica.
Cassandra. Ogni volta che sento parlare della nave da crociera MV Hondius, dove è in corso un’epidemia di hantavirus, mi torna in mente un film del 1976, Cassandra Crossing (certo, con treni e ponti è un po’ più facile...).
Treni. Mi scuso per il probabile ritardo, ma questa l’ho sentita la prima volta sul treno che mi portava a Napoli: «Che figlio di Putin...».
Carciofi. Il barista del caffè Vergnano della stazione Termini tra una tazzina e l’altra ha messo al corrente la clientela dei suoi gusti in materia di lato b (dirò solo che c’entravano coni e carciofi). Quando un collega ha commentato la lezione con un rassegnato «Sei proprio un uomo di altri tempi...», udita la risposta «Anni novanta!» per la prima volta mi sono reso conto che in un mondo woke quando si tratta di galanteria ogni riferimento al passato non può più essere automaticamente inteso come un complimento.
Tipi. Nuovi tipi da evitare: i complottisti che non importa quanto siano incredibili le loro storie, alla richiesta di solidi riscontri per salvarsi dalla scena muta si paragonano a Pasolini chiudendo la conversazione con un pomposo «Io so».
Squilli. Essendo uno che si vanta di non perder mai tempo in telefonate, ho molto apprezzato questa risposta di Sabino Cassese a Tommaso Labate (intervista pubblicata sul “Corriere della Sera” del 23 gennaio 2024 che mi son trovato tra le mani stendendo la sua scheda per il Catalogo de ivi20 2026, sta al numero 124): «Il potere, quello vero, non viene mai disturbato, non è alle prese con telefoni che squillano. Mai. Uno a cui squilla di continuo il telefono non è un potente. Quando ero ministro, nel 1993, passai una giornata intera con Denoix de Saint-Marc, segretario generale dell’Hotel Matignon, la sede del Primo ministro francese. Non l’hanno mai chiamato, eppure era l’uomo più potente della Francia. Anche con De Mita presidente del Consiglio, all’epoca in cui facevo parte della commissione per il programma di governo, era così. Ci vedevamo a Palazzo Chigi, nel suo studio; iniziavano delle lunghissime chiacchierate che partivano da metà mattinata e finivano puntualmente all’una e mezza. Poi De Mita diceva “be’, abbiamo fatto tardi”, prendeva il giornale, lo piegava in due, lo metteva sottobraccio e se ne andava a mangiare. Il tutto senza che il telefono avesse mai squillato».
E.T. Poiché a ogni piè sospinto trovo qualcuno che alla parola “Sinner” fa seguire “Extraterrestre”, “Alieno”, “Marziano”, “Di un altro pianeta” ecc. ecc. con sgomento mi son colto a pensare: «E se fosse vero?» (anche anche altoatesino...).
Minuetto. Il malandato gatto randagio che viene a farci visita a Villla Charlie passa le ore a spiarci attraverso la porta a vetri mentre sul divano ci mettiamo in pari con la saga Peaky Blinders (a ciascuno il suo binge-watching). Poiché non si sa da chi né da cosa ma è certo che le ha prese, è specialmente pavido: quando l’altro giorno gli abbiamo aperto la porta per vedere se trovava il coraggio di entrare, ha cominciato a muoversi con dei minuscoli passettini stando ben attento a bloccarsi non appena incrociava il nostro sguardo in un minuetto che tanto ricordava l’«Un, due, tre, stella!» della nostra infanzia.
Ragni. Vista la velocità con cui costruiscono ragnatele su per le scale di Villa Charlie, mi son convinto che la Meloni dovrebbe sostituire Tommaso Foti e mettere a capo del dicastero che si occupa dell’attuazione del Pnrr un ministro dotato di quattro paia di zampe.
Vespe. Mi è stato notificato che le mie ore di lavoro straordinario hanno superato il consentito. Avevo offerto un caffè al tecnico venuto a sfrattare le vespe che avendo preso alloggio sotto i coppi della tettoia del piano terra superiore (siamo appoggiati su una collina) mettono a rischio l’incolumità degli ospiti (cui è riservato il primo piano), essendo lo zucchero bandito da Villa Charlie non riuscivo a trovarlo e son dovuto andare a chiedere alla Santa dove l’avesse confinato. L’ho beccata che spettegolava davanti al cancello con la vicina, appena mi ha visto arrivare ha esclamato: «Eccolo, mio marito. Esiste!». P. S. Visto l’argomento di molti tra gli ultimi appunti, ho preso a tirarmela da etologo: fortuna che con la scomparsa di Desmond Morris si è giusto liberato un posto.
Rondini. Nonostante le reti antiaeree fatte installare a caro prezzo dal condominio si siano rivelate un colabrodo come certe difese viste in Champions League, le rondini che volteggiano sopra Palazzo Monti devono essersi convinte che l’incessante bombardamento di guano con cui hanno reso impraticabile il terrazzo del mio studio non era sufficiente per vincere la guerra che mi hanno dichiarato: da qualche giorno hanno infatti preso a schiantarsi come kamikaze contro i sensori dell’allarme che fiancheggiano le finestre e ormai le sirene scattano con una frequenza che ci si potrebbe aspettare nel Paese dei Cedri ma non nella Città dell’Acciaio.
Palle. La penso come Alessandro Melli, ex attaccante del Parma che ha commentato: «Psg-Bayern? Questo calcio mi fa cagare». Non sono però impazzito al punto da preferire l’attuale patetico calcio italiano: ho trovato fantastica la battuta sentita in tv (non ricordo canale e trasmissione) che paragonava i tre quarti d’ora in cui gli astronauti transitando dietro il lato nascosto della Luna avevano perso ogni contatto radio con la terra a «il nulla del primo tempo di Milan-Napoli» (e con Milan-Juve non è andata meglio). Ieri sera abbiamo visto il finale della serie Apple Imperfect Women (avevo capito l’assassino alla prima puntata, vedendo l’attore che l’interpretava), ma avessimo dovuto scegliere tra la sfida di Champions League tra Atlético Madrid ed Arsenal (spero con tutto il cuore che quell’antiquato catenacciaro di Simeone vinca la coppa) e quella del Masters 1000 di Madrid tra Fils e Lehechka (in palio il posto in semifinale contro Sinner) avremmo sicuramente preferito la pallina al pallone. Poiché mi sembra che come valore mediatico in Italia il tennis abbia ormai abbondantemente superato il calcio, sono andato a sbirciare i miei elenchi: per trovare il primo mancante della classifica Atp live son dovuto scendere fino al numero 28, il ceco Jakub Mensik; scorrendo la classifica del Pallone d’Oro 2025 il primo buco arriva già al numero 3 (Vitinha), ma mancano pure il 4 (Mohamed Salah, mai citato in questo decennio, ultima presenza il 14 agosto 2019, quando si giocò la Supercoppa europea), il 5 (Raphinha) ecc. ecc.
Lingue. Massimo Gramellini, e non solo lui, ha molto apprezzato la battuta di Carlo III alla Casa Bianca «Lei ha detto che, senza di voi, noi adesso parleremmo tutti tedesco, ma io le rispondo che, senza di noi, voi parlereste tutti francese». Essendomi sorbito per anni, quando vivevo negli Stati Uniti, le costanti lamentele di quell’oxfordiano del mio amico Martin, io ho apprezzato molto di più la citazione di Oscar Wilde fatta dal Re martedì nel discorso al Congresso: «We have really everything in common with America nowadays except, of course, language!».
Quirinale. A Palazzo Monti per un pit stop, mentre spolveravo nel mio studio la stampa del grande Osvaldo Casanova che ritrae Sandro Pertini festante al Bernabeu l’11 luglio 1982 (serie Great Moments in Football History) ho realizzato che Sergio Mattarella chiuderà il secondo settennato al Quirinale senza aver visto una partita della nazionale ai Mondiali. Successe pure a Giovanni Gronchi che mancò nel 1958 l’unica occasione a sua disposizione. Il record appartiene a Giorgio Napolitano, primo tifoso in ben 13 occasioni (7 nel 2006, 3 nel 2010, 3 nel 2014), seguito da Oscar Luigi Scalfaro (12, 7 nel 1994, 5 nel 1998), Francesco Cossiga (11, 4 nel 1986, 7 nel 1990), Giuseppe Saragat (9, 3 nel 1966, 6 nl 1970), Giovanni Leone (7, 3 nel 1974, 4 nel 1978) e Pertini (7 nel magico 1982), Luigi Einaudi (5, 2 nel 1950, 3 nel 1954), Carlo Azeglio Ciampi (4 nel 2002), Antonio Segni (3 nel 1962). Restano tre partite senza presidente: Leone si dimise il 15 giugno 1978, quando gli azzurri dovevano ancora giocare le sfide del mundial argentino con Austria, Olanda e Brasile (la finale per il 3° posto coi verdeoro fu giocata il 24 giugno, Pertini entrò in carica l’8 luglio).
Baby. Da un po’ di tempo ho preso a chiamare la Santa “Baby”. Quando realizzano che quella parola è uscita dalla mia bocca, amici e parenti, che mi sanno gravemente allergico a simili vezzeggiativi, strabuzzano gli occhi: non hanno ancora capito che si tratta del diminutivo di “baby pensionata” (il primo a inserirla nella categoria è stato Francesco Billari, rettore della Bocconi che, tra l’altro, è stato immatricolato in via Sarfatti nel mio stesso anno).
Nope. Ho visto su Prime Video la serie The Steal - La Rapina. La protagonista, piccola impiegata coinvolta nel colpo ai danni della finanziaria per cui lavora, a un certo punto in preda a un brutto presentimento sbotta: «This thing has written “nope” all over it». Magari in italiano, ma la stessa frase sarebbe dovuta uscire dalla bocca di Mattarella quando gli hanno proposto di firmare la grazia alla Minetti.
Show. Nuovo gioco per la primavera-estate 2026: individuata un’attempata persona che cammina di buona lena lungo il lago, indovinare se si tratta di lotta al colesterolo o bisogni impellenti (questa sarebbe stata perfetta come rubrica del Late Show with David Letterman).
Charlie. Quando la Santa mi ha chiesto di portare una birra al giardiniere, ho pensato che non mi sembrava molto professionale, ma quando vedendo la Moretti La Rossa che avevo preso dal frigo quello ha ricambiato la cortesia con uno sguardo perplesso seguito dalla frase «Ma non ce l’ha un’altra???» il «non lo facevo tanto sofisticato. E tanto cafone» si leggeva così bene sulla mia faccia che è corsa a dirmi «Gli serve per le esche con cui affogare le lumache che divorano le rose». Il piano comunque non ha funzionato: essendo Charlie il nomignolo utilizzato nel XIX secolo per le persone che si concedevano lussi, è legittimo il sospetto che le voraci sgusciate residenti nell’omonima villa preferiscano lo champagne.
Khamenei. Poiché i soldi con cui è stata comprata Villa Charlie provengono in parte dagli anni in cui vendeva pet food (a Londra, Praga e in Kansas), la Santa non ha potuto resistere alle suppliche del gatto randagio che ci fa visita in cerca di cibo ed ha cominciato a rifornirlo delle migliori crocchette disponibili sul mercato. Non essendosi più fatto vedere dopo che i viaggi ci avevano tenuto a lungo lontano da Piediluco, l’avevamo ormai dato per morto (di fame?) quando è ricomparso con un’enorme ferita sotto la gola (ancora si vedono i buchi causati dai denti di chissà quale animale). Dati i tempi in cui viviamo, nel vederlo così malconcio il commento è venuto spontaneo: «L’hanno ridotto peggio di Khamenei junior».
Cambi. È passato quasi un quarto di secolo dall’introduzione della moneta unica ma, quando c’è da indignarsi per un prezzo, ancora non hanno trovato di meglio che tornare alla vecchia valuta: «7.000 lire per un gelatino??????».
Emoji. È bastato qualche risultato utile di fila per riportare l’entusiasmo tra i tifosi della Juventus. Domenica sera la Santa aveva in programma la periodica cena col gruppo ternano Quelli de navorda allu campettu (“navorda” tutto attaccato, ho controllato, a orecchio avrei detto “campittu”...): gestito da due supertifosi bianconeri sopravvissuti al settore Z dello stadio Heysel di Bruxelles (29 maggio 1985, finale di Coppa dei Campioni con il Liverpool, 39 vittime) ieri sera, appena terminata la vittoriosa sfida col Bologna, l’ho avvisata che essendo in contemporanea con l’attesissimo big match di San Siro col Milan sarebbe stata inevitabilmente cancellata. Puntualissima, stamattina mentre camminavamo lungo la panoramica che costeggia il lago è arrivata via WhatsApp la disdetta che adduceva come motivo «comunioni e cresime dei nipoti» (grande soddisfazione perché è stata prontamente accolta la mia richiesta di sbugiardamento sociale, disappunto perché le buone maniere hanno purtroppo imposto di chiudere il messaggio con l’emoji che fa l’occhiolino).
Metonimie. Ho montato lo specchio Ikea del mio bagno di Villa Charlie visibilmente storto e adesso la stanza sembra andare in discesa. Sapendomi affetto da disturbo ossessivo-compulsivo, quando l’ha visto la Santa m’ha detto sconsolata: «Per me lo puoi pure lasciare così, ma non credo tu lo possa sopportare...». Siccome tutto avevo meno che voglia di riprendere in mano il cacciavite, mi sono bastati pochi secondi per trovare la soluzione: «Non c’è problema, da qua in avanti questo bagno lo chiamo Pisa». Come immaginavo, c’è cascata con tutte le scarpe e ha commentato ammiccante «Ah, per la pendenza...», al che con perfetto tempismo ho risposto tutto tronfio: «No, per la metonimia» (visto lo sguardo interrogativo l’ho dovuta spiegare: «Il contenente, Pisa, per il contenuto...»). Questa, ça va sans dire, è dedicata al grande Mario Cardinali.
Zecche. La Santa e la cugina che le fa da complice non perdevano occasione per andare in campagna a raccogliere asparagi. Il divertimento è svanito quando hanno cominciato a tornare a casa con qualche zecca attaccata ai vestiti. Prese dal panico, pur di non rinunciare alla loro passione stanno seriamente prendendo in considerazione l’idea di difendersi indossando Seresto, il collare per cani che hanno visto reclamizzato in tv. Un’esperienza ormai ultratrentennale mi ha insegnato che in simili situazioni è consigliato tenere la bocca chiusa, ma il mio silenzio si deve al fatto che questa non è neanche la mia storia più stravagante in materia: mi hanno raccontato di un tizio che, andato al pronto soccorso per farsene togliere una che gli si era attaccata alla schiena, ha chiesto all’infermiere se potesse mettergliela in una provetta per portarla via. È probabile pensasse di aver di fronte un animalista deciso a restituire il parassita al suo ambiente naturale, di certo non poteva immaginare che il paziente avesse invece in mente di portarla a casa per vendicarsi dell’offesa torturandola (di più non ho voluto sapere, ma da quel che ho capito c’entra il fuoco).
Mostre. La mia più recente fissazione è la storia della Democrazia Cristiana, tanto che mi sono accaparrato su eBay l’omonima opera in cinque volumi di Francesco Malgeri appartenuta alla biblioteca pubblica comunale di Corte de’ Cortesi (provincia di Cremona, 1070 abitanti), numero sulla costa 324 245 08. Giorni fa, a Napoli, mi ero appena procurato il Democristiani scritto dalla gloria locale Antonio Ghirelli quando la Santa (ha solo una pallida idea di come passo le giornate nel mio studio) mi ha detto che i suoi partner dell’Università Suor Orsola Benincasa le avevano chiesto se mi potesse interessare la mostra fotografica DC: Storia di un Paese: confesso che simili coincidenze mi fanno sentire al centro dell’universo.
Insonnia. Giocando con la storia dell’Italia repubblicana, lo spazio riservato da molte fonti a design e designer mi ha fatto nascere una curiosità per il libro dedicato dalla Treccani al Compasso d’oro. Accumulandosi gli oggetti scovati dalla Santa nella cantina dei genitori (ultimo un desueto telecomando che sta adesso esposto nello scaffale della mia libreria dedicato alla Tv) la curiosità si è presto trasformata in interesse e poi in attrazione. Per non essere un piace=compro, sopra una certa cifra (in questo caso 95 euro) mi son dato la regola di non cedere alle tentazioni finché non mi perseguitano ben oltre l’ora della nanna. Il mio stoicismo ha retto sin quando ho avuto l’infausta idea di andare a sbirciare su Amazon i commenti alle 1040 pagine in questione: letto quello che in data 19 maggio 2025 vaticinava «Un testo che prima o poi sparirà dagli scaffali, e chi non l’avrà comprato si morderà le mani» l’insonnia ormai incipiente non mi ha lasciato altra scelta che procedere all’acquisto.
Mondiali. Poiché pure la Danimarca, sconfitta ai rigori dalla Repubblica Ceca, è ridotta a sperare in un super playoff di ripescaggio per partecipare agli imminenti mondiali di calcio, domani durante la consueta rimpatriata annuale con Peter, Elle, Jesper e Gitte sarei capace di scherzare che «alla fine un risultato positivo la guerra all’Iran l’ha ottenuto» (silver lining): di certo non si risparmierebbe la battuta Trump alla prima occasione con la sventurata Giorgia.
Daisy. Ieri sera al teatro Secci di Terni abbiamo visto A spasso con Daisy: il pur piacevole Salvatore Marino non poteva certo competere col leggendario James Earl Jones (la voce di «This is Cnn») che interpetava l’autista Hoke nella versione di Driving Miss Daisy vista una dozzina d’anni fa a Broadway, ma la pimpante Milena Vukotic (91 anni il prossimo 23 aprile) non aveva niente da invidiare (anzi) all’Angela Lansbury di quella versione (che i novant’anni non li aveva ancora compiuti). Comunque, nonostante abbiamo assistito allo spettacolo circondati da una folla di ultra ottuagenari, ho avvertito la Santa che data la trama questa restera l’ultima versione della mia vita (nel vederla non avevo mai provato un tale disagio).
Fere. Domenica all’ora di pranzo Alexis Ferrante non aveva ancora finito di esultare per il 2-0 della Ternana nell’attesissimo derby col Perugia che puntualissimo mi è arrivato il messaggio di zio Chiodi (non si perde una partita delle Fere): «E due!». Non avevo ancora finito di leggerlo quando i cugini hanno accorciato le distanze finché, passato un quarto d’ora, Daniele Montevago ha siglato il definitivo 2-2*. A questo punto il caro zio si sarebbe meritato le peggiori contumelie (se non da parte mia, di sicuro dalla Santa), si è salvato solo perché da tifosi rossoverdi avevamo altro a cui pensare. Ancora ieri all’ora di pranzo il pizzicagnolo Sami, da cui ci riforniamo a Piediluco, era certo che in extremis sarebbe arrivato qualcuno a salvare la squadra dal fallimento: insieme ad altri fedeli, l’aveva individuato in tal Pantalloni, immobiliarista narnese arricchittosi in Croazia che per amore della città avrebbe scucito trenta milioni trenta (25 per ripianare i debiti, 5 come indennizzo alla famiglia Rizzo, attuale proprietaria) a fondo perduto. Siccome non ero riuscito a trattenermi dal dire che tanta disinteressata generosità mi lasciava perplesso, subito ero diventato bersaglio di sospette occhiate e me ne ero andato prima che la conversazione giungesse a un’inevitabile e rischiosa conclusione (questa si capirà all’ultima riga). Ieri all’ora di cena è arrivata la ferale notizia: Pantalloni visti i conti (ma non li aveva letti i giornali?) ha fatto una repentina marcia indietro e la società è finita in liquidazione volontaria. Adesso molti tifosi delle Fere sostengono che a Terni la sinistra non vincerà mai più (sarebbe tutto un complotto dei piddini perugini che, governando la regione, in odio alla città dell’acciaio e al suo ciarliero sindaco avrebbero fatto di tutto per sabotare il progetto stadio-clinica da cui sarebbe potuta arrivare la salvezza), qualcuno si consola col fatto che in questo modo (le partite con la Ternana dovrebbero essere cancellate dalla classifica) la promozione diretta in B dovebbe andare all’Arezzo (acerrimo nemico del Perugia) a scapito dell’Ascoli (acerrimo nemico della Ternana), io mi consolo col fatto che a questo punto il Livorno, attualmente primo degli esclusi, torna in corsa per i playoff. *Ironia della sorte, «2 a 2» è la frase che nel nostro lessico famigliare usiamo per imitare lo “gnocco” della parlata perugina (tende a chiudere molto le vocali, trasformando suoni aperti in suoni più gutturali o “impastati”, in questo caso «Tu-a-tue»).
Zuffe. In Genoa-Sassuolo Ellertsson e Berardi sono stati espulsi per una rissa nel tunnel tornando nello spogliatoio: episodi di questo genere oggi sono molto più rari che in passato, ricordo in proposito un mio vecchio articolo Sputi, calci e pugni per Amarildo re delle zuffe pubblicato su “SportWeek” n° 46 del 17 novembre 2018 (è citato pure alla nota n° 4 della pagina dedicata da Wikipedia al calciatore che nel 1962, preso il posto dell’infortunato Pelé, guidò il Brasile al secondo titolo mondiale consecutivo). Definita “zuffa” la situazione in cui sono stati espulsi contemporaneamente almeno un calciatore per squadra, in Serie A nessuno ne conta più del brasiliano Amarildo Tavares da Silveira, stella del Mondiale 1962 che arrivò a quattro. In forza al Milan, il 20/10/63, con uno spettacolare destro d’incontro (i giornali parlarono di “un diretto da professionista”) mandò al suolo, stecchito, il bolognese Paride Tumburus (che, oltre al danno, subì la beffa dell’espulsione). Nella Fiorentina, il 12/10/69 vide il cartellino rosso insieme al cagliaritano Mario Martiradonna, mandato al tappeto per vendicare il compagno Luciano Chiarugi, vittima di un calcione (nelle interviste post partita si dichiarò innocente, dicendo che voleva solo fare da paciere); sempre in viola, il 15/2/70, stufo dei calci del laziale Juan Carlos Morrone, mise k.o. il Gaucho con un pugno allo stomaco (partita finita lì per entrambi); andato alla Roma, il 7/3/71 fu cacciato dal campo col doriano Marcello Lippi (terminati insulti e sputi, stavano per passare alle vie di fatto, separati a stento da Luisito Suarez).
Capri. A Piediluco, dove non avendo collegato l’antenna guardiamo la tv attraverso internet, Raiplay si ostina a propinarmi la versione campana del Tg3 regionale. L’altro ieri c’era un servizio sui buttadentro di Capri che molestano i turisti, ieri l’ho rivisto pure sul Tg1: siccome la Santa mi ha convinto a visitare sull’isola una docente dell’università napoletana con cui collabora, preso dal panico sarei pronto a far scattare l’allarme («Abort! Abort!»), non fosse che la mia “agente di viaggi” è spietatamente relentless* (se i locali acchiappini sono della sua stessa risma non c’è ordinanza del sindaco che mi possa salvare). *Inarrestabile o instancabile non rendono l’esatta misura. P. S. A Natale del 2019 mi colpirono molto i tizi che facevano su e giù per la spaggia di Boracay (Filippine) gridando «Activities! Activities!» come vendessero fette di cocco (questa incapacità di oziare in vacanza - soprattutto se angoscia chi invece in ufficio ci riesce benissimo - mi lascia ancora piuttosto perplesso).
Giganti. Compulsando per i miei giochetti C’era una volta in Italia - Gli Anni Ottanta di Enrico Deaglio e Ivan Carozzi, giunto al 1989 scopro (se lo sapevo, l’avevo dimenticato) che crollato il muro di Berlino l’allora segretario del Pci Achille Occhetto rinviò la discussione a dopo il week end perché aveva promesso alla moglie Aureliana che sarebbero andati a Mantova a vedere una mostra dei dipinti di Giulio Romano (impossibile posticipare: chiudeva quella domenica). Io sono stato nella città dei Gonzaga solo qualche giorno a fine ottobre 2023, la Santa voleva festeggiare le nostre nozze d’argento (in realtà contiamo dall’inizio della convivenza, ma ogni scusa è buona...) Dal Pescatore di Canneto sull’Oglio, per fare ora di cena entrammo a Palazzo Te e fu così che scoprii la meravigliosa Sala dei Giganti del suddetto Giulio. Non ho idea di cosa ne abbia pensato all’epoca da giovane comunista (penso tutto il male possibile), passati 37 anni mi vien da dire che il baffuto Achille fece bene ad assecondare la moglie (tanto più che i buoi erano ormai scappati dalla stalla…).
Zodiaco. Il calendario zodiacale cinese ha un ciclo di dodici anni ognuno dei quali associato a un animale. La nazionale di calcio è nata nel 1910, anno del cane come il 1922 (i mondiali non erano ancora stati inventati), 1934 (vittoria della nazionale di Pozzo), 1946 (torneo saltato per la guerra), 1958 (mancata qualificazione), 1970 (finale), 1982 (vittoria), 1994 (finale), 2006 (vittoria), 2018 (mancata qualificazione): seguendo questo ciclo, le opzioni per il 2030 sono tre, altra mancata qualificazione (vabbè, ormai siamo abituati), torneo che salta per la guerra (per qualche tifoso, temo, scenario preferibile al precedente) o, se riusciamo a prendere parte alla fase finale ospitata da Spagna, Portogallo e Marocco, come minimo la finale (di questi tempi tocca attaccarsi a tutto).
Numeri. Compulsando Il chi è dell’Italia in figurine pubblicata da “Tv Sorrisi e Canzoni” nel 1985 scopro che la Fiat contava 243.808 dipendenti, Piaggio 12.700, Campari 600 circa, Stock 900, Barilla 3.100, Plasmon 2000, Buitoni 876, Cinzano 450, Standa 14.500, Davide Caremoli S.p.A. (son dovuto andare a guardare la figurina: caramelle Golia) 200, Ferrero 6.700 circa, Pirelli manca (?), Cirio 1.000 circa, Upim - La Rinascente manca, Alfa Romeo 31.000, Miralanza 1.500 circa, Martini e Rossi 641, Totip 103, Brooklyn Chewing Gum 455, San Pellegrino manca, Fratelli Averna 170, Manetti - H. Roberts & C. 650, Cornetto Algida 1.800, Brionvega manca, Perugina 2.737. Quanto ai giornali, la redazione de “La Gazzetta dello Sport” contava 91 giornalisti, quella del “Corriere della Sera” 205, “Il Giornale” 148, “la Repubblica” 153.
Stigma. Ieri è venuto a trovarci un amico che non vedevamo dai tempi del Kansas, Aleksej (adesso vive ad Amsterdam), con la moglie Nana e l’adorabile figlia Nica (vivono a Losanna). Prima di uscire per la cena al ristorante l’ho preso da parte e mi sono raccomandato: «Non prevedo guai se qualcuno si accorge che sei russo ma per carità non ti far scappare che lavori per un’azienda israeliana».
Panchine. Il mio posto preferito nel mondo intero è una panchina incassata in un muro di pietra di Villa Charlie in cui abbagliato dal sole passo i pomeriggi osservando tra le fronde uno spicchio della spiaggia di Piediluco. Non riuscivo a trovare le parole per spiegare cosa sia per me quel luogo finché mi è tornata per caso tra le mani Meriggiare pallido e assorto di Montale (basta mettere scaglie di lago invece che di mare, le lance acuminate del recinto al posto dei cocci aguzzi di bottiglia, il resto va bene così com’è). Ho deciso: faccio stampare su una targa le tre quartine e la quintina e le avvito sul muro di pietra accanto alla panchina, poi vado dal notaio e metto nel testamento che gli eredi dovranno mettere lì l’urna con le mie ceneri e lasciarcela per sempre.
Forchette. Il danese Peter sostiene che il wine pairing (l’abbinamento dei vini al menù) è il più grande rip-off (prezzo esagerato rispetto al valore) del mondo. La prossima volta che l’incontro lo contraddico: il più grande rip-off del mondo sono i sondaggi politici. Non solo per settimane ci hanno raccontato che un’alta affluenza avrebbe favorito il sì, ieri ho visto degli exit-poll in cui le forchette di entrambe le opzioni avevano il tetto sopra il 50% (così son capaci tutti).
Curriculum. A palazzo delle Esposizioni per Schifano scopriamo che gli fa da supporto il nostro “coinquilino” Tirelli (è andato ad abitare nell’appartamento davanti a Castel Sant’Angelo in cui abbiamo vissuto per tre anni): mo lo metto nel curriculum.
Treccani. Io che sono sempre pronto a sparlare dei giovani a prescindere, leggendo sul treno per Napoli, appena tornato da Gibellina, I ministri dal cielo di Lorenzo Barbera, non saprei dove nascondermi (da me stesso??) per la vergogna nel ricordare il pomeriggio in cui Salvatore Grillo, direttore del pensionato Bocconi, mi invitò nel suo studio per farmi conoscere l’Ernesto Treccani che, tra l’altro, aveva dipinto le facce dei terremotati del Belice in marcia e lo liquidai in quattro e quattr’otto come un qualsiasi figlio di papà (Treccani? Quelli dell’Enciclopedia?) per andare a perder tempo con chissà quale stupidata (sarà stata una partita di calcetto o, peggio, un articolo per il mio giornalino, su cosa poi, avevo tra le mani Ernesto Treccani…).
Memoria. Mi è arrivato il libro Italiani Giovani e Grandi Maestri con le foto di Bob Krieger pubblicato nel 2001 da Sea-Aeroporti di Milano Linate e Malpensa. La prefazione di Indro Montanelli comincia così: «Ugo Ojetti diceva che l’Italia è un Paese di contemporanei senza antenati né posteri perché senza memoria. Dapprima l’avevo presa per una battuta. Poi mi accorsi che invece si trattava di una grande e purtroppo amara verità». Subito ho inserito la citazione nell’introduzione del sito. Poi, dopo le foto di Andreotti, c’è un manoscritto di Beppe Grillo in cui si legge (così ho decifrato la calligrafia): «Sfuggo chi ha troppa memoria perché è prolisso e cattivo. Chi si dimentica è generalmente una persona buona. La memoria crea odio […] Forse l’unica difesa del nostro cervello contro le idiozie del mondo è una malattia: il morbo di Alzheimer». Subito ha preso a fischiarmi l’orecchio sinistro.
Fiumi. Il Cuyahoga river era talmente inquinato da petrolio e simili che ha preso fuoco (un fiume in fiamme???!!!) numerose volte, l’ultima nel 1969. In Kansas avevo un amico originario dell’Ohio che diceva di averlo visto, e lo descriveva come uno spettacolo formidabile (però era un alcolizzato che quando veniva a cena a casa nostra si portava la sua bottiglia di vodka, e se per caso non la finiva prima d’andar via se la riprendeva, quindi finché non ho visto il video su YouTube ho avuto il sospetto si trattasse di allucinazioni).
Giochi. L’altro giorno, durante il pranzo a Senigallia, il tristellato Mauro Uliassi confidava agli ospiti del tavolo davanti al nostro (empolesi, la gioia che mi ha dato averne riconosciuto l’accento…) che fra qualche anno smetterà di fare lo chef per passare il resto della sua vita a studiare. Anche io lo ripetevo sempre: voglio passare il tempo che mi rimane a studiare. Poi però la coscienza m’incalzava: «Macché studiare e studiare, tu vuoi passare il tempo a giocare!». Così finché mi è venuto in soccorso l’articolo scritto da Paolo Sorrentino sul “Corriere della Sera” del 27 ottobre 2022 in occasione del settantesimo compleanno di Roberto Benigni: «È occupato a studiare e giocare. Questa è un’altra forma d’incanto di Benigni. In lui, studio e gioco coincidono. Sono la stessa cosa. Al punto che, mi viene da sospettare, Benigni sia un uomo felice». Magari a furia di giocare, un bel giorno da qua a settant’anni, ci arrivo pure io...
First lady. Incuriosito dall’intervista a Franca Pilla Ciampi sul “Corriere” sono andato a vedere chi sono gli altri centenari del Catalogo dei Viventi 2009 che entrano pure nell’edizione 2026: dietro alla mia semi-concittadina (nata il 18 dicembre 1920), ci sono Mina Gregori (7 marzo 1924), Cesare Ruperto (28 maggio 1925), Maria Sole Agnelli (9 agosto 1925), Marisa Bulgheroni (18 ottobre 1925), Filippo Casamento (2 gennaio 1926, qui non sono proprio sicuro che sia ancora vivo, ma non mi sembra il caso di andare in giro a far domande…), Teddy Reno (11 luglio 1926), Manlio Cerroni (18 novembre 1926), poi Achille Albonetti (6 febbraio 1927, «ultimo in vita tra i presenti alla firma dei Trattati di Roma del’57»), Cristiana Agnelli (16 febbraio 1927, gli Agnelli meno in vista campano più a lungo...), Rino Formica (1 marzo 1927, e ancora scrive editoriali...), Roberto Vacca (31 maggio 1927, “futurologo”, nell’ottobre 2018, intervistato dal “Corriere”, aveva vaticinato «Morirò a 95 anni»: la previsione che sarà più contento di aver sbagliato...), Amaro Isola (14 gennaio 1928), Gennaro Sasso (25 giugno 1928), Vittoria Michitto Leone (15 luglio 1928, e qui chiudo la lista iniziata con una “first lady” finendo con un’altra perché, si sa, mi piacciono le cose simmetriche).
Regine. Taschen mi ha mandato la pubblicità del nuovo libro formato XL, The Queen of Italy - Sophia by Eisesntaedt (il fotografo di Life), edizione limitata (un migliaio di copie) in uscita domani (quella autografata a 1750 euro, altrimenti 850). Siccome ieri ho finito l’aggiornamento della classifica degli italiani al 2019 (per la fine dell’anno vorrei finire quella al 2025, poi comincio con una nuova infornata di dati dal 1946), sono andato a vedere se la Loren è regina anche nel mio regno ed ho constatato con piacere che è in effetti la prima donna, al numero 5, preceduta solo da Silvio Berlusconi, Romano Prodi, Umberto Bossi e Massimo D’Alema. Per trovare la seconda donna son dovuto scendere fino al numero 26, Mina, poi la grande rivale Gina Lollobrigida (30), Ornella Vanoni (40), Milva (43), Raffaella Carrà (58), Deborah Compagnoni (64), Emma Bonino (72), Rita Pavone (97), Gigliola Cinquetti (105), Monica Vitti (109), Claudia Cardinale (116), Alessandra Mussolini (118), Irene Pivetti (127), Patty Pravo (137), Stefania Belmondo (138), Iva Zanicchi (139), Sara Simeoni (144), Liliana Cavani (150) e qui mi fermo, anche se andrei avanti tutto il giorno...
Foto. A proposito dei libri XL di Taschen, ne possiedo uno, Leifer/Boxing (n. 821 di 1000, me l’ha regalato la Santa a natale 2021): lo vendevano con i guanti, ovviamente bianchi, per sfogliarlo (sulla busta che li conteneva la scritta “Gloves for fine books”). A proposito di fotografi: computando il libro dell’anno Treccani 2020, arrivato al 7 maggio mi è scappato un grido di giubilo. Subito la Santa è venuta nel mio studio: «Cos’è successo?». Imbarazzato, l’ho liquidata: «Niente, niente, i miei giochetti…». La verità è che nel dare la notizia della morte di Bob Krieger hanno pubblicato una foto di Alessandro Del Piero tratta dal suo libro … Ad occhi chiusi (Punti per il Pinturicchio!!!). Subito son corso a comprare il libro (Leonardo International 2003), e pure Cento ritratti d’Italia (Leonardo International 1999, in copertina Ciampi, e come potevo farne a meno…), Italiani giovani e grandi maestri (Leonardo International 2001; Italiani nel mondo del calcio, Leonardo International 2002, già ce l’avevo). Altri punti in arrivo...
Champagne. Umorismo per leghisti: fatto l’accordo tra Francia e Ucraina, assicurate a Kiev le forniture di champagne.
Postini. Poiché mentre spazzavo le foglie cadute nel giardino di Villa Charlie mi è arrivato L’Italia in cammino di Gioacchino Volpe (letto Il tramonto del passato di Belardelli ho deciso che non potevo più vivere senza), sono andato a ritirarlo al fermopoint di corso Vecchio sede dell’episodio narrato nella letterina del 9 ottobre (Sessi) ed ho scoperto che davanti al bancone hanno appeso per i piedi un fantoccio avvolto dentro un sacco nero dell’immondizia con la scritta «Qui giace la leggenda il postino non ha suonato».
Sessi. Mentre stavo in giro per l’Umbria con gli amici danesi mi è arrivato il pacco con gli undici volumi de L’Italia del ’900 (in realtà dal 1960) di Enzo Biagi. Vado a un fermopoint di Corso Vecchio per ritirare, appena entro vedo un settantenne piuttosto alterato che si lamenta perché a suo dire non è vero che non era a casa quando hanno tentato la consegna («Eravamo in cinque!!!!»), siccome è successo pure a me sarei tentato di portare la mia testimonianza, la ragazza al banco commette l’errore di chiedergli «ha le prove?» e quello comincia a dare completamente di matto urlando che arrivato alla sua età non gli era mai capitato di esser preso in giro a quel modo e che non è disposto a tollerare una simile mancanza di rispetto. Essendo toscano (peggio, livornese) so che il livello dei decibel raggiunto dalle urla non è un segnale inequivocabile che sia imminente il passaggio alle vie di fatto (e lo dovrebbero sapere pure i ternani, visto il mio concittadino di nascita che si sono scelti come sindaco), ma anche io sono piuttosto sorpreso dal fatto che il signore dietro al banco non stia intervenendo a difesa dalla collega che potrebbe sentirsi minacciata fisicamente. La situazione si calma e la raccomandata viene consegnata, ma appena l’aggressore (per fortuna solo verbale) esce, una donna che ha assistito alla scena accanto a me, molto emozionata, punta il dito contro il tizio dietro il banco e gli dice con la voce tremante: «Senta, io non so chi avesse ragione, ma trovo il fatto che lei non sia intervenuto in difesa della sua collega assolutamente VER-GO-GNO-SO!». Un’altra signora che manco era presente al momento dei fatti la spalleggia, «È una vergogna, una vergogna...», e per un attimo mi viene il sospetto che stiano aspettando l’occasione per prendersela pure con me. Poi, riuscendo finalmente a prendere la parola, l’accusato risponde: «Prima di tutto, la signora è mia moglie». Dopo pochi secondi di smarrimento per l’inaspettato colpo di scena, le accusatrici incalzano, «Ah, allora è ancora peggio, PEGGIO!!!», lui sostiene di non essere intervenuto perché la moglie deve imparare a gestire quel tipo di situazioni e che lo avrebbe fatto senz’altro se non ci fosse riuscita. Lei in effetti non sembra affatto turbata (non dice una parola una a difesa del marito), a parte la gaffe sulla richiesta di prove se l’è cavata piuttosto bene, siccome non trova il mio pacco le spiego paziente che dev’essere una cosa piuttosto grande, quando infine me lo passa scherza cordialmente lamentandosi del peso. La signora che aveva lanciato il j’accuse prima di congedarsi ci dice «Voi non sapete cosa vuol dire essere una donna...» e mentre se ne va mi accorgo che ha gli occhi pieni di lacrime.
Laboratori. Pragmatica: poiché stavo sempre in guerra con la Santa per la confusione che regna nel suo studio (pare la camera di una teenager), abbiamo deciso di cambiare il nome della stanza sulla app Home Connect in “laboratorio” (tanto è bastato per far tornare la pace a Palazzo Monti).
Barconi. Domenica pomeriggio, al Teatro Secci di Terni per vedere Oltre (vale le sperticate lodi che avevamo ascoltato da chi ci ha omaggiato dei biglietti), un’anziana abbonata alla mia destra: «È affondato un altro barcone… E non è che sono i primi che vengono... Ma non lo sanno come va a finire? Non ce l’hanno internet?… Che poi, che dovranno veni’ a fa’? A rompecce li cojoni a noi?…».
Nonne. Cresciuto in una famiglia in cui le donne cucinavano per mestiere, mi sono sempre sentito in sintonia col «fanculo alle nonne» associato a Massimo Bottura («La confusione o l’idea che Bottura disprezzi la cucina tradizionale delle nonne nasce dal fatto che in passato è stato criticato per aver “distrutto” o “modernizzato” le ricette tradizionali. Lui stesso ha raccontato di come i critici “volevano crocifiggerlo in piazza” per aver osato reinterpretare piatti iconici come la lasagna o i tortellini» riassume l’intelligenza artificiale), così quando ho letto sul “Corriere” che l’elevazione della “Cucina italiana” a Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità è «un riconoscimento più alla cultura che all’arte degli chef professionali o, peggio, delle “nonne”» me ne sono compiaciuto. La mia soddisfazione è durata un attimo: mentre mi apprestavo a condividerla con la Santa, ho scoperto che richiesta di dare un commento (avrei scritto feedback, ma ho appena canzonato Ronchey...) sulla pizza di pasqua ricevuta giorni fa da Uliassi gli ha scritto che era «buona, ma non come quella di nonna Rosina» (dove troveranno Zelensky e gli ucraini la forza di non arrendersi, a me basta questo per farmi venir voglia di sventolare bandiera bianca...) • Entrando ad Atreju da viale Giuseppe Ceccarelli “Ceccarius” mi accorgo che nonostante ci vivessi davanti l’anno scorso non avevo colto il legame col nipote Filippo che non aveva resistito alla tentazione di fare la discussa battuta («Atroja»).
Enciclopedie. Al prossimo che entrando nel mio studio mi chiede «quei libri li hai letti tutti?» gli racconto cosa rispose Nino Benvenuti quando Guido Gerosa gli fece la stessa domanda (“Epoca” n. 866, aprile 1967): «Anche quelli che non faccio in tempo o non riesco a leggere, sono convinto che mi fanno bene lo stesso. La vede quella fila di volumi con la rilegatura rossa? È l’Enciclopedia Britannica. Bene, io faccio fatica a leggerla perché l’inglese lo conosco a malapena, eppure sento che mi serve, che è utile. Tutte le cose sono utili quando le si ama: anche se al momento si fatica a comprenderle».
Formaggio. Compulsando Epoca 1950-1969 L’Italia e gli Italiani nei Primi 100 Numeri di un Grande Settimanale, arrivato a pagina 127 vedo la copertina del marzo 1952 e subito mi mordo i gomiti per non aver inserito nel Catalogo dei Viventi Franca Faldini, ultima compagna di Totò morta nel 2016. Avessi una macchina del tempo, nella sua scheda (pagina 701 dell’edizione 2009, tra FALCUCCI Franca e FALETTI Giorgio) scriverei senz’altro che in America vinse il titolo di Miss Cheesecake, assegnato alla ragazza la cui pelle fosse «dolce, morbida, bianca e nutriente» come il formaggio («il titolo di cui va più orgogliosa» Marilyn Monroe, secondo il numero 45 dell’agosto 1951).
Guerre. Da “L’Europeo” numero 31 del 1948 (articolo di Ugo Stille): avendo William “Wild Bill” Donovan suggerito di forzare il blocco di Berlino mediante l’invio di un treno armato con l’idea che i russi non avrebbero mai fatto la guerra, il segretario di Stato americano George C. Marshall bloccò il piano perché «sapeva che le guerre si possono fare anche per sbaglio». Venutomi in mente che bisognerebbe far leggere l’articolo a chi adesso propone l’invio di soldati europei in Groenlandia, subito mi stupisco che - lapsus freudiano? - non abbia invece pensato all’Ucraina (quando si tratta di paventare una guerra all’Europa, i miei timori sono inconsciamente orientati più a ovest che a est???).
Spinaci. Ho trovato un’anima gemella nella first “first lady” Ida Pellegrini Einaudi, famosa per aver tenuto dal primo giorno di matrimonio un libro dei conti di casa che «rappresenta la storia economica di una famiglia italiana borghese»: «Di quel libro è importante l’impianto: si sa che la signora Einaudi è in grado di dire non soltanto quanto spendeva per le verdure una famiglia di cinque persone nel 1912, ma quanto costavano gli spinaci, quanto i cavoli e quanto le carote» (Raul Radice, “L’Europeo” n. 21 1948).
Storia. «Ogni uomo politico, americano o straniero, tutte le mattine legge il New York Times. Unica eccezione è Harry Truman, il presidente degli Stati Uniti, che comincia la sua giornata leggendo invece quattro paginette tirate al ciclostile. Come il New York Times, le quattro paginette vogliono dare la storia di ciò che è successo nelle ultime 24 ore. Unica differenza, non da poco, è che invece d’essere compilata da giornalisti, la cronaca contenuta in quelle pagine è il risultato delle relazioni dei servizi di intelligence americani, condensate ogni mattina appositamente per il presidente della Cia, la Central Intelligence Agency, l’organismo che coordina i servizi informativi e di spionaggio del governo e delle forze armate. Ogni mattina, così, Truman ha davanti a sé la vera storia del mondo» (Ugo Stille, “L’Europeo” numero 31 1948).
Pellicce. «De Gasperi era sicuro di vincere. Ma quanta fatica da quel dicembre, quando venne a sventolarci sotto il naso, a me e a Paolo Cappa, l’invito di Harry Truman alla Casa Bianca. L’ambasciatore James Dunn gli diceva di portare la pelliccia, per il freddo. “Non ce l’ho e non ho i soldi per comprarla”. Cappa e io ci muovemmo a sua insaputa. Lui procurò la stoffa, io l’astrakan, tramite amici della Resistenza. La signora Francesca prese un vecchio cappotto di De Gasperi e andammo da un sarto, a piazza Venezia, in un ammezzato. Le prove le feci io. Quando trovò la sorpresa sul letto, nella casa di via Bonifacio VIII, disse burbero alla moglie: “Quei due li metterò a posto io”. Ma si vedeva che era commosso» (il ’48 nel ricordo di Giuseppe Brusasca, da “L’Europeo” numero 17 del 1988).
Pattini. «Al quarto piano del palazzo, dove sono collocati gli uffici dei servizi elettorali, il dottor Vicente non chiuse occhio. I suoi funzionari sono divisi in tre turni di otto ore. Sulla terrazza del ministero c’è una centrale radio collegata agli uffici e si riceve contemporaneamente da un centralino telefonico speciale a 12 linee: il ritmo delle comunicazioni in arrivo era così intenso che impegnò 130 funzionari. Nel ministero non c’è impianto di posta pneumatica adeguato: a farlo apposta sarebbe venuto a costare troppo. I corridoi del Viminale hanno uno sviluppo di chilometri e gli ascensori sono lenti. Allora si è pensato di stabilire un servizio di ciclisti. Presso la porta degli ascensori sono appoggiate al muro tre biciclette: l’agente arriva in ascensore, sale in bicicletta e corre scampanellando per il corridoio fino a un altro ascensore: scende di bicicletta, entra nella cabina, fa il suo percorso, esce, sale su un’altra bicicletta, e va, ancora di corsa, per i corridoi. È stato difficile però mantenere il servizio delle biciclette fino alla fine delle operazioni di scrutinio e di conteggi, perché già nelle prime 24 ore due persone sono state investite e un tavolino si è rovesciato. Due signorine si sono offerte di contribuire alla celerità del servizio se le avessero autorizzate a servirsi dei pattini a rotelle» (le elezioni del 18-19 aprile 1948 nel racconto di Vittorio Gorresio su “L’Europeo” numero 17).
Baci/2. «Ha visto il bacio di Fanfani al ciclista Gaiardoni? Nella inflazione di baci fra uomini di cui siamo spettatori ogni volta che una squadra di calcio italiana riesca a segnare un goal contro qualsiasi avversario, questo del Presidente del Consiglio pone una nota speciale. Resta pur sempre il bacio di Fanfani al ciclista qualcosa di inatteso, di straordinario, di nuovo nella cronaca politica e fotografica dei nostri tempi. Dopo avere assistito al dramma di Miller Uno sguardo dal ponte, nel quale il regista Luchino Visconti fa baciare in bocca due dei personaggi maschili in piena scena, non credevamo di annotare nulla di peggio in materia di baci proibiti. Ebbene, questo dell’onorevole Fanfani (persona superiore ad ogni sospetto), al ciclista Gaiardoni ci allarma, proprio per un altro verso. Ci mette di fronte al problema del Bacio di Stato, come espediente e manovra per raggiungere il favore delle masse all’interno di circhi, stadi, velodromi ed altri luoghi agonistici, subito dopo impressionanti performances di giovani campioni. Si può prevedere la prossima nascita di una Commissione parlamentare per il Bacio di Stato (presieduta, ad ogni buon fine, dalla senatrice Merlin) e un poderoso intervento del Presidente del Consiglio, in Parlamento, perché venga fissata anche questa sua ultima, e inattesa, benemerenza di governo. Ed io mi chiedo: cosa faranno, di fronte a simili prospettive, i nostri giovani atleti? Non penseranno che è preferibile perdere, pur di sottrarsi a baci tanto poco divertenti? Non vorrei che l’iniziativa portasse al definitivo decadimento dello sport italiano» (questa lettera aperta di A. Coltano datata 8 settembre 1960, da il “Chi è” del Borghese, avrebbe fatto comodo ai tempi - agosto 2023 - del bacio stampato dal presidente della Federcalcio spagnola Luis Rubiales sulla bocca della neocampionessa del mondo Jenni Hermoso).
Baci. «Il morto era una carogna. Come uomo non meritava di vivere e io l’ho ucciso. Come padre l’ho baciato dopo averlo finito» (il parricida Serafino Castagna al maresciallo dei carabinieri che l’aveva finalmente arrestato. Enrico Fulchignoni, 18 novembre 1955, da il “Chi è” del Borghese»).
Marinai. «Una particolare considerazione deve essere fatta a proposito dei marinai i quali, alle volte dopo mesi di crociera, giungono in massa in un porto; ma, badate, anche per questi si possono prendere dei provvedimenti. Ci sono delle Nazioni che quando i loro marinai toccano i porti li conducono a visitare paesi e città vicine, monumenti e musei, li intrattengono in competizioni sportive, li distraggono facendoli assistere a manifestazioni artistiche» (l’onorevole Giuseppe Cortese intervenendo sulla legge Merlin, dal Borghese del 2 luglio 1959).
Commessi. «Impegnato nella soluzione delle interminabili vertenze sindacali è il Parlamento della Repubblica. Il deputato socialista Antonio Cavinato, prendendo la parola nell’aula deserta, esordisce: “Onorevole presidente, signori commessi!”. Ma l’ufficio di presidenza interviene in difesa del buon nome delle istituzioni repubblicane e impone agli stenografi di non registrare l’esordio dell’oratore solitario» (Cirri e Quarantotto, 23 marzo 1961. Il “Chi è” del Borghese).
Bio. Zio Chiodi “lamentandosi” perché l’ho messo solo al quarto posto tra i nati il 30 agosto (primo il Tartaglia che tirò la statuetta del Duomo in faccia a Berlusconi) per perorare la sua causa mi ha fatto notare che come calciatore è stato con la Roma «Campione italiano juniores regionali nel 1960», come giornalista ha «consentito che la categoria fosse inserita nella lista dei professionisti che possono invocare il segreto (come le levatrici, per esempio) sulle fonti di informazione», come pilota automobilistico è l’«unico dell’emisfero nord ad avere disputato la Pechino-Parigi quattro volte»: urge aggiornamento della biografia sul Catalogo.
Bbone. L’attempata popolana che ad Atreju fermatasi davanti alla foto di Francesca Albanese ha commentato «Ah, bbona questa...».
Traditori. Letto Gramellini che nel suo Caffè parla della cena di Garofani, del fatto che erano tutti romanisti e conclude che il traditore dev’essere un laziale, mi imbatto nella pagina X del sospettato Francesco De Dominicis in cui è scritto «Juventino»: e mi pareva che non davano la colpa a noi… (È un falso? Qualcuno sta riscrivendo la storia?).
Figurine. È uscita l’edizione 2025-2026 dell’album dei calciatori. Tra le 618 figurine possibili quale mi si è parata davanti per prima? Quella che va incollata al numero 374, la peggiore di tutte, ovvero lo scudetto del Pisa (vano ogni tentativo di convincermi che si tratta soltanto di un caso).
Svizzera. Lo dico con la morte nel cuore, ma raggiunta la veneranda età di 115 anni, dopo gli inutili tentativi di cura dell’ultimo Mancini, di Spalletti e di Gattuso culminati con le indicibili sofferenze casalinghe di domenica sera con la Norvegia, per la panchina della nazionale viene in mente uno e un solo nome: Cappato.
Telefoni. Mi è arrivata l’edizione 1931 del Chi è? Dizionario degli italiani di oggi di Formiggini (quella del 1938 è in viaggio): mio grande stupore quando ho scoperto che a pagina 467, voce Marconi Guglielmo, non c’è solo l’indirizzo di casa, Roma (108), via Condotti 11, ma pure il numero di telefono, 61563. Subito mi sono immaginato che chiamandolo qualche volta abbia risposto la mamma di zio Roberto Chiodi, “la ferrista” che gli faceva da infermiera (questi sono i miei gradi di separazione dall’inventore della radio).
Scaffali. Vagando negli anni Trenta per i miei giochetti, mi sono talmente riconosciuto nel Sor Pampurio di Carlo Bisi che ho recuperato su ebay una statuetta che lo raffigura, l’ho messa su uno scaffale in mezzo a Snoopy e Kung Fu Panda e ogni volta che la guarda mi sembra che dica «Il Sor Pampurio è arcicontento del suo nuovo appartamento»
Carte. A proposito di caricature, un’altra delle mie fissazioni: ieri, mentre la Santa e la cugina che le fa da complice stavano facendo l’albero di Natale (non era più possibile frenarne il desiderio), tra la musica con cui le stava accompagnando spotify ha inserito il “Triangolo” di Renato Zero: subito, per rendermi interessante, sono andato a mostrar loro la magnifica carta disegnata dal Cubano che lo ritrae. Gli è piaciuta al punto che sono andate a cercare da dove provenisse e quando hanno letto “Le Ore”, sapendo che il mazzo l’ho comprato usato, son corse a cercarmi inorridite per quel che le avevo messo tra le mani: per fortuna son riuscito a provare che il mio mazzo era allegato a Cronaca Italiana.
Olivetti. A proposito di Natale (e di oggetti usati): con la Santa abbiamo deciso di regalarci a vicenda un pranzo con Uliassi (non “da”, “con”) nella nostra amata Senigallia. Poiché lei mi aveva già fatto «un regalino» scovato in non so quale mercatino, ha deciso di darmelo subito per evitarmi imbarazzi nella Santa notte. Si tratta di una macchina da scrivere azzurra Olivetti Italia ’90: da qua in avanti racconto ai miei ospiti che l’ho tenuta come ricordo di quando ero inviato ai quattordicesimi mondiali di calcio (agli occhi dei giovani sembro abbastanza vecchio da non fargli pensare che sarei stato un po’ troppo precoce)
Mezzadria. A proposito di design: leggendo Controstoria dell’Italia – Dalla morte di Mussolini all’era Berlusconi di Giampiero Mughini mi sono appassionato al capitolo 4, A New York nel 1972 la bellezza parlava italiano e arrivato a pagina 74 son subito corso a cercare quanto mi sarebbe costato comprare il Pratone. Visto il prezzo mi è tornato molto utile l’aver letto l’intervista del Foglio in cui si diceva costretto a «una dieta intermittente, che fa pure bene alla salute dicono» («Nella vita non ho saputo mettere niente da parte, tranne i miei libri») e ho indirizzato le mie platoniche attenzioni al più economico Mezzadro.
Onde. Arrivato alla voce TOGLIATTI Palmiro su Il chi è del Borghese, a pagina 525 leggo questo brano tratto da Conversando con Togliatti di Marcella e Maurizio Ferrara (i genitori di Giuliano): «Nella villa di Sorrento dove abitava Benedetto Croce con i suoi familiari si ebbe una riunione in cui il Croce rese noto che il proclama del re era il risultato di un’azione svolta e di proposte elaborate da Enrico De Nicola, d’accordo con lo stesso Croce, e a conoscenza di Carlo Sforza. L’incontro fu cordiale ed è difficile dire se il Croce attendesse proteste di Togliatti per le sue comunicazioni, od obiezioni ad un testo di poche righe che era stato preparato. Togliatti non ne fece alcuna. Osservò soltanto che nel testo vi era un “onde” seguito da un infinito e chiese che, almeno in considerazione del fatto che si era così vicini alla città dove aveva insegnato Basilio Puoti, l’errore venisse corretto». Ora, io non sono un allievo del Puoti ma un povero geometra, e quando il caro professor Mambrini (eminente studioso dell’alchimista senese Vannoccio Biringuccio che all’università accettava solo 30 e lode) deve aver spiegato questa cosa si vede che non c’ero, e se c’ero dormivo, ma son due giorni che non riesco a guardarmi allo specchio senza darmi della bestia per tutte le volte che in vita mia ho usato l’espressione «onde evitare».
Capelli. Mi è arrivato Il “Chi è” del Borghese (Vecchi e nuovi fusti) a cura di Gianna Preda. Comincio da GASSMAN Vittorio: «Un viso espressivo, che non esprime che l’espressione di voler esprimere» (Leo Longanesi - 15 febbraio 1957). FELLINI Federico: «L’occhio di Fellini, tondo e smorto, assomiglia a quello di molti romagnoli. Il loro sguardo è lento e pesante e si incolla, come sanguisuga, al prosperoso seno delle donne degli altri. Ma l’occhio ritorna subito mite e ipocrita non appena si posa, di nuovo, sulle grazie, risapute e noiose, della moglie» (Gianna Preda - 2 giugno 1960). CROCE Benedetto: «Anni fa, conobbi a Napoli un professore smunto e magro, che viveva nella cerchia di Benedetto Croce. Per rendersi utile e per godere la fiducia del senatore, gli posava di nascosto un capello sul risvolto della giubba, poi glielo toglieva con estrema cura dicendo: “Scusi, maestro!”» (Leo Longanesi - 25 marzo 1955). Ahi ahi ahi: qua stasera mi dimentico pure di guardare la Champions se non di consumare la cena.
Candeline. La prossima volta che mi chiedono perché parlo «come se avessi 100 anni» rispondo «114, per la precisione» e poi spiego che per come la vedo io non conta quando si è nati ma quando si è rimasti orfani: mio zio materno Sergio, classe 1926, ha perso l’ultimo dei genitori, mio nonno Stuardo (morto nel 1995 a 98 anni), quindici anni dopo di me, 1926-15=1911, da qui il numero di candeline con cui decorare la mia prossima torta di compleanno (praticamente sono coetaneo di Renato Guttuso, Nino Rota, Attilio Bertolucci ecc.).
Respiri. Negli ultimi giorni una fantasia s’impone su tutte le altre: scrivere in assoluta segretezza da qui al 2046 cento cataloghi dei viventi, uno per ogni anno dalla nascita della Repubblica, qualche tempo dopo morire nel mio studio senza che nessuno se ne accorga; trascorsi due, tre, ma pure quattro lustri essere scoperto per caso ormai ridotto a nient’altro che uno scheletro, i tomi che ho lasciato sul pavimento accolti nello stupore generale come un incontestabile capolavoro (soprattutto, esalare l’ultimo respiro immaginandomi la scena).
Comunisti. A Renzi che gli chiedeva «Perché prendi di mira Allegri? Non è nemmeno comunista» Berlusconi rispose «Non è comunista, è peggio: è di Livorno» (fossi ancora nella mia cameretta alla Bocconi stamperei questo brano da A corto muso di Giuseppe Alberto Falci e l’incollerei compiaciuto alla parete ma a Palazzo Monti detta legge la Santa e non son padrone di far come mi pare financo nel mio studio).
Culo. Vado alla Ubik di corso Tacito per comprare A Corto Muso (Max Allegri e gli altri. Il calcio diventa politica). Le ho già dato il bancomat quando la cassiera mi dice: «Se vuole può scegliere un libro in regalo tra quelli che stanno qua sotto». Individuo subito Diego Armando Maradona. La mano de dios (Edizioni Clichy 2020, stamattina sta al 70° posto nella classifica dei libri di calcio più venduti su amazon, per quel che conta), sto per prenderlo quando vedo in un angolo a sinistra il magnifico Il secolo azzurro pubblicato nel 2010 dal grande Carlo F. Chiesa per il centenario della nazionale, 449 pagine per un totale di 2.9 chili (originariamente stava a 60 euro, mi manca perché all’epoca vivevo a New York, ma è un buco che sapevo avrei prima o poi dovuto colmare). Chiedo incredulo? «Pure quello???». Risponde: «Certo, può scegliere tra tutto quel che vede qua sotto». Non riuscendo a capacitarmi di tanta buona sorte (ci devo ripensare, ma al momento lo metto al secondo posto tra le botte di culo della mia vita) chiedo ancora senza riuscire a trattenere la gioia «Ma davvero???» e subito mi viene il terrore che davanti a tanto entusiasmo quella ritiri l’offerta, per fortuna di copie ancora incellofanate ce ne sono parecchie e quella mi risponde: «Le regaliamo perché tanto dovremmo disfarcene...». Tornato a casa, ho subito raccontato alla Santa il miracolo che mi era capitato ricevendone in risposta un deludente «Meno male che non giochi a poker…».
Crepacuore. Compulsando per i miei giochetti gli archivi dei quotidiani anni 70, mi colpiscono due fatti: primo, non tanto la frequenza dei rapimenti, quanto il numero dei congiunti (per lo più padri) morti di crepacuore appreso l’accaduto (le vittime del sequestro non facevano in tempo a gioire per la ritrovata la libertà che subito arrivava la ferale notizia); secondo, il numero di protagonisti della cronaca nera che tornano sulle stesse pagine per simili episodi (spesso pure peggiori) a distanza di 20, 30 e anche 40 anni (lungi da me ogni intento giustizialista, mi sono laureato con una tesi sul reinserimento dei detenuti).
Imbianchini. Tornando dall’incontro con un collega, la Santa mi ha raccontato con perfida nonchalance che è contentissimo per il figlio che s’è messo a fare l’imbianchino («Guadagna più di me!») e nel panico per quello che vuol fare il giornalista.
Date. A Milano per l’Homecoming della Bocconi, la Santa mi ha spedito all’Egea per comprare un libro cui ha collaborato (Comunicazione aziendale. Scelte, analisi e strumenti). Poiché per sfruttare il buono che mi aveva dato era necessario raggiungere una spesa di 25 euro, mi son messo a vagare fra gli scaffali finché la scelta è caduta su Il tramonto del passato. La crisi della storia nella società contemporanea di Giovanni Belardelli. Giunto a pagina 18 (capitolo 2, La scuola contro la storia) leggo: «Secondo un’indagine riportata nel 2019 dal “Washington Post”, più di un terzo degli intervistati non sapeva in quale secolo avesse avuto luogo la Rivoluzione americana e la metà riteneva che la Guerra civile precedesse la nascita degli Stati Uniti» (M. Boot, American’s ignorance of history is a national scandal, in “The Washington Post”, 20 febbraio 2019).
Taxi. Un affabile tassista brianzolo mi accompagna dalla stazione centrale alle colonne di San Lorenzo. Impegnato da una vita nel volontariato, mi racconta che d’estate si reca a sue spese ad Arenzano dove con i suoi due labrador aiuta comitive di disabili ad immergersi nell’acqua. Quando gli chiedo quanto devo stare attento andando in giro la sera, parla di una Milano sempre più pericolosa, è lesto a segnalarmi la nazionalità (algerina) dell’autore di una recente rapina con coltello a un bigliettaio del tram (ancora esistono??), si lamenta della «massa di immigrati nullafacenti» con tanto di telefonino che dalle sue parti «vengono ospitati dalle suore a spese dello Stato» e alla domanda «pensa che Sala sarà rieletto?» risponde «Spero di no» (non ho pensato che il sindaco ha già fatto due mandati, lui non mi corregge). Arrivati a destinazione, mi sembra quasi si compiaccia nel dirmi che a Mariano Comense, dove vive, la situazione è molto migliore perché la ’ndrangheta, che fa base nella zona, non volendo essere disturbata nei suoi affari è efficientissima nel garantire l’ordine pubblico.
Pensioni. Ripa di Porta Ticinese, davanti ai navigli un vecchio seduto su una sedia con in mano a una chitarra sta spiegando all’attentissimo interlocutore, più giovane ma ancor più male in arnese: «A 67 anni prenderai cinquecento euro ma poi, a 70, arriva una maggiorazione che ti porta sopra 700». E quello illuminandosi: «Ah cazzo!».
Mamme. Sul frecciarossa che mi porta a Milano leggo su Ci chiamavano sciacalli il consiglio dato all’ex procuratore calcistico (ed ex giornalista) Carlo Pallavicino dalla madre: «Se vuoi davvero qualcosa fai lavorare il cervello. Tutto diventa possibile. Per l’impossibile, ingoia il pudore e rompi i coglioni all’infinito» («Probabilmente il miglior suggerimento della mia vita»). Avessi un figlio, temo non resisterei alla tentazione di plagiarla.
Bottiglie. Il sommelier della Locanda del Cardinale d’Assisi che alla nostra richiesta di provare una bollicina locale ci aveva ormai convinto su una bottiglia ma ha dovuto battere in ritirata quando ha commesso l’errore di farci sapere che era opera della cantina di Massimo D’Alema (spiegato all’amico Peter il perché del mio sdegnato rifiuto - «se lo bevano i cinesi» - il danese ha commentato «Ah, una specie di Schröder…»).
Primati. Il mio amico danese Peter che nella cattedrale di San Lorenzo, udito dalla guida Isabella che il francescano Bernardino da Feltre aveva fondato nel 1484 «the first pawn shop» (monte di pietà) confuso dall’accento perugino le ha chiesto sbalordito «The first porn shop??????».
Frontiere. Mentre si dibatte se sia giusto o meno armarsi, penso che molti tra i miei occasionali commensali approverebbero quel che un secolo e mezzo fa un belga diceva al Minghetti (la trascrizione dalla Storia d’Italia dal 1871 al 1915 di Benedetto Croce è lievemente editata per attualizzarla senza cambiare la sostanza): «L’Italia separata dal resto del continente da una frontiera geografica mirabilmente netta, l’Italia alla quale nessuno dei suoi vicini pensa a togliere una provincia o il minimo pezzo di territorio, l’Italia che tutte le nazioni amano come la seconda madre della nostra civiltà, l’Italia non avrebbe niente da temere da alcuno se si contentasse di una posizione simile a quella della Svizzera, che è la più favorevole alla sicurezza e alla prosperità delle nazioni. Perché si lascia trascinare da alleanze compromettenti e pericolose, che possono un giorno costarle assai caro?».
Democrazie. Mentre ai bagni Maurizio di Fano leggo sotto l’ombrellone (più che dal sole mi protegge dalla pioggia) Storia d’Italia dal 1871 al 1915 di Benedetto Croce mi viene da pensare che più del Mario Monti invocato da Bernard Guetta alla Francia servirebbe forse un Quintino Sella e che se Aldo Cazzullo teme che «Di questo passo, prevarrà l’idea che la democrazia non funziona più, che per reggere il ritmo dei cambiamenti e dare risposta alla rabbia popolare serve un autocrate, come quelli al potere dalla Russia alla Cina, dall’Egitto alla Corea del Nord, dalla Turchia all’India» qualcuno potrebbe più modestamente suggerire l’abolizione del suffragio universale.
Concerti. Stavo guardando il Tg3 quando, in onda il servizio sulla strage di Paupisi, ho riconosciuto nel Gianfranco Scarfò a capo della procura di Benevento un volto a me noto: nato a Catanzaro il 12 aprile 1967, in realtà è livornese (il padre, origini calabrese, faceva l’ispettore del lavoro, o qualcosa di simile). Compagno di studi di mio cugino all’università di Pisa, molto simpatico e ancor più intelligente, era pure un po’ goffo: una sera, mentre passeggiavamo dopo cena, cadde nel “fossone” che scorreva dietro casa mia (secondo le malelingue era per quello che, pochi giorni dopo, era stato lasciato dalla fidanzata). Nell’autunno del 1991 lo ospitai nella mia camera al pensionato Bocconi, era venuto a Milano per vedere il concerto di Lou Reed, ho ancora negli occhi la chiusura del concerto con Walk on the Wild Side e lui che il giorno dopo dorme sul mio letto mentre guardo in tv A View to a Kill, quattordicesimo film della saga di James Bond (quello con Grace Jones): sono certo della data perché sul treno che ci riportava a Livorno conobbi una ragazza (di cui lui fu lesto a segnalarmi un difetto anatomico che oggi sarebbe inappropriato menzionare) e le diedi inconsapevolmente appuntamento per un sabato pomeriggio in cui la nazionale si sarebbe giocata in Unione Sovietica l’accesso agli europei del 1992 (questa storia la racconto casomai un’altra volta…). Durante le olimpiadi di Albertville fu accusato di aver causato il grave infortunio di Deborah Compagnoni: dopo la vittoria nel supergigante, aveva vaticinato il suo bis nel gigante del giorno dopo in cui si ruppe il legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro («gliel’ha gufata…»). L’ho visto l’ultima volta a Roma, più di trent’anni fa, credo avesse appena finito il periodo da uditore giudiziario, pranzammo con una pizza al taglio dietro via Ostiense (all’epoca vivevo là), poi lui ha cominciato i suoi molti traslochi in giro per l’Italia, io i miei in giro per il mondo, finché ieri sera me lo sono trovato davanti mentre guardavo il Tg seduto sul divano a palazzo Monti.
Tifosi. Scoperto che lo stesso editore Centauria che ha pubblicato le storie in 50 ritratti di calcio, Juve, Milan e Inter (Paolo Condò & C.) e del calcio azzurro (Marino Bartoletti) ha ripetuto l’operazione con L’Italia di Mussolini, L’Italia della Liberazione e La storia del comunismo affidandola nientemeno che a Paolo Mieli (i primi due volumi con Francesco Cundari, tutti e tre con le magnifiche illustrazioni di Ivan Canu) sono corso a colmare la falla nella mia biblioteca. A pagina 59 del volume comunista scopro che l’ex direttore del Corriere ha usato una riga e mezzo delle ventisei scarse dedicate a Enrico Berlinguer (per giunta dalla quarta, non alla fine…) per scrivere che «Diverse testimonianze lo dicono juventino, sebbene lui, forse per ragioni politiche, protestasse di tifare soltanto per la Torres»: avessi una quarantina d’anni meno gli intitolerei subito un fan club (più pop di così…).
Figli. Leggo su Wikipedia: «È possibile che Garibaldi abbia avuto una figlia naturale, Giannina Repubblica Fadigati (8 ottobre 1868 – 24 novembre 1954), ufficialmente figlia del nobile cremonese Paolo Fadigati, amico e seguace di Garibaldi. La nascita di Giannina Repubblica non sarebbe stata frutto di un tradimento, ma di un vero e proprio accordo tra Garibaldi e i coniugi Fadigati: Paolo Fadigati sarebbe stato infatti un ammiratore talmente fervente dell’Eroe dei Due Mondi da voler “allevare un figlio di sangue garibaldino”». Questa va diretta nella cartellina “Storie che avrebbero fatto impazzire Berlusconi”.
News. Il Corriere di Como: «Purtroppo la notizia è di quelle che non volevamo mai sentire. Morto Giorgio Armani». Be careful what you wish for.
Lirica. Vista all’anfiteatro romano di Terni la Turandot ho rotto ogni indugio: da qua in avanti i tre cinesi che dibattono tutto il giorno con volumi da opera lirica davanti al negozio d’abbigliamento che sta sotto la finestra del mio studio li chiamo Ping, Pong, Pang.
Ai. Da quando ho scoperto che i chatbots sono i miei più assidui lettori tra le intelligenze preferisco senz’altro l’artificiale.
Liste. Mi è arrivato il Dizionario degli Italiani che contano scritto nel 1986 da Alfredo Pieroni (Sperling & Kupfer Editori). Ho cominciato a sfogliarlo mentre guardavo Inter-Como e arrivato a pagina 152, scheda di Alberto Ronchey, nonostante la piacevole lezione che i nerazzurri stavano impartendo ai detestati lariani mi sono completamente dimenticato la partita. Premesso che «[…] è diventato uno dei più rigorosi e documentati poliglotti editorialisti d’Italia. Pare che lo leggano anche all’estero, facendo tradurre la parte italiana dei suoi articoli», è alla sezione “Ha detto” che l’amore giovanile di Oriana Fallaci dà il meglio di sé partendo con una lista che son sicuro avrebbe apprezzato pure Umberto Eco: «Trends of belief, la bombe et le nombre, input, output, ljudi delovye, forecasting, think tank, interdisciplinary approach, standard projections, multifold trends, quantitative scenarios, downwriting, black out, technetronic age, sampan, ghats, climax, rates of growth, tempty rosta, take-off, dhoti, bearers, sweepers, hindi, mills, arthashastra, fu ch’iang, justa propria principia, wei ch’i, tien ha, kesatkian, loop, seppuku, zaibatsu, akahata, tokugava, shokku, peace barrier, tierras coloradas, gusanos, la zafra del pueblo, siempre se puede màs, palabra orientadora, jefatura, intelligencija, esos incrìbles precios, komsolol, plavonoe chozjajstvo, el caiman barbudo, desesperada carrera contra el tiempo, cuartelazos, los lumpen, sovchoz, kalam fadi, fatum mahumetanum, passenger car, gluckhauf, foedus iniquum, lovuski, mescanskije, liubljù tebìa Petrà tvorenije, taigà, torgovyi centr, pod integralom, znamenatel, cislitel, krai sveta, duràk, tak bylo, za rodinu, vozd, kosovorotka, kozanka, jungsturmovka, reakcionnaja burzuaznaja doktrina, vozdizm, samoupravlanje, za rubezom, kak dolgo, time sharing, joss, cogitata et visa, white backlash, generational revolution, planirovanje, cottage-meeting, cevo ze ty choces?, kartoffelnfresser, caudillaje, basiléion tìs Ellàdes, burden sharing, 0,61 (1+X)20 = (1,05)20, satisfaction querelleuse, socialisticeskij lager, raketniki, westbindung, unifikacija, realnyi socializm, l’affaire du gaz est délicate, abajo el tio Sam, sensacija, bien-dao, kacestvo-effektivnost, komitet gosudarstvennoj bezopastnosti, rising entitlements, olivskoe maslo, uskoranie, perestrojka, taratajka, Chruščëv, saludos amigos».
Lucchetti. Un’ultima sosta a Cagliari (tradizionale cena finale con porceddu a Sa Schironada), spedisco la Santa a Londra (a Wembley per il concerto degli Oasis) e vado a trascorrere il resto dell’estate sulle quiete sponde del lago di Piediluco. Nel Caffè di sabato Gramellini, commentando il caso Bova, ha scritto «Se fossi un imprenditore del settore, rilancerei i vecchi diari col lucchetto. Andrebbero a ruba»: qualche mese fa, senza una particolare occasione, mia nipote e il fidanzato me ne hanno regalato uno (???), torna adesso ad ospitare sine die i miei pensierini quotidiani. Buon agosto.
Gentlemen. Ispirato dalla visione di Anora ho approfittato del trasferimento dall’aeroporto di Cagliari a Muravera per chiedere all’autista delle sue esperienze con i turisti russi: me li ha descritti come una massa di arroganti arricchiti ubriaconi, il peggiore di tutti un non meglio identificato portavoce di Putin condotto al Forte Village. Unica eccezione, l’Alexander Medvedev a capo di Gazprom, descritto come un vero gentleman: stavo per chiederle malizioso quando è venuto l’ultima volta, poi ho deciso che casomai lo faccio al ritorno, non voglio certo passare il soggiorno nell’isola a guardarmi le spalle. P. S. A proposito di Anora: per mesi mi son divertito a chiamare il film vincitore dell’Oscar ’a nora (inteso come la moglie del figlio), scopro adesso che come titolo calzerebbe a pennello (mi rendo conto che questa mia osservazione può definitivamente convincere qualcuno della non esistenza di Dio, che tra i critici cinematografici almeno uno meritava certamente la morte più di Fofi).
Buche. Passeggiando lungo il mare ho scavalcato due bambine intente a scavar buche: una ha urlato «Questa non è una gara!», l’altra le ha risposto calma «Vabbè, io la prendo come una gara». Sicuro che questa la tiro fuori la prossima volta che la discussione finisce sui maturandi che si son rifiutati di rispondere all’orale.
Sabbia. Preferisco il brano di Fabri Fibra e Tredici Pietro (il ritornello «Che gusto c’è se tutti stanno sempre meglio me» vale un parolone: Weltanschauung) ma mi arrendo ed eleggo a tormentone dell’estate 2025 l’“A me mi piace” di Alfa. Mentre guardando il mare lo sento per quella che mi pare la milionesima volta, mi torna in mente Teresa Corsaro che quasi un quarto di secolo fa nella redazione di via del Plebiscito si divertiva un sacco a canticchiare “Me Gustas Tu” di Manu Chao in un modo che mi sembrava un po’ troppo irriverente (visto chi - e soprattutto come - canta oggi questa specie di cover devo riconoscerle una vista ben più lunga della mia): pensando che all’epoca in cui son finito coi miei vividissimi ricordi quel cuor contento del De Filippi non aveva ancora compiuto un anno mi sembra veramente che (warning, arriva l’espressione trita e ritrita, ma quanno ce vo’ ce vo’) il tempo mi sia scorso tra le dita come questa sabbia di Costa Rei.
Allergie. Per la cena a Sa Cardiga e Su Pisci mi son deciso a sfoggiare la magnifica maglia limited edition prodotta per i 75 anni dalla tragedia di Superga (ovviamente granata, colletto e maniche bianche, nel retrocollo la scritta «Solo il fato li vinse»). All’uscita ci siamo fermati a un banchetto per provare i vini di un’etichetta locale, appena mi ha visto arrivare un abbronzatissimo signore con accento milanese non è riuscito a frenare l’entusiasmo ed ha scherzato: «Ecco un tifoso juventino!». Subito ho messo le cose in chiaro: «In verità sono proprio tifoso della Juve, ma questa è la maglia del Grande Torino...». A questo punto mi sarei aspettato una battuta sull’enorme macchia che m’era spuntata all’altezza del cuore (ricotta colata dai raviolini fritti presi come dessert), per esempio che l’attribuisse a una reazione allergica (mia, della maglia o di entrambi), invece, con mia grande sorpresa, ha fatto scena muta. Tornando indietro, la Santa mi ha spiegato che non mi aveva creduto, che quando avevo professato la mia fede bianconera il milanese aveva fatto una faccia come se l’avessi sparata troppo grossa: udite queste parole mi sono accorto con sgomento che stava scattando in me un piccolo moto d’orgoglio.
Confetti. Fine settimana spazzato da un fortissimo maestrale: sabato ho visto volare in mare un ombrellone inabissatosi nello sconforto generale quando il padrone l’aveva ormai quasi raggiunto; domenica, mentre pranzavamo, ci siamo incantati guardando un grosso materassino circolare bianco che faceva le capriole sull’acqua: un bagnante con maschera piazzato come un libero dei vecchi tempi sembrava essere l’ultima speranza ma si è fatto bellamente uccellare dal rimbalzo suscitando un corale boato di disappunto, quando la situazione pareva ormai disperata una specie di Ceccon si è lanciato all’inseguimento, è arrivato a pochi metri, ha tirato un attimo il fiato ed è stato definitivamente piantato in asso in un modo che ricordava il povero Vingegaard con Pogacar al Tour. Essendo queste le premesse, quando partendo per la passeggiata delle 16 ho visto il fumo proveniente da Villasimius (19 chilometri a sud) non avrei certo scommesso sui pompieri e invece l’incendio pareva già domato prima del mio ritorno al lettone (è una roba enorme, novità di quest’anno, il tetto apribile stile Wimbledon ogni tanto esce dalle guide, fortuna che la Santa deve ancora trovare qualcosa che non sa riparare). Per dare un qualche valore a queste righe, aggiungo che ho finito il bel Di spalle a questo mondo di Wanda Marasco, la cui lettura mi ha suscitato una curiosità conclusa con la scoperta che il giorno della sua morte Giacomo Leopardi mangiò un chilo e mezzo di confetti cannellini.
Cuffie. I bagnanti dell’IGV Club Santagiusta che ogni mattina fanno ginnastica telecomandati con la testa infilata in enormi cuffioni mi hanno fatto venir l’idea di piratare la frequenza per impartirgli ordini insensati se non osceni facendo finire la performance con una vicendevole raffica di schiaffoni tipo quello che ha centrato Bonolis sulla spiaggia di Formentera. Poiché non ho ancora trovato il coraggio di usare come clacson per spronare i pingipiano che intralciano il traffico sulla battigia la trombetta installata sul telefonino quando i tifosi interisti contestarono il ritorno di Lukaku a San Siro, la Santa ha liquidato questa pensata come nient’altro che vaniloquio.
Righe. Per tutte le vacanze ho lasciato in valigia una delle mia magliette preferite (anzi due, ho la versione blu e la versione bianca, tanto mi piace): l’ho comprata in Kansas, dove vivevo, durante i Giochi di Rio de Janeiro (2016), poiché in petto è stampata a caratteri cubitali la scritta USA temevo che, per farmi pagare la politica di Trump, prima o poi qualcuno mi avrebbe preso a insulti se non a cazzotti senza darmi il tempo di fargli leggere la seconda riga, scritta a caratteri molto più piccoli, BASKETBALL (con questo non voglio certo dire che se la maglia avesse solo la prima riga il trattamento Sultan sarebbe meritato).
Revolver. Finiti i candidati allo Strega son passato al Campiello, durante il pit stop lacustre ho messo ordine tra gli appunti. Bebeplatz di Fabio Stassi, pagina 57, scopro che Goebbels e Göring si impossessarono della frase «Quando sento pronunciare la parola “cultura”, io estraggo il revolver!» al punto che gli viene attribuita (in realtà citavano un’opera teatrale). Poiché si tratta del tormentone preferito dallo stesso parente acquisito che per difendere Putin mi ripete immancabilmente «Ma lo sai che quelli del battaglione Azov sono nazisti?! NA-ZI-STIIIII!!!!!!» bisogna che mi ricordi di dire alla Santa di non invitarlo a cena finché non mi è passata (altrimenti appena ci ricasca il revolver l’estraggo io).
Coccinelle. In Nord Nord (pagg. 33-34) Marco Belpoliti scrive che «Un autorevole entomologo russo, uzbeko in particolare, scomparso negli anni Sessanta, Vladimir Vladimirovic Yakhontov, ha calcolato che nel corso della bella stagione, una coppia di coccinelle e la loro prole divorano circa 57 000 afidi. Come il professore accademico delle Scienze abbia fatto a contare ogni singolo afide non lo so». Nella pagina precedente scrive che il maschio di Cycloneda sanguinea «possiede due appendici su entrambi i lati del pene a forma di bacchette di batteria che gli servono a tamburellare sulla femmina durante l’accoppiamento; sembra che questo provochi un piacere ulteriore. Gli entomologi che le hanno studiate riferiscono di rapporti sessuali che durano a lungo, dalle tre alle nove ore, e in cui i maschi avrebbero orgasmi della durata di un’ora e mezzo», in questo caso però a Belpoliti non è venuto da chiedersi niente (magari non sul come, ma riguardo al chi io qualche domanda ce l’avrei).
Omelie. A pagina 104 di Troncamacchioni («È il racconto di uomini e donne nell’Alta Maremma agli albori del fascismo») Alberto Prunetti narra del prete di Travale, «un prete buono, raro da queste parti, che dopo aver fatto piangere le donne con l’omelia del venerdì di Pasqua descrivendo con crudo realismo la salita del Cristo al Golgota, e poi la corona di spine e la ferita al costato lavata con l’aceto e la tunica spartita dai centurioni, siccome - l’ho detto - era un brav’uomo, gli lacrimò il cuore di aver fatto piangere tutte quelle donne raccolte in chiesa con quelle immagini crude e per consolarle affidò loro dal pulpito questa bizzarra verità teologica: “Oggiù donne ’un piangete, so’ storie successe tant’anni fa e mi sa che ’un so’ nemmeno tanto vere”». Lette queste righe, mi è venuta in mente una barzelletta che mi raccontò ormai quarant’anni fa il mio compagno di banco ai geometri e che mi sembra il perfetto complemento... Venerdì di Pasqua nel pisano, il prete attacca con l’omelia, «E Gesù entrò nel giardino degli ulivi... e lo insultonno, e lo sputonno, e lo picchionno, e lo bastononno...» al che un contadino l’interrompe: «E fenno bene, e fenno, ’un gli bastonno quelle dell’anno passo??!!» (così me la ricordo, chiedo scusa per eventuali imprecisioni, non sono ferrato in omelie e tanto meno in pisano).
Zaini. Breve sosta a controllare la casa di Terni, ne ho approfittato per comprare i due libri candidati al Campiello che mi mancano. Volevo andare alla Ubik (4 minuti a piedi) e in seconda battuta alla Giunti (2 minuti) o alla Mondadori (idem), la Santa però si era raccomandata che alla Feltrinelli con 38 euro di spesa regalavano lo zainetto per la cabina dell’aereo. Anche se apre alle 9.30 invece che alle 9 e sta pure più distante (ok, son 9 minuti, ma mica stiamo al mare che passeggio per smaltire le cene) ho deciso di farla contenta. Arrivato in viale Cesare Battisti che avevano appena aperto, ho trovato subito Inverness di Monica Pareschi ma seguendo l’ordine alfabetico degli autori mancava Wanda Marasco. Ho chiesto al libraio, prima ha fatto un tentativo a vuoto col computer, poi si è illuminato: «Ma certo, sta esposto con i candidati...». Ho obiettato che pure la Pareschi è candidata poi, quando mi ha passato Di spalle a questo mondo, ho visto la fascetta “Candidato LXXIX PREMIO STREGA 2025”. Capirai, erano settimane che aspettavo il momento per mettere in mostra la mia erudizione, non l’avevo ancora preso in mano che gli ho fatto notare «La fascetta è sbagliata, è nella cinquina del Campiello, non dello Strega» e poco c’è mancato che conclusa la frase mi portassi il dito all’orecchio come Alcaraz dopo aver vinto il primo set a Wimbledon. Totale a 35 euro, mi è venuto in mente che l’aureolata mi aveva chiesto di comprarle La città dell’acciaio di Alessandro Portelli (due secoli di storia operaia di Terni, gliel’ho fatto leggere a Senigallia e le è piaciuto al punto che vuol regalarlo a un collega conosciuto tramite Centromarca). Andato alla cassa, ho pagato i 67 euro poi, siccome mi sembravano pronti a liquidarmi, ho suggerito: «E lo zaino? Non è in regalo sopra i 38 euro?». Il libraio prima mi ha guardato interdetto, poi, riconosciuta l’occasione, ha affondato il colpo: «Lo zaino è solo per chi compra tre libri Einaudi». Siccome mi è sembrato di cogliere nel suo sguardo un senso di rivincita come mi avesse fatto il contro break (ci mancava solo che facesse il pugnetto guardando il resto dello staff), ho reagito alla Fognini: «Non si preoccupi, è colpa di mia moglie che parla sempre a vanvera». A questo punto la signora che stava all’altra cassa si è impietosita (non per me, per la Santa) ed è corsa a regalarmi una cover Feltrinelli con tessuto «realizzato con il 100% di fibre riciclate» e la scritta «Save this book save the ocean».
Padri. Colleziono libri sulla storia del calcio italiano (non ne perdo uno), l’ultima uscita di rilievo è la biografia di Giorgio Ferrini, «una storia granata» de «il capitano dei capitani» scritta dalla figlia Cristiana. Alla Feltrinelli non ce l’avevano, la Ubik alle 10 era ancora chiusa (un vecchietto è sbottato un secondo prima di me «Ma questi fanno come gli pare???»), alla Giunti son cascati dalle nuvole (hanno pure spostato lo scaffale dello sport, che manco si immaginano quanto mi dà sui nervi), finalmente l’ho trovato alla Mondadori. Al momento di pagare il libraio ha buttato lì: «Tifoso del Torino, immagino...» al che ho risposto indicando il titolo del libro: Mio padre.
Nomi. Sotto l’ombrellone dei bagni Virgilio a Senigallia (n. 29 rosso, venduto come seconda fila che in realtà è la terza, ma non ho trovato il coraggio di farlo notare al bagnino, e nemmeno la Santa), mentre leggo Chiudo la porta e urlo di Paolo Nori (sto esaminando tutti i candidati allo Strega, che la mia fantasia nell’acquisto di romanzi fin lì arriva), a pagina 170, quando parla della ex fidanzata che gli aveva chiesto di firmare un libro ma non ricordava il nome («Che figura. Elena. Che figura») ispirato pure dalle poesie di Raffaello Baldini mi è tornato in mente che quando vivevo a Roma non ho mai saputo il nome della moglie di Roberto, il portiere di via Alberico II che prima di pranzo le lasciava il posto per portare a spasso Golia (pure il nome del cane sapevo…). Quando è diventato troppo tardi per chiederlo? Dopo una settimana? Dopo un mese? Dopo il primo Natale? Gli equilibrismi grammaticali che ho dovuto fare per non citarne il nome nella busta con la mancia per le feste… Passato un anno, con i sensi di colpa che si facevano insostenibili, mi era pure venuto in mente di chiederlo a qualche inquilino, ma metti che quello gliel’andava subito a spifferare, giusto per farsi una risata? Avevo pure pensato a stratagemmi tipo quelli del protagonista della poesia Pronto! Pronto! di Baldini che m’ha fatto sganasciare dalle risate sul lettino (con i vicini che avranno pensato fosse l’effetto di un’insolazione), tipo chiedere a Roberto «Dove sta Maria?» «Maria? Vorrai dire…» «Certo, lei, che sbadato…», ma il sospetto che sospettasse che non sapevo m’ha sempre strozzato la domanda in gola…
Yankee. Ogni mattina alle 10.59 l’altoparlante dei Bagni Virgilio di Senigallia diffonde la voce di Fred Bongusto che canta Una rotonda sul mare. Segue una raffica di annunci pubblicitari, uno dei quali ha subito catturato la mia attenzione: invita i bagnanti a recarsi in un parco divertimenti per sfidare «l’incredibile forza di Billo, il terribile toro meccanico». Sempre a caccia di espedienti per ravvivare una convivenza lunga ormai 33 anni, mi era venuta l’idea di sfruttare la quotidiana pausa post-pranzo in cui torno nell’appartamento per «fare i compiti» per recarmi invece di soppiatto nel parco ad allenarmi. Una volta domato «il terribile toro meccanico», avrei casualmente condotto la Santa al parco per esibirmi in una inaspettata dimostrazione di virilità (sarà una specie di corrida? Un rodeo? Bisognerà prenderlo per le corna?). Non ho ancora fatto scattare il mio piano perché non riesco a togliermi dalla testa quel che successe a Scott, l’americano che faceva da capo a Mrs. Parrini quando lavorava come direttore vendite in Portogallo e che era da lei stato battuto in due gare aziendali di go kart consecutive: mentre i piloti erano allineati sulla griglia di partenza pronti a sfidarsi nella terza prova, il custode della pista, dopo aver dettagliato con dovizia di particolari le insidie nascoste in ogni parte del tracciato, prima di dare il via indicò lo yankee e, non si sa se con ingenuità noncuranza malizia o perfidia, concluse «Comunque il signore queste cose le sa già, visto che è una settimana che viene ad allenarsi».
Palloncini. Sotto l’ombrellone alla nostra sinistra stanno una nonna e due affiatatissime nipoti direi, a occhio, di 7 e 5 anni (il resto della famiglia le raggiunge da Milano nel fine settimana). L’altro giorno, nell’attesa che dopo pranzo arrivasse l’ora del bagno, le bambine sono arrivate a passo di marcia e, colta la tutrice nel sonno, prima che si svegliasse del tutto la più grande le ha intimato con incredibile autorità quello che suonava come un ultimatum: «Ci servono i soldi per comprare i palloncini di Scooby Doo. Se ce li dai sei una nonna meravigliosa, ti vorremo sempre un sacco di bene e ti ricorderemo sempre con grandissimo affetto. Altrimenti…». Mentre si susseguivano i puntini di sospensione tale era la suspense che ho afferrato la mano della Santa ormai rassegnato al peggio, poi è arrivata la sentenza: «Altrimenti… Altrimenti… Sei una nonna media». La baby sindacalista aveva appena finito la frase che è arrivata la capitolazione: «Non voglio essere una nonna media». La formula ci ha colpito al punto che l’abbiamo immediatamente introdotta nel nostro lessico famigliare: «Come ti sembra questa pasta che ho cucinato stasera?» «Hmmmm…: media». Evitiamo però di usarla quando siamo sotto l’ombrellone: se ci sentono la Nina e la Tati non è da escludere che ci chiedano immediatamente i diritti di autore (nel caso pago, mica voglio essere un vicino d’ombrellone medio).
Amici. Da quando, nel 2022, abbiamo cominciato a trascorrere parte delle nostre vacanze estive a Senigallia, si contano sulle dita di una mano le volte in cui durante le due passeggiate quotidiane dai Bagni Virgilio all’Hotel Diana (8 chilometri tra andata e ritorno) non abbiamo incrociato quello che sembra essere un pensionato, abbronzatissimo, i capelli all’indietro troppo neri per non essere tinti, gli slip e gli occhiali da sole dello stesso colore, un’andatura a scatti con le spalle in avanti che riconosco appena le diottrie delle mie lenti mi permettono di metterlo a fuoco. Non ricordo dopo quanto tempo ho cominciato a chiamarlo «Il nostro amico»: a seconda del punto del tragitto in cui lo incontriamo commento sempre «Oggi il nostro amico è in anticipo», oppure «Oggi il nostro amico è in ritardo» (solo adesso, scrivendolo, mi rendo conto che potrebbe pure essere il contrario, noi quelli in anticipo o in ritardo, non è che con la Santa si possono avere orari precisi). Le rarissime volte che manca all’appuntamento, subito mi sgomento «Gli è successo qualcosa, me lo sento», «Ma dai, avrà anche lui altri impegni…», «Sarà, dev’essere come dici tu, speriamo…». L’altro giorno, col cielo che minacciava pioggia, l’aureolata è rimasta sotto l’ombrellone a guardare Wimbledon, quando l’ho incrociato mi sono emozionato: approfittando delle nuvole aveva tolto gli occhiali da sole. Tornando indietro ho accelerato il passo, non vedevo l’ora di comunicare il mio scoop: «Gli ho visto gli occhi! Gli ho visto gli occhi!». Quando l’abbiamo intercettato per la prima volta in compagnia, per giunta di una signora, non riuscivamo a crederci («Possibile? Adesso vedrai che la stacca...»), li abbiamo seguiti per qualche metro con lo sguardo finché si sono parlati e allora abbiamo preso a darci di gomito tutti allegri «Hai capito il nostro amico…». Il giorno dopo era di nuovo solo: sul momento ci sono rimasto male poi, fatti alcuni passi, me ne sono rallegrato (non mi sembrava proprio la donna per lui).
Nervi. Inventario delle persone che mi danno sui nervi mentre villeggio a Senigallia (aggiornato alle 9.08 di giovedì 10 luglio 2025): quelli che il primo giorno che arrivano in spiaggia ti salutano e dal secondo ti ignorano («Ma che gli ho fatto qualcosa?»); quelli che mi fanno trovare il bagno occupato, quelli che ci mettono troppo tempo a sciacquarsi la sabbia dai piedi; quelli che portano in spiaggia un pranzo maleodorante e quelli che ne portano uno che mi fa venire appetito (proprio oggi che avevo deciso di digiunare); quelli troppo abbronzati, quelli con troppa crema, quelli scottati, quelli che prendono il sole con la maglietta; quelli con troppi tatuaggi, quelli con troppi muscoli, quelli con troppi capelli; quelli che contano ad alta voce i passaggi con i racchettoni (soprattutto se fanno il record), i giocatori di padel che mugolano più della Sabalenka, i portieri tra le onde che a ogni mancata parata approfittando della mancanza di pali e traverse urlano «largo» o «alto», i lettori della “Gazzetta” che stanno troppo tempo sulla pagina dell’Inter; gli italiani che indossano la maglia di una squadra straniera (soprattutto se del Psg), quelli col costume slip (soprattutto se con troppa pancia), quelli coi boxer uguali ai miei (soprattutto se gli stanno meglio); quelli che fanno passeggiate più lunghe delle mie, quelli che leggono più libri, quelli che si fanno mettere più gusti sul cono gelato; quelli che ogni tanto vanno «a prendere il Sup» (che manco so cos’è); bambini: quelli che fanno castelli di sabbia così belli che mi fanno venir voglia di strappare il mio diploma di geometra, quelli che mi sparano in petto con fucili e pistole ad acqua mentre cammino incuranti di una differenza d’età che dovrebbe ormai valermi un salvacondotto, quelli che se gli propongono una passeggiata simulano ogni tipo di malanno come fossero fanti della Grande Guerra mandati ad assaltare una trincea; le signore che partecipano al risveglio muscolare copiando le mosse defilate, di nascosto, sperando che non le veda nessuno (le sgamo tutte); quelle che si sdraiano lascive sul moscone del bagnino e quando arriva lo sfratto fingono di cadere dalle nuvole come se non sapessero le regole; i bagnini che parlano al telefono, quelli che dormono sul seggiolone, quelli che ci limonano, quelli che lo fanno ogni giorno con una ragazza diversa (una volta ne ho beccato uno che lo faceva con due tipe contemporaneamente, l’avrei tirato giù); quelli che a cena al ristorante ordinano più ostriche di me, quelli che fanno lo slam antipasto primo secondo dolce senza mostrare alcun senso di colpa, quelli che bevono troppi bicchierini del limoncello offerto dalla casa, quelli che al momento di saldare il conto fanno sempre finta di non avere i contanti per la mancia; i pisani.
Zelo. Ieri intorno alle 14, mentre andavo a prendere il caffè, mi è capitato di ascoltare in spiaggia la conversazione tra due bambini che devono avere appena finito la prima elementare, al massimo la seconda: «Guarda che se dici porcodio è una bestemmia» «Una bestemmia? E perché?» «Perché... Perché finisce con dio!». Resomi immediatamente conto degli inevitabili disastri che avrebbe comportato il non far notare una simile fallacia logica, non ho potuto esimermi dall’intervenire: «Perdonami l’intrusione, benedetta creatura: convengo che se dopo la parola “porco” metti la parola “cane” il tuo ragionamento non fa una grinza, ma cosa succede se la metti invece dopo la parola “dio”?». In realtà questo è quel che sarebbe stato mio dovere dire, invece ho lasciato i pargoli al loro destino e non ho confutato un bel niente conscio che pur di non plaudire alle mie rimarchevoli capacità didattiche la Santa non avrebbe perso l’occasione per tacciarmi una volta ancora di eccesso di zelo.
Conchiglie. La mania della Santa di raccogliere gusci di molluschi vuoti (non li chiamo conchiglie perché sarebbe dargli troppa importanza) mi ha quasi tolto il piacere delle passeggiate sulla spiaggia. Quando l’altro giorno ha comprato un secchiello per aumentare la scala delle operazioni, prima l’ho informata che mi sarei rifiutato di portarlo in spiaggia (già mi ha comprato tutti costumi con Snoopy…), poi le ho domandato se le sembrava un’attività consona a una donna della sua età. Il mio sarcasmo deve aver superato il limite di tolleranza, perché subito è passata alle maniere forti: «Parla quello che fa ancora l’album delle figurine dei calciatori» (per giorni appena sveglio sono corso all’edicola davanti alla spiaggia per vedere se era uscito il box “Celebration” con i 50 pezzi speciali che completano la collezione 2024/25). Questa cosa delle figurine sta diventando come quando a una mia qualsiasi osservazione politica i miei interlocutori rispondono «E allora il Pd?», l’unica differenza è che in un caso l’idea dell’astensione non mi ha mai neanche sfiorato la mente.
Nonne. Indice di gradimento: ieri la nonna che occupa l’ombrellone accanto al nostro ha detto che scapperebbe volentieri con Achille Lauro, anzi, con Stefano De Martino, la consuocera ha replicato «Allora l’Achille Lauro me lo prendo io, mi fa troppo impazzire!».
Zie. L’area della spiaggia intorno allo scivolo è decisamente la più interessante dei Bagni Virgilio: l’altro giorno ciavevo intercettato i due pargoli che discettavano sulla definizione di bestemmia, ieri intorno alle 11, tornando dal bagno, ho visto una bambina che puntando l’indice verso una giovane coppia l’ammoniva dicendo «Adesso voi due non vi lasciate più, altrimenti vi do una sberla che vi mando sulla luna», al che lui ha risposto «Parla con tua zia».
2055. Ieri intorno alle 17, durante la consueta passeggiata pomeridiana, abbiamo visto l’arrivo di un’eliambulanza: all’inizio qualcuno tra i bagnanti sperava si trattasse di un’esercitazione, ma giunti ai bagni 117 (i Virgilio sono il numero 46) abbiamo attraversato lo scompiglio causato tra i lettini dal mancato atterraggio (i soccorritori si erano dovuti calare con il verricello) mentre una ragazza ancora tentava la rianimazione (sembrava un’operazione ormai senza speranza). Trascorsa una mezzora, tornando indietro, ho intravisto, seminascosto da una barriera di lettini e senza nessuno intorno, il cadavere coperto dagli asciugamani, le luci dell’autoambulanza che lampeggiavano davanti all’inizio della passerella. Secondo le prime notizie che son riuscito a raccogliere, la vittima era un settantenne turista proveniente dal nord. Venerdì intorno alle 13, sempre ai bagni 117, era morto nello stesso modo (malore appena entrato in acqua) un 85enne: tornato sotto l’ombrellone, mi è venuto da pensare che firmerei subito per andarmene nello stesso modo nel 2055 (e se mi offrissero il 2040?), ma son discorsi che si fanno finché quel giorno non s’avvicina, e comunque è meglio non farsi sentire dalla Santa. P. S.: Dopo 23 giorni volge oggi al termine la villeggiatura sulla spiaggia di velluto. Vado a fare un rapido pit stop a Piediluco, non è escluso riprenda le trasmissioni una volta arrivato in Sardegna.
Aperta la casella della posta, trovo questo messaggio di una lettrice: «Ciao. Ti leggo su Anteprima. Non c’è verso di vedere una tua foto; sul web viene fuori solo un tuo omonimo con un “Cantini” in più … Rimarrò nel campo dell’immaginazione. D’altra parte, Video killed the radio star…». Conserviamo il mistero... Però, appena finito di leggere questo messaggio me ne
arriva un altro: a pagina 16 del Sole 24 Ore del lunedì, titolo “Dal web ai negozi fisici la pubblicità conquista i luoghi dello shopping” in basso a destra dopo Nuzzi (Lavazza), Leoni (Carrefour Links), Pastore (Sofidel), Brisigotti (Coop Italia),
Santambrogio (Végé) c’è una foto della Santa (seguono 27 righe dell’usuale mumbo jumbo).
Sul “Corriere della Sera” Ilaria Capua scrive che «Ai virus influenzali, si sa, piace ogni tanto fare un salto di specie». Dietro la mia scrivania sta appesa la prima del “Foglio dei Fogli” di lunedì 28 aprile 2003. L’ho incorniciata perché, firmata “Massimo Parrini (da Hong Kong)”, è un ricordo della città che amo forse più di tutte (peccato la politica...), ma soprattutto perché il titolo è Sars: la prova in
costume della prossima epidemia: ovviamente non l’ho fatto io, ma ogni volta che la mostro agli ospiti me la tiro da Nostradamus.
Sul “Corriere della Sera” Maurizio De Giovanni racconta l’incontro e l’amicizia con Andrea Camilleri: «Era l’uomo meno egocentrico che abbia mai conosciuto». Mio enorme stupore quando, era il novembre 2006, lessi sul Messaggero che entrato in libreria e saputo dell’uscita del Catalogo dei Viventi aveva chiesto dubbioso: «Sono vivo?» («Certo, Maestro...»).
All’Auditorium Parco della Musica di Roma, L’Italia secondo Eugenio. Cronache di fine millennio di e con Stefano Massini, che declama queste parole di Scalfari: «A volte ho la sensazione che tutto questo mio scrivere serva a molto poco [...]». Figuratevi io...
È morta Ala Marinetti, secondogenita di Filippo Tommaso: era cresciuta in una casa romana di piazza Adriana 11 (pareti tappezzate di quadri futuristi, camera dipinta da Giacomo Balla) che dista appena 150 metri dalla mia, due minuti a
piedi. Siccome ricordavo di aver visto la lapide [1], sono uscito appositamente per contare i passi. Risultato: 100, pari pari quelli che occorreva fare a Cinisi per colmare la distanza tra la casa della famiglia Impastato e quella del boss mafioso
Gaetano Badalamenti.
Scopro che nel 2019 l’Assemblea generale dell’Onu ha istituito la Giornata internazionale della coscienza. Mi torna in mente Aldo Fabrizi/Romolo Catenacci che in C’eravamo tanto amati esorta Vittorio Gassman/Gianni Perego: «Tu
mo’ stai lottando co’ la coscienza. Lotta ma nun t’arende. Da’ retta a me. Aricordete che chi vince la battaja co’ la coscienza, ha vinto la guera de
l’esistenza».
Ore 17 di domenica, Teatro Argentina, I Ciarlatani di Pablo Remón. Seduti come sempre in fila H (platea), la prima della sezione avanzata, con un quarto d’ora d’anticipo. Una signora non più giovanissima ma ancora in forma chiede gentilmente di farla passare: «Di solito scavalco, ma oggi ho la gonna e non posso». Mi fermo a pensare: «Da quando in qua ci si aspetta che la gente scavalchi?». Poi dico a Sara: «Non ti accorgi di quanto è vecchio il pubblico dei teatri finché non scopri che c’è sempre qualcuno che la fa lunga prima di alzarsi per lasciare strada». Faccio l’errore di condividere che ho letto non ricordo dove un frammento in cui Dacia Maraini diceva di non andare al cinema perché gli spettatori erano tutti vecchi, subito Sara gonfia le penne come un gallo
prima del combattimento: «Ma che te la piji co’ me? Ma pijatela c’aa Maraini...». Una signora nella fila davanti alla nostra lamenta ad alta voce la scomparsa del marito (io un’idea ce l’avrei: è scappato a cercare un bar per guardare Roma-Sassuolo). Silvio Orlando ci fa sapere che Blu Yoshimi, a suo dire la più importante dei quattro attori, sta all’ospedale (alla fine dirà che è stata colta da una misteriosa amnesia totale) ed è stata sostituita da Nina Pons, giovane talentuosa ma penalizzata dall’aver ricevuto il copione solo lunedì (scopriremo poi che Valeria Solarino, per tre giorni eroica tappabuchi, l’ha tenuto in mano per tutta la rappresentazione). Prima di mettersi a recitare, Orlando avverte che se vedrà qualcuno maneggiare col telefonino ricomincerà lo spettacolo da capo.
La Pons parte col primo monolgo, Orlando, seduto alla sua sinistra, dopo 30 secondi la ferma dicendo di aver visto un tizio armeggiare col telefono in un
palco, non si capisce se scherza o fa sul serio, comunque si riparte da zero. Per 3-4 minuti sono preso dal panico che possa misteriosamente suonare il mio (poco importa che abbia preso tutte le precauzioni del caso), già mi vedo linciato dalla
folla aizzata da Orlando, poi riesco a sgombrare quel pensiero dalla mente. Nel testo, cercando di confonderci su cosa è realtà e cosa finzione, si parla di una malattia (non riesco a ricordare né a trovare il nome, e sì che farebbe comodo) per la quale, cleptomani delle idee, si finirebbe col rubare inconsciamente quelle altrui (basta un certificato, si spiega, e si può copiare a piacimento, così avrebbe
fatto l’autore). Al culmine della scena finale, che t’oo dico a ffa’, squilla un telefonino: ormai è troppo tardi per tener fede alla minaccia di ricominciare ogni volta da capo, Sara è indignata, io spero nell’errore umano. Ci alziamo, il ragazzo
accanto a noi raccoglie dal pavimento un mazzetto di banconote: sono del tizio che siede sempre alla mia destra, tenta di giustificarsi dicendo che gli deve essere caduto tirando fuori dalla tasca lo smartphone ma si capisce che non è la prima volta che gli succede, la moglie lo fulmina con lo sguardo e lui fa la faccia di un bambino a cui hanno appena detto «a casa facciamo i conti». Il pubblico è
talmente confuso tra cosa è vero e cosa no (il pluripremiato autore ha veramente plagiato il testo?) che qualcuno dubita pure della malattia della Yoshimi («ma no, dài...»). A Sara Ciarlatani è piaciuto, io ci resto talmente male quando
stroncano il Taccuino che figuriamoci se dico qualcosa contro l’adorabile Silvio Orlando. La regola però non vale quando le stroncature vengono dalla Santa: a lei, per esempio, il 3 dicembre non era piaciuto Il Ministero della Solitudine
(il signore seduto accanto a noi era andato via indignato a metà spettacolo, la maggior parte del pubblico era perlomeno perplessa, io invece non l’avevo trovato così male). Poiché la mia obiezione di coscienza non vale per i morti, mi permetto di esprimere le mie perplessità non su L’interpretazione dei sogni, vista il 17 dicembre, ma sul lavoro di Sigmund Freud in generale: confesso di non aver mai letto i suoi testi («bravo, continua con la collezione completa di “Hurrà Juventus”», borbotta disgustata la mia coscienza), ma se quelle selezionate per lo spettacolo visto all’Argentina sono le più geniali tra le sue trovate, credo di poter dire con quasi assoluta certezza che non lo farò neanche in futuro. P.S. Del marito della signora della fila G, ancora nessuna traccia quando siamo usciti (capirai, mica si poteva perdere il gran gol di Lorenzo Pellegrini).
Francesco Acerbi, difensore dell’Inter e della nazionale, domenica in campo ha ammesso di aver rivolto un insulto razzista al collega del Napoli Juan Jesus, poi, il giorno dopo, ha smentito tutto scatenando le ire del collega brasiliano, fino a quel momento alquanto comprensivo. Mi viene in mente un episodio di quarant’anni fa, frequentavo la prima all’Istituto Tecnico per Geometri Bernardo Buontalenti di Livorno, in classe avevamo un simpatico ripetente (ricordo solo il
cognome, Faccenda, e che era interista) dalla pelle piuttosto scura. Una mattina, in una delle finte baruffe che si usano a quell’eta per scaricare le troppe energie accumulate tra i banchi, durante la ricreazione qualcuno gli urlò «Negro!»: il caso volle che proprio in quel momento passasse sotto le nostre finestre un ragazzo africano di un’altra classe, Oduneye, che uscito per andare a fare non ricordo cosa in succursale pensò l’insulto fosse diretto a lui e tornò di corsa indietro deciso a trovare il colpevole per farsi immediatamente giustizia da solo. Mentre i bidelli lo trattenevano a stento, i miei compagni di classe spiegarono alla professoressa Faggi, un’ex sessantottina consigliere comunale di Democrazia Proletaria che ci faceva da insegnante di disegno, come erano andate effettivamente le cose. Chiarito, avvalendosi di molte e concordanti testimonianze, che il «Negro!» era stato detto per scherzo a Faccenda come già
successo infinite altre volte, Oduneye si ritenne soddisfatto e tutto finì lì, senza il bisogno di ulteriori scuse. Quelli erano i tempi e mi è rimasto pure impresso che quando tutti eravamo tornati ai nostri banchi la professoressa Faggi chiuse la
ricreazione dicendo: «La prossima volta ricordatevi: se proprio volete insultare qualcuno, non ditegli “Negro!”, ditegli “Agnelli!”».
Tornando a casa, passo dal supermercato Tigre di via Alberico II, in fila
davanti a me una signora col bastone si lamenta per i dolori che l’affliggono, il cassiere la rincuora che «a volte c’entra pure il tempo» ma subito un
tizio che ancora non ha finito di imbustare la spesa lo stoppa brutale: «C’entra pure l’età!». Gnente gnente la Bella Baxter del Povere Creature! di Yorgos
Lanthimos fosse romana?
Edicola alla fine di via Crescenzio (quasi in piazza Cavour), arrivo in contemporanea a un ragazzino che non sembra ancora maggiorenne, il teenager
chiede il Fatto Quotidiano, io se è uscito l’upgrade delle figurine dei calciatori Panini: è talmente evidente che lui non sta comprando per un nonno
e, soprattutto, che io non sto chiedendo per un nipote, che il giornalaio cingalese ci guarda divertito, immagino pensando a quando spiegherà l’Italia a parenti ed amici rimasti nella madrepatria.
Poiché mi sembra ormai chiaro che il Var non ha eliminato dal mondo del calcio le polemiche intorno alle decisioni arbitrali, buttò lì un'idea trovata sul numero di “Hurrà Juventus” del febbraio 1974 (citava un frammento tratto da un numero della stessa rivista pubblicato - di più non era dato sapere - tra il 1923 e il 1925): «L’arbitro dell’incontro Fleurier-Neuchatel (campionato svizzero di 2ª divisione) avendo accettato di discutere la validità di un gol accordato, fini col proporre che la sorte attraverso il lancio di una monetina decidesse la controversia; avendo le due squadre accettato, la Federazione ha omologato il risultato».
Laura Morante ha fatto rivivere su Rai 1 Alda Merini. Non potrò mai dimenticare la sera, credo fosse il 1994 (o il 1993), che la grande poetessa venne a parlare alla Bocconi, sono quasi certo fosse accompagnata da Nicola Crocetti: finita la
discussione, tirò fuori dalla borsa 4 o 5 libri (letteralmente, quelli che le erano entrati in borsa) e si mise a venderli come un qualsiasi ambulante. Non ricordo se qualcuno li comprò (certo non lo feci io, che a quei tempi non avevo soldi per simili lussi), ma la scena mi convinse, se mai ce ne fosse stato bisogno, che quella non era una carriera che mi interessava (e infatti in questo pensiero non c’è
traccia di poesia).
Nel suo articolo sulla gioventù di Hitler, Pietro Citati citava la «bellissima» biografia di Ian Kershaw: la copia finita di stampare nel novembre 1999 e comprata all’epoca per 68.000 lire (35,12 euro) mi ha seguito in tutto il mondo. Trovo su ideacrea.it, titolo La copertina del libro, com’è composta - Progettazione Grafica: «Il dorso (costa, o costola) è il lato della rilegatura che copre la cucitura delle pagine. È una zona grafica molto importante, perché è l’unica parte visibile quando il libro è riposto su uno scaffale». Siccome quello di Kershaw è un libro di oltre 970 pagine, la scritta Hitler (nero su un campo che oggi è celestino, ma
forse è sbiadito) è molto evidente. Mia enorme incredulità quando di recente mi sono accorto che durante le videoconference, quando le presto il mio studio, Sara sposta il libro dal posto che gli ho assegnato per non farlo inquadrare dalla
telecamera: teme che ci scambino per nazisti??? È questo il mondo in cui viviamo???
Il prossimo 20 luglio il cinquantottenne Mike Tyson salirà sul ring per combattere contro lo youtuber Jake Paul (27 anni compiuti il 17 gennaio). Negli anni 80-90 una delle domande più frequenti tra i miei compagni di studi era: «Quanti soldi vorresti per salire sul ring con Mike Tyson?». Finiva che si
arrivava sempre a cifre che nessuna vendita dei diritti per la trasmissione del fulmineo ko in pay-per-view avrebbe mai potuto coprire. Finché un giorno,
durante il mio servizio militare a Fiumicino, il mio commilitone Nastasia s’illuminò: «E se m’allenassi un mese?».
Venerdì pomeriggio, parcheggio dei taxi in piazza Duomo, ho visto un autista che sbraitava «Quello vuole la macchina comoda!» (allusione alla distanza dal punto del marciapiede in cui il cliente era arrivato attraversando la strada) e lo sventurato che si giustificava sconsolato «Non voglio la macchina comoda, sono zoppo...». Una scena del genere a Roma ormai mi lascia indifferente, ma a Milano mi ha sorpreso: urge una revisione (livellamento verso il basso) dei miei pregiudizi.
Chiunque sia il colpevole (Strapparava?), sappia che l’avermi incluso tra i nati il 13 marzo lo rende mio graditissimo ospite (vitto e alloggio) quando gli verrà voglia di fare un salto a Roma. Tra l’altro, adesso che per celebrare l’8 marzo la Bocconi ha pubblicato Changed by Women - 99 Storie di donne che hanno inseguito il loro sogno e cambiato il futuro mettendo la Santa (classe 1993) insieme a Emma Bonino (classe 1972), Sabina Nuti (classe 1985), Carla Sozzani (classe 1971) ecc. ne avevo disperato bisogno. Mi colpisce il fatto che, stretto tra la “sellerona” di Bonolis e un bidone brasiliano dell’Inter che fece parlare di sé soprattutto quando posò nudo per una popolarissima rivista gay sudamericana, messi in ordine i festeggiati dal più vecchio al più giovane sto alla diciannovesima riga su venticinque, io che tra lo stupore dei miei commensali mi definisco “vecchio” da almeno 10 anni (ho una mia personalissima motivazione pseudoscientifica, ma la tengo in serbo per una prossima edizione).
A proposito di roba venduta a peso d’oro in via Cola di Rienzo, le cipolle rosse di Tropea in agrodolce che compro da Castroni (me ne abbuffo solo quando Sara sta in viaggio per lavoro, che la sua santità ha un limite e non voglio rischiare di finire a dormire nella “sala degli ospiti” o, peggio ancora, nella “ciofeca”) si chiamano, senza inutili ciance, “Oro Viola”. Sull’etichetta è stampata la faccia del
produttore con un paio d’occhiali in tinta con l’aceto, a prima vista mi sembrava somigliare tantissimo a un leader politico che ancora si deve riprendere dalle conseguenze di un colpo di sole preso il 7 agosto 2019 al Papeete di Milano Marittima, ma pensavo fosse solo una mia impressione, poi l’altro giorno Sara ha aperto il frigorifero ed ha esclamato: «Ma che Salvini s’è messo a vendere le cipolle?» («Not yet!»).
Ieri alla Mondadori in piazza Cola di Rienzo (ero andato per comprare a Sara delle maschera rinfrescanti con gli occhi di panda, il suo animale preferito) m’è cascato l’occhio su Juventus Segreta di Gigi Moncalvo: quando ho letto in quarta di copertina «Dopo un secolo un dato è certo: al vertice del club bianconero non ci sarà mai più un esponente che porta il cognome Agnelli» ho trasecolato (non sono ancora sicuro del perché, probabilmente ha a che fare col «mai più» in sé, non con gli Agnelli e la Juve). Comunque ha funzionato perché sono corso alla cassa e ho sganciato senza indugio i 26 euro (poco c’è mancato che mi scordavo di prendere gli occhi di panda).
L’ultimo imponibile di Carlo De Benedetti (al 1977), appena cacciato dall' Fiat, era 41.410.000, «lontano da quella quota cento che costituisce la credit card per entrare al circolo del Whist». Mio choc nel leggere come parlavano di Casalegno prima che finisse ammazzato, «Casalegno (che certi suoi colleghi chiamano, ma con affetto, “Casalagna”)». Le bordate di Fortebraccio la volta che scrisse di Maria Beatrice di Savoia «Non è facile essere una principessa in esilio». E poi, Novelli: «Un paio di volte la settimana, questo torinese di gobettiana formazione, s’alza con un bel sorriso e dice a se stesso, guardandosi allo specchio: “Ed oggi a chi tiriamo le orecchie?”. E s'illumina subito come un tubo al neon». Infine, Valletta parlando del giovane Umberto Agnelli: «Quel ragazzo lì, tampina le filovie» (per dire che non avrebbe mai combinato un tubo). «Giget»: torinese per “pepe nel...”.
Pewex di via Fabio Massimo, una vecchietta stava leggendo con grandissima attenzione l’etichetta di una scatola di frollini, il marito non ce la faceva più, «E daje... tutto ’sto tempo pe’ sceje ’na scatola de biscotti... questi fanno bene al cuore, al colesterolo... e su...»: marketing in action. Sanguinosi dibattitti con Santa Sara che per mestiere vende prodotti di largo consumo quando a tavola alzo gli occhi al cielo liquidando la materia come mumbo jumbo (words or activities that seem complicated or mysterious but have no real meaning), lei che conclude sempre il discorso guardandomi come si guarda un irrecuperabile cretino; poi, un pomeriggio di inizio marzo, realizzo che siamo stati protagonisti della stessa identica scena, nello stesso supermercato, con gli stessi frollini (adesso ogni tanto chiedo pure: «L’hai presi i biscotti con i betaglucani?». Manco so cosa sono ’sti betaglucani, ma la parola mi riempie talmente la bocca... Be-ta-glu-ca-ni... altro che mumbo jumbo).
Leggo su Torino Top (100 torinesi che contano) di Piero Novelli pubblicato nel 1977 (l’ho comprato per le 100 caricature di Franco Bruna) che «L’ultimo imponibile (recentissimo)» dell’Avvocato era di «343 milioni 151 mila 525 lire»: poiché il libro, 200 pagine, costava 5.000 lire, mi sa che come potere d’acquisto era molto meno di quel che prende adesso Tavares.
Domenica sera mentre andavo a teatro (a vedere Popolizio ne L’albergo dei poveri, manco a farlo apposta), ho sentito un senzatetto che seduto sulle scale della Lumsa a via di Porta Castello urlava: «Domani voglio trovare 50 euro! Non dico 100, 50 euro!..».
Non sono un amante dei giochini che si vedono in tv, tutte le sere sto bene attento a non girare su Rai1 prima della 19.58-19.59 per non dovermi sorbire troppo a lungo Marco Liorni e la sua Reazione a catena. Ieri
però devo aver sbagliato la partenza, perché ho fatto in tempo a vedere la prova finale: la prima parola era “via”, la terza “bandiera”, bisognava indovinare la seconda. Non le aveva ancora lette, che Sara ha detto «Irma!», completando così il nome della via in cui abbiamo la residenza: mai stato così contento di averla sposata, e chi se ne frega se la risposta giusta era “causa”.
Giuro che quando ho letto «Il brand Vespa, dopo quasi 80 anni, vale più di un miliardo di euro», pensavo parlasse di Bruno (è pure nato nel 1944...).
Marco Giallini parla del padre morto di fatica e della madre a cui tutti dicevano «Guarda che Antonio ti tradisce». Metà anni 70, il mi’ babbo s’era fissato con l’acqua di una fonte denominata dell’Amore e ogni domenica mi portava con sé a
far scorta per tutta la settimana. Eravamo sempre soli finché un giorno, guarda te a volte le coincidenze, parcheggiata la macchina Parrini sr. incontrò una sua amica che, così disse, passava di lì per caso. Avevo 5 o 6 anni, mi lasciarono da solo nella Renault 5 con l’ordine di non muovermi e si incamminarono nel bosco con le taniche. Era agosto, una vespa prese a girare intorno ai
finestrini, fui preso dal panico e li chiusi per non farla entrare. Il caldo divenuto presto insopportabile, stavo per soffocare quando, dopo una mezzoretta, gli occasionali acquaioli fecero finalmente ritorno. Ciò messo una dozzina d’anni
per capire perché, tornato a casa, la mi’ mamma mi costrinse a ripeterle più volte: «Lascia perdere l’amica di babbo, c’era questa vespa...».
Un amico di Matteo Motterlini (Domenicale) sostiene che il mondo è segretamente governato da alieni rettiliani con sembianze umane. Ho scoperto
questa teoria qualche mese fa: Simona, la badante rumena di Paola, la più tosta tra le zie di mie moglie, convinta sostenitrice della tesi le aveva spiegato tra l’altro che Lady D era stata assassinata proprio per aver scoperto la vera natura di
Elisabetta II. Per niente convinta, la scettica “badata” l’aveva prontamente incalzata: «Mi stai dicendo che Sara è un rettile?». La sventurata probabilmente non ci aveva mai pensato perché, di lì a pochi giorni, forse temendo di essere ormai finita nel mirino come la principessa del Galles, è tornata in patria con la prima scusa che le è venuta in mente e non ha più fatto ritorno. Peccato: venuto a conoscenza della teoria, avevo preparato una magnifica faccia da lucertola da usare con la povera Simona appena mi fossi trovato a quattr’occhi con lei (quando, dopo molte prove allo specchio, l’ho finalmente mostrata a un pranzo, ho scatenato la più fragorosa risata del 2023).
A Zsa Zsa Gábor che gli chiedeva perché dovesse cancellare un appuntamento, Henry Kissinger rispose: «Non posso venire, domani invadiamo la Cambogia». Dopo che avevo già usato ogni possibile scusa per respingere i suoi inviti a cena, il cinese del Kansas a caccia di amici di cui ho già parlato si arrese solo quando, chiamatomi al telefono alla vigilia di San Silvestro per invitarmi a sparar fuochi d’artificio con lui, si sentì rispondere: «Mi dispiace, sto a Buenos Aires» (per la prima volta gli avevo detto la verità, ma dal suo silenzio capii che mi avrebbe rispettato di più se gli avessi detto che dovevo invadere l’Argentina: si può esser sinceri pure da bugiardi).
Gli americani hanno scoperto la mortadella. Come ho imparato a mie spese, da quelle parti, storpiando “Bologna”, la chiamano “baloney”, e magari si limitassero a storpiare solo il nome. A proposito: la volta che, in Kansas, Sara insisteva a chiedere al supermercato del capocollo senza ottenere nient’altro che sguardi perplessi, io, che avevo studiato attentamente The Sopranos, non riuscii più a trattenermi e sbottai: «Ancora??? Je devi di’ “Ca-pi-co-la” (subito l’affettatrice si mise in moto).
Insieme alla New York University e alle Università del Texas e dell’Arizona, anche Harvard ha inserito nel piano di studi un corso sulla popstar Taylor Swift. Damn, non ci voleva: da quando ho scoperto che la più prestigiosa università del mondo (cerco una pagina a caso su google, esce Travel365, 1ª Harvard, 2ª Cambridge, 3ª Oxford) tiene in biblioteca una copia del Catalogo dei Viventi uso questo fatto per sminuire ogni impresa di mia moglie: un’università di Napoli le assegna il Calamaio d’Oro? No problem: «Si, vabbè, ne riparliamo quando ciai un libro a Harvard...». La prossima volta già so che affonderà: «Capirai, quelli hanno un corso su Taylor Swift...».
Invitato a presentare il libro di Aldo Cazzullo, Mario Draghi ha fatto sbadigliare tutti quelli che erano andati ad ascoltarlo. È già la seconda volta che Sara torna da Milano per incontri organizzati da NielsenIQ e non fa altro che ripetere «quanto è bravo Tito Boeri, quanto è interessante Tito Boeri, quanto imparo da Tito Boeri, quanto sono impaziente di rivedere Tito Boeri bla bla bla»: se succede un’altra volta, temo che divento come Totti col tizio del caffè.
Marina Abramovic (77 anni il 30 novembre) nel 1974 fu torturata dal pubblico per 72 ore, nell’80 si lasciò frustare a sangue: la volta che spiegai ai miei amici del Kansas la sua opera, quelli per la prima volta fecero una faccia tipo «oh, finalmente un’artista per cui varrebbe la pena andare fino a New York».
Champions League: il Milan ha perso col Borussia Dortmund, la Lazio ha vinto col Celtic. La Juventus quest’anno, ahimè, non c’è: l’unica volta che ha vinto la coppa, il 22 maggio 1996, ero aviere marconista al VI Deposito aereo di
Fiumicino. La mattina seguente trovai sulla telescrivente questo messaggio di felicitazioni su carta del Ministero della Difesa scritto dal commilitone (romanista) Bracci. Lo trascrivo pari pari. Non ci sono refusi: «Parrini terrone [1] sei un missilaccio di merda [2]. Solo te poi esse bianco nero schifoso [3], e sappi
che la coppa dei campioni l’avete vinta pe culo solo hai calci di rigori [4], e perché l’Ajax non era in forma e non perché è stata più forte. Infatti tutto sommato vi hanno portato hai rigori. Voi siete solo dei ladri balordi pezzi di merda infami ecome al solito agnello [5] a [6] pagato la sua tangenti [7]. Che figli di zoccola gli juventini tanto straltranno [8] vi rompiamo ilculo come quest anno dal tronde
[9]. Ora ti lascio con un enorme vaffanculo da tutta la curva sud settore boys Roma». Note: [1] Detto da un romano a un livornese [2] «Di merda» può essere, «missiliaccio» no: col termine “missile” si indicava qualcuno all’inizio del
servizio di leva, io ero a due mesi dal congedo [3] Solo io? [4] Giusto, sono almeno cinque, «calci di rigori» [5] Gianni Agnello, Umberto Agnello, Andrea
Agnello, gli Agnelli: e quando lo freghi coi plurali... [6] Vedi che succede a mettere le “h” dove non servono: poi la telescrivente le finisce...; [7] E certo: ci sono l’arbitro, i guardalinee, serve il plurale, «tangenti», «dal tronde» ormai s’è capito
che lo padroneggia (e questo valga come nota numero [9]) [8] «Straltranno» speriamo che ci stiamo pure noi “figli di zoccola” juventini in Champions.
Sono così contento che voglio condividere la notizia: ho riparato il termosifone della cucina! La settimana scorsa hanno riacceso la caldaia, ho pazientato un po' in attesa del tecnico poi, siccome comincia a far freddino pure a Roma e ogni giorno l’idraulico trovava una scusa per non presentarsi, seppur circondato da scetticismo, occhi al cielo e mani battute sulla testa mi sono deciso all’azione. Mia moglie era sicura che avrei fatto la fine degli americani in Vietnam, prima impantanato e poi in precipitosa fuga, io invece l’anno scorso avevo seguito attentamente l’operazione, ho afferrato le pinze, ho fatto alla manopola quelle che a Livorno chiamerebbero “seghine” (come le chiamano a Roma e Terni lo trovate nel post-scriptum) e, voilà, l’acqua calda è tornata a scorrere... Il momento in cui ho percepito il primo tepore è stato sicuramente il più felice del mese di novembre e se la gioca pure con tutto il resto del 2023. Adesso mi aggiro per casa dandomi arie manco fossi l’ingegnere capo di Pecco Bagnaia (il ternano Leonardo Simoncini, da qua in avanti se lo incontro per strada lo tratto da collega). Sara mi guarda come quegli oggetti salvati all’ultimo momento dalla pattumiera («lo sapevo che prima o poi mi sarebbe tornato utile!») e i parenti commentano stupiti «Dice che “Mano Monca” ha riparato un termosifone» «Ma va? Mi sa di fake news». P.S. Citato il mio soprannome familiare (dovuto alla presunta incapacità finanche di cambiare una lampadina), aggiungo che nella Conca sembrano avere una fissazione con i segmenti terminali dei miei arti superiori, le cui funzioni prensili ritengono, chissà poi perché, limitate ad una sola attività (sarà l’aspetto ai limiti dell’emaciato). La volta che nella curva Est dello stadio Liberati non mi ero lasciato contagiare dall’entusiasmo degli altri tifosi (quando si tratta di calcio, sono di gusti raffinati), il capo degli Ultras rossoverdi mi apostrofo: «E battile quelle mani! Che te servono solo pe’ fatte le pugnette???».
Franca Valeri: «Penso, chissà se è giusto, che quando si ama qualcuno è più affascinante possederlo con i gesti della tua vita che con quelli del sesso». Mia moglie tutte le sere si addormenta con la testa sul mio petto: siccome succede da più di trent’anni, ormai ha scavato all’altezza dello sterno una specie di nicchia della Madonna. Se morissi decapitato, son sicuro che il modo più semplice di identificarmi sarebbe appoggiare il suo profilo sul torso (pare uscita da lì come le statuine di Das dallo stampino che usavamo a scuola) • Oriana Fallaci era definita «Uoma» da alcuni colleghi invidiosi. Io nel 2000 a cena con alcunicolleghi di Napoli mi feci scappare «Mia moglie cià du’ coglioni così!» • Un Gianluigi detto Cassano per via dell’accento barese, solito dormire su una panchina in via Mastai a Senigallia, ha vinto 37.045 euro al SuperEnalotto. Nel 2012, davanti al maxischermo di Madison Square a New York per il derby di baseball Yankees-Mets, vinsi due biglietti per vedere una partita dal luxury box di Southwest. Non gioco mai a niente, il ticket della riffa me l’avevano messo in mano a forza, ma credo che Sara non mi abbia mai visto felice come quel giorno: «Io??? Tra tutte queste migliaia di persone ho vinto io??? Io che non ho mai avuto un colpo di culo in vita mia???? Dio ha scelto me????». Una gioia che di più, forse, solo Tardelli dopo il gol al Bernabéu contro la Germania. Poi, certo, fortunato fino a un certo punto: io sono tifosissimo degli Yankees, ovviamente ho vinto i biglietti per i Mets... • Tra le recensioni dei libri vedo Le ossa dei Caprotti. Una storia italiana. Nell’inverno del 1994 accompagnai Sara (che ancora non era mia moglie), fresca di laurea, a Rescaldina per un colloquio di lavoro con Esselunga (all’epoca sognava di lavorare per loro come io per “Cuore”). Io dovevo ancora iniziare la tesi. E qui, di questi tempi, la domanda sorge spontanea: si è laureata prima di te? E non hai mai pensato, se non di ucciderla, almeno di chiederle di andare un po’ più piano? La risposta è no, e questo non basta a provare che io sia migliore di Turetta: semplicemente, è due anni più vecchia di me («Il comico è un maleducato di classe» dice Francesco Salvi, qui si confema la prima parte ma non si scorge la seconda). Quanto alla inevitabile competizione coniugale, io penso di aver vinto perché sono stato più veloce di 7 mesi, lei pensa lostesso perché ha preso un misero punto in più, 106 a 105 («’orto muso», mi dice citando a supporto della sua tesi il mio concittadino Massimiliano Allegri, e fa pure un discreto accento livornese).
Laureato in Economia e Politica del Lavoro, se la mia vita fosse andata diversamente adesso scriverei un libro ispirato a quell'adesivo attaccato sul cassonetto che m’incanta ogni volta che vado a buttare plastica e metalli: «Imbianchino italiano onesto» (pure chi vanta il primo requisito sa che nascono dubbi sulla consequenzialità del secondo).
In Kansas, nel 2014, il nostro vicino Jesson ci rovinò l’estate per costruirsi un’enorme piscina: faceva il giardiniere, l’inverno per tirar su qualche dollaro montava sulle case gli addobbi natalizi, finì che per sdebitarsi ce li offrì gratis. Siccome aveva molto da farsi perdonare, alla fine del lavoro il vialetto d’ingresso era illuminato da così tante lampadine che per poco qualche aeroplano non lo scambiò per una pista d’atterraggio; tutta la silohuette della casa lampeggiava dal tramonto a mezzanotte di verde, bianco e rosso (cosi che tutti sapessero che lì vivevano “the italians”). Quando chiesi a Peter, il capo di Sara, se anche lui e sua moglie avessero allestito qualcosa di simile, l’austero danese, ricco che per dirla con Fabrizio Corona avrebbe potuto comprarci e metterci in giardino, mi rispose con tutto il gelo accumulato nella terra natia: «We are humble people».
«Al mattino, succedeva una cosa stranissima, c’era un sacco di gente che andava in giro legata a un cane» scrisse il cantastorie senegalese invitato a
osservare i bolognesi. Mi viene in mente la battuta sentita a teatro da Jerry Seinfeld (la sua sitcom è immancabilmente al primo posto nelle classifiche
americane di tutti i tempi): «Dogs are the leaders of the planet. If you see two life forms, one of them’s making a poop, the other one’s carrying it for him, who would you assume is in charge?» • Secondo il presidente federale Angelo Binaghi il tennis ha in sé «uno straordinario valore economico e sociale». Economico ok, ma, io che ho visto nella mia gioventù troppi tornei di tennis tra gli ospiti del Bagno Florida di Tirrenia, sul sociale ho dei grossi dubbi. I labronici emuli di Lendl e McEnroe si sfidavano sotto il solleone a colpi di «prendi ’sta palla corta, allezzìto [1]», «rincorri ’sto pallonetto, caarìtto [2]». Finiva che per regolare i conti saltavano la rete al ritmo con cui il leggendario Edwin Moses saltava gli ostacoli nei 400: ogni 13 passi. [1] Indigente, ridotto in miseria, ma anche inetto, inesperto, incapace di riuscire in una qualsivoglia attività. [2] Uomo così basso che non ha bisogno di sedersi per cacare, ma anche di nessun valore, sbruffone da quattro soldi (Dizionario livornese a cura di Mauro Catarsi) • «Ho una fortuna immensa: da 43 anni sto con una donna meravigliosa», dice Roberto Vecchioni. Sono appena arrivato a 31 e pure io «nemmeno riesco a comprarmi dei calzini se non c’è lei». La par condicio mi obbliga purtroppo ad aggiungere che lei non è in grado di raccogliere le mutande dal pavimento se non ci sono io • «Una separazione indiana pare destinata a spostare molte più rupie del più sfarzoso dei matrimoni». Sebbene mia moglie si raccomandi sempre che con le donne americane su certi argomenti non si scherza, l’altra sera a cena con una sua collega in arrivo da New York non ho resistito e, finita la conversazione sul blockbuster di Greta Gerwig, ho citato la battuta sentita la prima volta tanti anni fa in non ricordo che film (Giuseppe Battiston in Pane e tulipani?): «La migliore versione di Barbie è quella divorziata: ha la casa di Ken, la macchina di Ken...». Fortuna che Sara, forse perché inconsciamente pronta a diventare vedova, ha cominciato a togliersi la fede, quella l’ha preso come un gesto di disapprovazione e tanto le è bastato.
Oggi mi vengono in mente due storie dei miei tempi ai Geometri: una riguarda l’insegnante di Costruzioni e la dichiarazione dei redditi, ma lascio perdere, si sa mai mi leggessero a Kpmg o all’Agenzia delle Entrate; l'altra il mio compagno di classe Massimo Barsotti (credo adesso faccia l’operaio alla Piaggio di Pontedera). Era già stato bocciato due volte, ma era figlio di professori e certo non stupido, la sua specialità erano le proiezioni ortogonali (il mio tallone d'Achille). Un giorno che il compito era abbastanza complicato, era l’unico a capirci qualcosa, ma a quanti lo sollecitavano a passare la soluzione rispose senza astio: «A me non mi ha mai aiutato nessuno...». Aveva ragione, e nessuno fiatò: pure io che i compiti li passavo (sempre stato molto popolare per un saccente secchione), non per cattiveria ma per distrazione o forse perché mi stava troppo lontano col banco, non gli avevo mai prestato attenzione. Giunto a 53 anni e mezzo passati, io sono nel pieno della fase “Barsotti”, e lo so, ha ragione Sara quando dice che non è vero che non mi ha mai aiutato nessuno (per giustizia dovrei fare almeno almeno il nome della mia preside ai Geometri, che sapendomi un povero orfanello mi fece piovere dal cielo la borsa di studio con alloggio alla Bocconi, e del direttore del pensionato Bocconi, che mi salvò la vita la volta che feci un'enorme cazzata, e gli avevo pure mentito), però così mi sento... Magari invecchiando passerà... Questa forse non è da pubblicare, che viene fuori un po’ troppo la malinconia del comico • Furbetti del cartellino”. Il 27 settembre 1995, appena arrivato da Cadimare al VI Deposito Aereo di Fiumicino, mi portarono a conoscere il maresciallo in capo: lo sorpresi mentre, nel suo ufficio trasformato in officina, stava assemblando il modellino di un galeone. Arrivato il venerdì, orario d’uscita le 14, si stendeva due ore sulla brandina e incassava gli straordinari (tutto il lavoro lo facevamo noi di leva). Su consiglio del mio avvocato, ho omesso di mettere il nome, ma se mi cita in tribunale chiamo a testimoniare i miei commilitoni Bracci e Nastasia (memorabile la volta in cui, certo di non essere sentito, quest’ultimo gli urlò dietro il peggior insulto che gli era venuto in mente: «Ma no’ ’o vedi che sei pelatooooooooo!!!!»). Mi sa che ne esce materiale per almeno una dozzina di taccuini.
Due milioni di italiani fanno la pipì a letto. Guai a chi mi tocca New York, ma avendo vissuto cinque anni a Lawrence/Kansas so che nel Midwest detestano sia la città che i suoi abitanti (una volta la segretaria di Sara, visti i nostri frequenti
weekend nella Grande Mela, le chiese: «Ma perché ci andate così spesso? Avete parenti?», valle a spiegare che preferivamo Broadway e il Guggenheim a un campo di girasoli...). Principale argomento che usano: la sporcizia. Avevo sempre
ribattuto usando la battuta di Woody Allen (credo che ai loro occhi apparissi esattamente come lui) in Io e Annie: «I’m into garbage. It’s my thing» (in
cambio, più che risate, sguardi perplessi). Così finché un giorno vidi un senzatetto che a Union Square cercava di fare pipì in un cesto dell’immondizia: essendo ad una distanza che nella pallacanestro avrebbe qualificato il tiro come “da tre”, non riusciva a far centro. La gente intorno, invece di condannare il gesto, s’era appassionata e gli urlava «get closer, you are missing it» con una
partecipazione che ho visto solo nei tifosi dei miei adoratissimi Yankees, quando il battitore non riesce a colpire con la mazza la palla da baseball. Tornato a casa raccontai l’episodio al mio vicino Scott (il sosia di George W. Bush, giusto con qualche chilo in più): lui mi guardò beato come se mi avesse ammansito. tipo San Francesco col lupo. Io non ebbi il cuore di non lasciarglielo credere • Per me il comunismo non è finito col crollo dell’Unione Sovietica o con la Svolta della Bolognina, ma durante una cena alla Torricella (Testaccio) nell’estate del 1998. Io e Sara ci eravamo appena seduti quando arrivarono Giorgio Napolitano, all’epoca ministro dell’Interno, ed Emanuele Macaluso: da quel momento i camerieri non ebbero occhi che per loro (a chi gli chiedeva «ma i miei tonnarelli? Li ho ordinati mezz’ora fa» o non rispondevano o lo facevano con un «ma nun me romper er...», non proprio così ma quasi). Finita la lautissima cena, i compagni fecero la mossa di pagare, ma il padrone li fermò che la mano non era ancora entrata nella tasca (credo di Macaluso) e i due se ne andarono con tanti saluti. Noi ancora stavamo aspettando l’antipasto. Peggio mi è andata solo la volta che siamo usciti da Nobu in contemporanea con John McEnroe: lui circondato da un codazzo di camerieri, noi completamente ignorati (mi fosse venuto un infarto, sicuro che prima avrebbero chiamato il suo taxi e poi la mia ambulanza) • Ilaria Cerrina Ferroni, moglie di Giorgio Forattini, dice che lui prima stava con Samaritana Rattazzi «che fortunatamente si innamorò di un altro». Prima di mettersi con me, Sara stava con un mio amico, leggendo queste righe mi è venuto il dubbio che a Cosenza ci sia una donna che dice la stessa cosa (sarò mica nient’altro che «l’altro»?) • L’under 21 ha pareggiato con l’Irlanda in “zona Cesarini”. Nel mio lessico famigliare abbiamo un modo di indicare l’esatto contrario: «Tardi pilasti!». Viene da mio nonno che raccontava la storia di un tizio che, mentre ingoiava un uovo, udito un pigolìo aveva esclamato: «Tardi pilasti!». Esempio: se mi accorgo che domenica alle 18 c’è il derby Lazio-Roma e Sara ha già comprato i biglietti per il teatro alle 17, l’unica risposta che riceverò sarà: «Tardi pilasti!» • L’Olanda va al voto. A primavera il nostro amico olandese Yves, venuto in vacanza in Italia con la consorte, ha deciso di spendere un pomeriggio per visitare la Cascata delle Marmore. Poiché eravamo vicinissimi, nella nostra casa sul lago di Piediluco, l’abbiamo raggiunto per fare gli onori di casa. Terminati i saluti di prassi, mia moglie s’è raccomandata «Il parcheggio va pagato» e lui, fulmineo come avesse la battuta pronta da anni e stesse solo aspettando il momento giusto per usarla: «Sara, noi siamo del Nord Europa» • Mi duole ma ancora una volta devo dissentire da Langone: siamo andati a cena all’Osteria Francescana il 12 marzo per festeggiare con un giorno d’anticipo il mio compleanno (era il regalo di quella gran paracula di mia moglie). Un disastro: non tanto per la cena, ma per il fatto che Massimo Bottura, fino a quel momento l’idolo di Sara, proprio non s’è fatto vedere (l’abbiamo incrociato solo nel pomeriggio mentre faceva lo “sbracione” nel centro di Modena al volante della Ferrari). Quanto ho goduto quella sera nel ricordare a Sara che quando a Los Angeles siamo andati a cena a N. 10, il ristorante di Alessandro Del Piero, lui stava seduto nel tavolo accanto al nostro ed è pure venuto a salutarci (io sono immediatamente svenuto a occhi aperti).
Numeri. L’altra sera a cena mia moglie ha fatto casualmente trapelare che è tra i cento bocconiani selezionati per non voglio sapere quale libro di prossima uscita. Siccome è di quelli che devono sempre stravincere, ha aggiunto: «Sai qual è la percentuale delle donne?». Purtroppo per lei, chi cerca rogna con me casca male, e siccome mi diletto con numeri e statistiche ho subito trovato la risposta: «Sai cos’è ancora più raro delle donne? Gli uomini con la moglie in quella lista. Vuoi una cosa ancora più rara? I bocconiani con la moglie in quella cavolo di lista». Gioco, partita, incontro. Per me, pensavo (più tardi, a letto, m’è venuto il dubbio).
Album. Questa ho già provato a piazzarla senza successo, ma mia moglie insegna che non importa quante volte ti hanno detto no, prima o poi ti diranno sì (la volta che l’ho raccontato al suo capo Peter, lo sventurato mi ha risposto «Finalmente qualcuno che mi capisce» e c’è mancato un pelo che m’abbracciasse»). Il cugino di un mio amico colleziona da trent’anni i ritagli di giornale con le notizie dei suoi arresti: «È arrivato a tre album».
Settantacinque anni fa (21 novembre 1948) venne proiettato per la prima volta Ladri di biciclette. La sera che siamo andati all’Enoteca Pinchiorri diluviava. Ci siamo fatti prestare un ombrello dall’albergo e, quando eravamo quasi tornati indietro dopo la cena, mi sono accorto che l’avevo dimenticato al ristorante. Ho detto a mia moglie di aspettarmi e sono andato a prenderlo. Arrivato all’Enoteca, ho scoperto che non c’era più. Anche se era abbastanza ridicolo prendersela per un misero ombrello dopo aver pagato quel conto record senza fiatare, ho dato di matto (per usare il lessico familiare, ho fatto una “parrinata”, sicuro hanno pensato che in realtà me l’ero presa per la cifra di cui m’avevano alleggerito). Il cameriere ha subito dato la colpa alla gente «che è maleducata», ma io ho dato la colpa a lui che l’aveva messo nella cesta dell’albergo in cui si trova il ristorante (chi l’aveva preso era incolpevole, non è che si mettono a controllare il nome). Poiché non c’era verso di calmarmi e s’era fatta gente, m’hanno suggerito di prenderne uno dei loro: ho respinto l’offerta indignato e me ne sono andato. Quando l’ho raggiunta, mia moglie ha immediatamente rotto il fronte della fermezza e nonostante le mie proteste mi ha spedito indietro a prendere un ombrello che fosse uno: non credo riuscirò mai a dimenticare lo sguardo pieno di compatimento del cameriere che m’ha beccato mentre, tornato quatto quatto, ne sceglievo uno tra quelli nel cesto... P.S. Siccome conosco fin troppo bene il sarcasmo dei miei amici livornesi, gli risparmio la fatica e la battuta me la faccio da solo (immaginatela detta da Massimiliano Allegri, l’allenatore della Juventus): «E sa’ ’osa, hai scritto Ladri di biciclette» • La settimana scorsa, per qualche giorno, mi sono immaginato insieme a mia moglie nella pagina dei delitti. Qualcuno aveva chiuso la cassaforte della nostra casa ternana ed essendo un maniaco dell’ordine, tutti sospettano di me (ma se non sono innocente sono completamente rimbambito, perché proprio non lo ricordo). Problema: non avevamo mai pensato di farci dare la combinazione (so già che Sara, leggendo queste righe, commenterà: «Strano che non hai scritto pure quella...»). Vano ogni tentativo di rintracciare l’inquilina precedente, sono stato preso dal panico e non riuscivo a togliermi di testa questo scenario: entrano i ladri, vedono la cassaforte, gli dico che è vuota e che comunque non so la combinazione. E quando ci credono? Bim bum bam... ah, ti credi un duro... bam bum bim ... proprio non vuoi parlare... Non mi davo pace, nessuno avrebbe mai potuto credermi così cretino, poi un mio amico m’ha detto: «Forse se provassi a fargli leggere il Taccuino d’Anteprima...» • La Nazionale di calcio s’è qualificata per Germania 2024. Siccome non ne posso più di quelli che non perdono occasione per ricordare che abbiamo saltato la fase finale di Russia 2018 e Qatar 2022, ho detto a Sara: «Io firmo tutta la vita per vincere un Europeo in cambio di due mancate qualificazioni ai Mondiali». Ho capito subito dal suo sguardo che non avrei potuto spiegare meglio la differenza tra di noi (capirai, è più insaziabile di Verstappen e Djokovic messi insieme) • Confesso la sensazione di rivincita alla Conte di Montecristo provata nel leggere Franco Campese che definisce «un omonimo improbabile costumista». Massimo Cantini Parrini, uno che ha in bacheca due candidature all’Oscar, cinque David di Donatello, tre Nastri d’argento ecc. (io giusto una medaglia di bronzo ai Giochi della Gioventù, il premio “Fair Play” del torneo di calcetto e la “segnalazione” come poeta bocconiano, that’s it).
«Meglio fare i settentrionali d’Italia che i terroni d’Austria». La mattina del 23 maggio 1996 trovai sulla mia telescrivente all’ufficio marconisti del VI Deposito Aereo di Fiumicino una letterina scritta dal commilitone Bracci, romanista che sapendomi juventino voleva felicitarsi con me per la vittoria in Champions League del giorno prima (aveva fatto il turno di notte). Formidabile già dall’incipit: «Parrini terrone», detto da un romano a un livornese. Quando torna la Champions la trascrivo tutta • Massimo Fini e i ceffoni di Panagulis alla Fallaci. Viva il teatro, ma confesso che mi capita spesso di trovare più interessanti le conversazioni che origlio dopo, durante la cena. A Milano sono andato a vedere Il barone rampante: era più lungo del previsto, il giorno seguente dovevamo partire per Bilbao (Yayoi Kusama al Guggenheim), saltare la cena neanche a parlarne (come si dice, «con la cultura non si mangia»), all’intervallo siamo scappati in pizzeria. Accanto a noi una tavolata con una decina di uomini, a capotavola un enorme esemplare di maschio Alpha che diceva di lavorare nella sicurezza (vantava pure consulenze con gli israeliani, ma questo era prima del 7 ottobre, non so se lo fa ancora). Raccontava storie tipo questa: coinvolto in una lite stradale, aveva avvisato il rivale dicendogli «Senti, ho già sette denunce, ti do tre cazzotti di vantaggio, poi comincio io». Un aneddoto simile l’avevo già sentito da Nils Liedholm, comunque l’ha raccontato talmente bene che non sono riuscito a togliermelo dalla testa per giorni e quando al supermercato una vecchietta mi ha ingiustamente accusato di aver saltato la fila c’è mancato poco che le dicessi: «Senta, le do tre cazzotti di vantaggio...» • Sheynnis Palacios, nicaraguense di 23 anni, è stata eletta Miss Universo. Nella primavera del 1992, ispirate da “Le 5 cose per cui vale la pena vivere” del settimanale Cuore, le ragazze del Pensionato Bocconi lanciarono il sondaggio “I 5 studenti per cui vale la pena vivere”. Vincitore il bellissimo e perciò imbattibile “faffino” Mascetra, scoprii con mia grande sorpresa che ero arrivato secondo. Ero sul punto di montarmi la testa quando fui affiancato da quello che credevo un amico. Letti sul cartellone i risultati, mi guardò schifato ed esclamò ad alta voce: «Te secondo??? Ma questo è un voto di protesta!!!». Mai ’na gioia • Alla nazionale serve un pareggio con l’Ucraina per la qualificazione agli Europei. In uno dei tornei di calcetto del Pensionato Bocconi (lo so, mi ripeto, ma da lì vengo) formammo una squadra di 4: io giocavo ultimo uomo, a tutto campo Davide Pelusi, all’epoca il più grande campione mai visto da quelle parti (ok, ci sarebbe Fuffo Bernardini, ma lui è fuori concorso), poi due ragazze della squadra universitaria femminile a rotazione (tra queste la mia futura moglie, un terzinaccio con i piedi poco educati, lenta come l’agonia ma con grande senso della posizione e, soprattutto, capace di tirar calcioni a chiunque le capitasse a tiro). Poiché, ultima partita del girone, bastava un pareggio ad entrambe le squadre, ci mettemmo d’accordo. A due minuti dalla fine gli avversari mi si aprirono davanti che manco il mar Rosso con Mosè, avanzai palla al piede come Higuita (ho appena visto il documentario su Netflix), chiusi gli occhi e con un tiraccio centrai, grazie a Dio, il palo. Quando a cena raccontai che eravamo d’accordo, non ci credette nessuno. Fortuna che non c’erano in giro Roberto Chiodi e Oliviero Beha • Natalia Aspesi parla del Napoleone di Ridley Scott, a me piacerebbe che un qualche regista italiano girasse un film su “Quel dal formai”, come a Mantova chiamano l’atteso messia che dovrebbe punire chi salta la fila alla cassa, non dà la precedenza in rotatoria, scappa dal bar senza pagare o ha fatto semplicemente un po’ troppo il gradasso. Ho scoperto della sua esistenza parlando per un’ora delle ingiustizie del mondo con l’autista che mi stava portando a Canneto sull’Oglio per una cena Dal Pescatore (adesso direte: «Ma questo ci è o ci fa?», e così abbiamo sistemato pure Aldo Grasso su Morgan) • Il saccente del teatro (quello dei figli persi dal Manzoni), aveva esordito prendendosela con dei giovani che avevano scambiato l’Avvento per una festa religiosa (io era dai tempi di scuola che non pregavo così intensamente «Fa’ che non lo chieda a me, fa’ che non lo chieda a me, fa’ che non lo chieda a me»). Adesso scopro al terzo posto tra i libri più venduti su Amazon Calendario dell’Avvento, Escape Room: corro subito a comprarlo (all’Argentina ho fatto l’abbonamento, i posti sono fissi per tutto l’anno).
«Open a bottle of wine for me, baby». Century Tower, Hong Kong, per riparare un cesso al piano di sopra devono sfondare il soffitto di uno dei miei bagni: una puzza che manco a Roma d’estate quando fa sciopero l’Ama, ma l’appartamento è
enorme, sinceramente dal mio studio neanche si sente e i muratori fanno in mezza giornata un lavoro a regola d’arte. Suona la padrona dell’appartamento di sopra, si presenta, «Aida». «Ah, dico io, come l’opera». Risponde no: «I-D-A» (il solito italiano all’estero). Per scusarsi del disturbo mi regala una bottiglia di vino rosso, la liquido alla svelta senza darle tanta importanza. Arriva ora di cena, mia moglie cucina un piatto di pasta. Serve un bicchiere di vino, ma giusto uno, e siccome il giorno dopo dobbiamo partire per un weekend a Shanghai, non voglio sprecare niente di buono e apro con nonchalance la bottiglia della signora. Sara capisce dal mio sguardo appena l’assaggio che qualcosa non va. Le dico: «Corri, cerca su internet quanto costa». Boom: un migliaio di euro (quando gli ho raccontato la storia, un mio amico sommelier ha immediatamente indovinato l’etichetta). Son sicuro che tornando nella sua penthouse Ida ha detto al marito: «Te l’avevo detto che erano soldi sprecati» • Avvertenza, se non amate l’humour nero saltate subito al prossimo capitolo. Sabato a pranzo giochino su a chi assegnare la parte del protagonista in un eventuale film sul tizio che nel 2018, non trovando il coraggio di suicidarsi, uscì in strada con l’intenzione di ammazzare il primo che capitava e così trovare pace in galera: al termine di un acceso dibattito, ha vinto Massimo Ceccherini. Immediata unanimità invece su a chi affidare il ruolo dello psichiatra incaricato di interrogarlo: Checco Zalone (in realtà c’è uno che ha detto Leonardo Pieraccioni, ma quello non lo invitiamo più) • Osama che aveva tra i venti e i ventisei figli mi fa venire in mente una battuta sentita in platea al teatro aspettando l’inizio dello spettacolo. Un tizio saccentissimo non la smetteva di disquisire su questo e su quello, per fortuna i romani sanno mettere in riga chiunque e quando ha detto al vicino «Sai che Alessandro Manzoni aveva dieci figli? E li ha persi tutti...», quello gli ha risposto brutale: «E ancora ’n l’ha trovati?» • «Bandiera palestinese sulla Torre di Pisa». Gianni Agnelli diceva: «Mi emoziono persino quando leggo sul giornale la lettera J in qualche titolo», a me succede qualcosa di simile, seppure in altra direzione, quando leggo il nome di quella città che noi livornesi proprio non possiamo soffrire. Pumpkin carving party a Lawrence (Kansas) per Halloween, mentre cerco qualcosa di decente al barbecue mi si avvicina un cinese chiaramente a caccia d’amici (dalla faccia gli era già andata male con tutti gli americani) e per rompere il ghiaccio mi dice: «Italiano? Io ho studiato a Pisa». Pure la Ferrari non ha mai fatto una partenza peggiore • Moody’s ha confermato il giudizio sul debito italiano a Baa3. A inizio anni duemila, su insistenza di mia suocera, comprai dei titoli delle poste, passati vent’anni li ho incassati. Vedendo che il valore era triplicato, il cassiere prima mi ha fatto i complimenti, poi mi ha detto: «Voi siete stati la rovina dell’Italia». Ogni tanto la notte mi sveglio e penso a cosa mi diranno fra cinque anni quando mi dovranno rimborsare i Btp valore • Leggendo del supermatch di pugilato Fury-Usyk, mi è venuto in mente The Fight of the Century del 2 maggio 2015 tra Floyd Mayweather Jr. e Manny Pacquiao. Sempre a Lawrence, il mio vicino Scott (lo stesso del Pumpkin carving party) aveva speso 100 dollari di pay per view e organizzato una visione con gli amici. Uscito un attimo in giardino e colto alla sprovvista dal suo invito, non sapendo quale altra scusa inventare gli dissi che l’avevo già acquistato: non era vero, ma corsi subito a farlo. Questo per farvi capire quanto sono asociale. E quanto sono ricco • Sam Altman, amministratore delegato di ChatGPT, lascerà il suo posto perché non gode più della fiducia del board. Sono andato a trovare mio zio in ospedale. Senza neanche dirmi buonasera, mi ha squadrato in tralice da capo a piedi e mi ha detto: «Com’è che tutto a un tratto ti sei messo a scrivere queste sciocchezze?». Lì per lì ci sono rimasto male, poi ho trovato la risposta: «Perché ho una fifa boia di essere rimpiazzato dall’intelligenza artificiale» • Snoop Dogg ha chiuso con le canne. Nel maggio 2012 lo incrociai a Times Square: avete idea di quanto bisogna essere vanitosi? • Nancy Pelosi. Ogni volta che la vedo in tv penso a mio nonno (quello del cane) che si sarebbe certamente divertito un sacco a chiamarla «Nenzi Pelosa». «Guarda chi c’è alla televisione, Nenzi Pelosa!» (quello era il suo genere di humour, questo il mio dna).
Ascensori. Quel Savonarola di Massimo Perrone mi scrive che sul Taccuino sono talmente «sbracione» che se non mi conoscesse di persona mi troverebbe francamente insopportabile. Già mi immagino il mio idolo Ricky Gervais che se la gode: «Facile quando ridevi sul divano e gli insulti me li prendevo tutti io, mo' vediamo come te la cavi, “little funny man”». Capirai, è la storia della mia vita (beh, almeno della seconda parte). Nere York, entro nell’ascensore di casa insieme a una ragazza di chiare origini asiatiche. Io non farei conversazioni occasionali manco sotto tortura, ma lei immediatamente mi chiede: «Di dove sei?». «Italiano». «Ah, io sono appena stata in Toscana». «Io sono toscano». «Ah, io sono di Hong Kong». «Ho vissuto quattro anni a Hong Kong» (all’epoca, adesso sono sette). Lei mi guarda come per valutare se sono pure pericoloso. Poi, alla prima fermata, scende (son sicuro che non era il suo piano). E, si badi bene, ci trovavamo a Sky House, 11th East 29th street, tra Madison e la Fifth, non nelle case popolari del quartiere Shanghai a Livorno.
Domeniche. Telefona mio cugino: «Forse non ho capito bene: domenica pomeriggio sei andato al Teatro Argentina a vedere Un curioso accidente di Goldoni con Gabriele Lavia invece di andare allo stadio per Lazio-Roma???». Già mi stava saltando la mosca al naso. A parte che durante la memorabile finale dei mondiali Argentina-Francia (mica ’sto squallido zero a zero) stavo al Quirino a vedere Spettri di Ibsen con Andrea Fonasson, bisognerebbe che prima di aprir bocca la gente ricordasse che ho una moglie e non posso decidere da solo cosa fare la domenica: decide da sola lei.
A proposito della sparizione di Hiro, il gatto di Nino Frassica, e dei sette giovani cha hanno ammzzato una capretta a calci e pugni. Rimasto orfano e lasciata Livorno, andai a vivere da mia zia paterna in una casa sperduta nella campagna della Piana di Pisa. Ogni estate, parliamo degli anni Ottanta, il nostro giardino era invaso dai cani abbandonati lungo la strada. Un pomeriggio, intorno all’ora di pranzo, arrivò un simpaticissimo bastardino. Mio nonno, classe 1907, che neanche riusciva a concepire l’idea di animali che nonnfossero stati creati per farsi ammazzare da lui (s’allenava con polli e conigli), sorseggiando il caffè disse serafico: «Adesso vado a dormire un’oretta, quando mi sveglio prendo il fucile e gli sparo». Io e mio cugino più grande, che già aveva la patente, non sapendo cosa altro fare per salvarlo, lo caricammo in macchina e lo lasciammo nella pineta di Tombolo, a una distanza che ci sembrava di sicurezza. Tornati a casa col cuore spezzato (dimenticheremo mai l’immagine della sventurata creatura che rincorreva l’auto?), trovammo il nostro anziano vicino (viveva duecento metri a Nord) che parlava con mio nonno: «Dice che gli è scappato un cane...». Il vecchio Arturo era, come tutti nella zona tranne noi, un cacciatore, ne aveva così tanti
di cani che quello proprio non l’avevamo riconosciuto... Per la prescrizione credo che ormai stiamo a posto (io ero pure minorenne, mio nonno è morto da trent’anni, alle brutte va in galera mio cugino) • La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi è stato tradotto in cinese. Quando vivevo a Hong Kong andai a pranzo a The Charmain, Best Restaurant in Asia 2021 secondo San Pellegrino. Piatto più famoso i granchi, sinceramente ho mangiato meglio in certe baracchine sul mare a Livorno, ma non sono un esperto di cucina cinese. Però quando l’ho raccontato al mio amico Angelo, chef di Tosca di Angelo, il ristorante con la miglior vista d’Hong Kong, lui m’ha detto: «Guarda che io ne ho parlato con il mio staff cantonese, e mi hanno detto che quella cucina mandarina non la capiscono neanche loro». Ma ndo’ vado... • Su Gender, il sesso degli angeli e l’oblio dell’Occidente di Giulio Meotti, mi viene in mente la figlia adolescente del mio amico francese Yves, bullizzata in una scuola internazionale perché dovendo indicare il proprio genere era stata l’unica a dare la risposta che avrebbero dato mia nonna, mia madre e mia moglie • La Clerici controllava il telefonino dell’ex, io e mia moglie abbiamo tutto in comune sulla cloud, così, di tanto in tanto e non so per quale disguido, succede che, se qualcuno la chiama (pure mentre sta in ufficio) e non risponde alla svelta, squilla il mio computer. L’altro giorno, mentre stavo alla mia scrivania, m’è arrivata la videochiamata di uno che dalla faccia mi sembrava un cretino totale. Ero sicuro fosse telemarketing, stavo per urlargli di non provarci mai più, poi per fortuna ho controllato la rubrica ed ho visto che era il capo di Sara da Basilea • Marcella Bella, donna del desiderio. Alla cena d’addio dal Kansas, l’allora capo di Sara raccontò a tutti gli invitati di quando, in un ristorante non voglio sapere di che parte del mondo, tutta contenta perché si era accorta che qualcuno a un tavolo accanto le faceva gli occhi dolci, aveva esclamato: «I’m still in the Game!». Fortuna che reggo il vino • A Firenze è morta una donna per la dengue. Quando vivevo a Singapore, per debellarla facevano delle fumigation d’insetticidi così dense (visibilità zero per decine di metri) e tossiche che credo pure Israele si farebbe scupolo di usarle contro Hamas.
Monnezza. Questa mi è venuta in mente mentre il sacchetto dell’umido, lasciata la mia mano, volava attraverso il buco del cassonetto: quella volta che, nella hall di un grande albergo di New York, avendo sentito un tizio che mi urlava «mister Scrittore» un collega italiano incontrato per caso dopo molti anni mi disse sbalordito: «Caspita, sei famoso in America!» (non ebbi il coraggio di confessargli che il facchino con le valigie mi aveva appena chiamato col cognome di mia moglie).
Credendolo l’amministratore delegato di un’azienda di cibo per animali domestici, un giorno Gasparri strinse la mano al mio grande amico Chicco (l’ad era in realtà la moglie, in piedi accanto a lui, ancora da capire se più incredula, scocciata o divertita) • La mia amica Tracy cià una casa in multiproprietà ad Aruba (molti inviti caduti nel vuoto, noi siamo più da Bermuda) • Stefano Fassina, io matricola all’università, lui, laureando, era il leader del nostro gruppetto di giovani comunisti. Tempismo perfetto il mio: prima lezione in Bocconi il 9 ottobre 1989, esattamente un mese dopo, il 9 novembre, è caduto il muro di Berlino • Sara è una grandissima fan di David Bowie (in casa ho due grandi quadri pop, uno comprato in galleria a New York, l’altro a Miami, più altra memorabilia più o meno di valore). E morto il 10 gennaio 2016, pochi giorni dopo stavamo a Manhattan, le ultimissime rappresentazioni del suo Lazarus a Broadway costavano una follia, ma niente che non ci potessimo permettere. Abbiamo rinunciato, Sara ancora maledice quella decisione (la stessa cosa capita a me per i guanti firmati da Mike Tyson che non ho comprato quando l’ho visto nel suo show a Brooklyn) • In Kansas non trovavamo mai il vitello. Un giorno abbiamo fatto l’errore di chiedere al macellaio perché non lo vendevano, lui ci ha guardato come se gli avessimo chiesto un chilo di fettine di bambino e c’ha risposto: «Because it’s unethical», con un tono tipo «che domanda da cojone». Io gli volevo chiedere: scusa, e l’agnello allora? Ma Sara m’ha detto «per carità, fatti i cazzi tua» • Niederkofler, 490 euro a persona! Manco troppo (se Langone vedesse quanto ho pagato di vino all’enoteca Pinchiorri, e manco ci capisco un cazzo).
Gavettoni. A tutti quelli che dicono di non voler diventare famosi perché tra paparazzi, Corona, partner occasionali che ti vogliono incastrare, gente che ti chiede un selfie e/o un prestito ecc. «non si fa più vita», racconto di quando nell’estate del ’92, per lanciare il giornalino del campus Bocconi (più precisamente del pensionato, ma suona un po’ sfigato), ancora fortissima l’influenza dell’Indietro tutta! di Arbore & C. organizzammo un Campeonao Gavettonao: stabilito che chi avesse centrato con una secchiata il rettore Mario Monti avrebbe immediatamente ricevuto la coppa, attribuimmo ad ogni personaggio universitario un punteggio proporzionale all’importanza (per gli studenti alla “figaggine”). Capitava sovente che mentre qualcuno con la voce mi supplicava di non assegnargli troppi punti, con gli occhi mi chiedeva esattamente il contrario, nonostante ciò volesse dire poter essere costretti a cambiarsi d’abiti fino a una mezza dozzina di volte al giorno (tanto può la brama di status). La lettera potrebbe finire qui, ma forse i benemeriti che ancora non sono saltati a Mauro Della Porta Raffo (o a chiunque altro venga oggi dopo di me) vogliono conoscere il resto della storia e allora procedo. I primi scrupoli mi vennero quando Annona, la mia simpaticissima signora delle pulizie, fu centrata dal quinto piano: convinta di aver individuato il cecchino (ma santa donna, ancora non si è capito bene chi sparò a Kennedy e da dove...) fece irruzione nella camera di un’innocente studentessa e, afferrato il televisore decisa a lanciarlo dalla finestra (quello il massimo della vendetta che le era venuto in mente), fu placcata a pochi centimetri dalla meta con una “francesina” [andare in fondo alla nota 1] (ok, confesso, non fu una “francesina”, anche perché altrimenti addio tv e soprattutto addio Annona, ma ho imparato questo termine durante i mondiali di rugby e non vedevo l’ora di usarlo, sue me!). L’inizio della fine fu però quando decidemmo di collegare il valore del bersaglio alla qualità della sua scherma pugilistica: c’illudevamo che il rischio di avere tanti lividi sul corpo quanti punti in classifica avrebbe garantito l’autodisciplina, scoprimmo invece con nostra grande sorpresa (in rari casi con sgomento, in meno rari con soddisfazione) che negli esseri umani lo spirito agonistico è di gran lunga superiore all’istinto di conservazione e in via Bocconi 12 le risse divennero presto più frequenti che in un film di Bud Spencer & Terence Hill. Poiché gli scrosci non accennavano a diminuire, si passò (oh oh!) dalla caccia al concorrente a quella all’organizzatore finché un bloody sunday ci vennero a prendere uno a uno nelle camere (qualche delatore aveva fornito loro una dettagliatissima lista) in un raid come non si vedevano dall’Argentina di Videla. Io, per fortuna, quel weekend ero andato a casa, ma quando tornai a Milano fui informato dai miei colleghi incerottati che il torneo era stato chiuso («aho, toscano, qua c’ammazzano tutti!»). Un’ultima cosa: forse a qualcuno è rimasta la curiosità, e la risposta è no, Mario Monti non fu mai sfiorato neanche da una goccia. Passati ormai più di trent'anni, ancora mi rimane il dubbio: fu il coraggio che mancò o l’opportunità? [1] Qui non va intesa come il tradizionale piatto della cucina toscana, di quelli per stendere la rubiconda Annona non ne sarebbe certo bastato uno, ma come lo sgambetto effettuato afferrando in tuffo con una mano la caviglia dell'avversario (tornare al testo).
Tasti. Nell’inverno 1999/2000 quel matto di Andrea Greco, illustre firma di “Oggi” all’epoca capo della rubrica motori dell’agenzia Chilometri (con l’ancor più matto vice Alessio Viola formava un’esilarante coppia che nei miei ricordi è diventata leggendaria), essendosi rotto un tasto del computer ma non volendo gravare sui magri bilanci aziendali passò mesi a scrivere lanci senza utilizzare quella lettera (gli scappò detto così, con nonchalance, durante una pausa davanti alla macchinetta del caffe).
Teatro. Domenica pomeriggio intorno alle 16.30, una signora tutta in ghingheri sul ponte di Castel Sant'Angelo diceva al telefono (forse proprio al telefono inteso come oggetto, non come mezzo di comunicazione): «Io gliel’ho detto, è colpa vostra che avete messo sul trono un argentino! - con lo stesso tono che usava Vittorio Cecchi Gori in via di separazione riducendo la moglie Rita Rusic a «una croata!» - Sai cosa m’ha risposto Bagnasco? “Ma noi non credevamo...”». E poi, qualche passo più in là: «Il Signor Vostro, quanno je rode er culo, se butta malato». Io ero pronto a seguirla se non fino in capo al mondo almeno fino alla fine della telefonata (non è da escludere che le due destinazioni avrebbero finito col coincidere), ma mia moglie, certa che fosse una mitomane, m’ha trascinato a vedere Un curioso accidente con Gabriele Lavia al Teatro Argentina: è una decisione che non mi sento di maledire, ma certo nessuna battuta del testo di Goldoni ha catturato la mia attenzione come «Il Signor Vostro, quanno je rode er culo...».
Juve. Ovviamente, la mia frase preferita di Togliatti è questa:«Cos’ha fatto ieri la Juve? Tu pretendi di fare la rivoluzione senza sapere i risultati della Juve?» (a Pietro Secchia).
Ladri. La faccia di quel commerciante umbro che stufo dei ripetuti furti si era fatto montare la più resistente porta blindata disponibile sul mercato quando, tornando a casa, aveva scoperto che i ladri, non riuscendo a sfondare dall’ingresso principale, erano entrati da un enorme buco aperto nella parete adiacente; e quella di un suo collega che davanti al buco si vantava perché lui era stato rapinato da «grandissimi professionisti» che in meno di mezz’ora gli avevano aperto una cassaforte venduta come inespugnabile
Coca. Il caro Furfaro può lavorare da qui all’eternità, ma non troverà mai una recensione migliore di quella del mio commilitone Nastasia che nel 1995, entrando nell’ufficio marconisti al VI Deposito aereo di Fiumicino, entusiasta per aver scoperto tra i libri a mille lire tanto in voga all’epoca Coca e Cocaina, si portò la mano aperta alla bocca e mi urlò nelle orecchie: «’a da vede’ come pippava Froooooüinddddd!».
Reality. Oggi che mia moglie lavora da casa (bei tempi quando lo facevamo solo noi), mi è venuto in mente il format per un reality show (e qui apro l’asta tra Rai, Mediaset ecc.): si ascoltano le telefonate del partner in smart working, chiama John Doe e dice male di Jane Doe, poi chiama Jane Doe e dice male di John Doe, poi in teleconference John Doe e Jane Doe si giurano eterno amore (a buciardi!!!!!!). La sera, a cena, si celebra il televoto: «Mica caccerete Tizio? Ho sentito benissimo, è tutta colpa di Caio!». Ps: Si sa mai ci fosse qualcuno a Nero York che legge il Taccuino, ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale, che mia moglie ci mette un attimo a rincorrermi per tutta casa col mattarello.
Toilette. Ieri al ristorante un mio amico non la smetteva di ripetere che viaggiare non serve a niente, allora ho perso la pazienza e gli ho detto: «Senti un po’, durante le vacanze di Natale del 2019 nelle Filippine ho visto con questi due occhi una trattoria, The Boracay Toilette, che serviva le pietanze fumanti in piatti a forma di cesso. Ho provato ad andarci a cena, ma purtroppo era tutto prenotato fino alla Befana». Niente, è rimasto della sua idea.
Carrambate. Conversando con un amico operaio che aspetta da una vita la Rivoluzione e non si capacita di come non si trovi un nuovo Lenin, mi è tornato in mente un episodio della mia infanzia. Fine anni Settanta, oratorio dei Salesiani a Livorno, i bambini della mia classe di terza elementare sono divisi in due squadre di calcio secondo un format la cui origine non ricordo (ma, a naso, direi idea di uno juventino): da una parte i cinque migliori (io tra questi, al massimo il quarto in ordine di bravura, ma tanto mi basta), dall’altra il resto della classe, una dozzina abbondante di pipponi senza speranza. Palla al centro, 1-0 per noi, ma Facchini, che tutto a un tratto è cresciuto dieci centimetri abbondanti, pareggia. Poco male, palla al centro, 2-1, ma subito Facchini fa 2-2. Ok, adesso basta, palla al centro, 3-2, ma non c’è quasi il tempo di darsi il cinque che Facchini fa tre pari. Mentre i peggiori, impazziti di gioia intorno a quello che più che un bomber ormai sembra loro un messia, sono pronti ad issarlo sulle spalle in trionfo non dico come Spartacus ma almeno almeno come Bearzot al Bernabeu, noi ci guardiamo spaesati finché Diego, il nostro capitano, con la sicumera propria di tutti i tiranni della storia usa le mani per farci cenno di star calmi, poi punta l’indice in avanti e, con una scelta tecnicamente indiscutibile (stiamo parlando di una tripletta che in confronto Paolo Rossi al Sarriá je spiccia casa) ma di una crudeltà che solo i bambini con i coetanei, ordina: «Facchini, coi migliori!».
Penne infinitamente migliori della mia non saprebbero descrivere a pieno lo sgomento che invase in un attimo le facce di quelli che erano tornati ad essere nient’altro che una banda di patetici pipponi, attoniti mentre guardavano il traditore trotterellare sorridente verso l’altra metà del campo. Adesso, caro amico mio, per la Rivoluzione la vedo dura, ma magari viene fuori una versione cinematografica di questa storia (Peggiori-Migliori 4-3) firmata da Marco Bellocchio: nel climax Facchini fa il gran rifiuto (tutt'altro che per viltade) e come Rivera all’Azteca segna ai supplementari il gol decisivo con un gran piattone; poi, mentre partono i titoli di coda, citando la celebre telecronaca Rai si ode in lontananza la voce di un bambino, non si sa se più entusiasta o incredula, che grida «Vinciamo! Vinciamo! Vinciamo!». A me sembra molto meglio de Il sol dell’avvenire di Nanni Moretti, se tanto mi dà tanto ci vediamo tra qualche anno a Cannes, sul palco i “peggiori” ormai invecchiati, poi arriva Facchini e tutto finisce con una bella carrambata.
Papi. Intervistato dal Tgl, parlando di calciatori, papa Francesco, invece di scegliere fra gli argentini Messi e Maradona, ha optato per il brasiliano Pelé: a Buenos Aires e dintorni hanno gridato allo scandalo che manco se avesse bestemmiato durante l’Angelus. A me è venuto in mente di guardare chi è il capocannoniere della Serie A da quando il 13 marzo 2013 è salito al soglio pontificio. Risultato: 1) Ciro Immobile 192, 2) Gonzalo Higuain 125, 3) Domenico Berardi 117.
E i capocannonieri durante i pontificati degli altri papi?
• Benedetto XVI: 1. Antonio Di Natale 142, 2. Francesco Totti 114, 3. Zlatan
Ibrahimovic 107
• Giovanni Paolo II: 1. Roberto Baggio 205, 2. Giuseppe
Signori 188, 3. Gabriel Omar Batistuta 183
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Paolo VI: 1. Roberto Boninsegna 161, 2. Gigi Riva 156, 3. Giuseppe Savoldi 148;
-
Giovanni XXIII: 1. José Altafini 100, 2. Omar Sivori 94, 3. Kurt Hamrin 91;
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Pio XII: 1. Gunnar Nordahl 224, 2. Amedeo Amadei 173, 3. Giampiero Boniperti
159;
• Pio XI: 1. Giuseppe Meazza 195, 2. Silvio Piola 131, 3. Angelo Schiavio 109.
Giovanni Paolo I, eletto il 26 agosto 1978, morì il 28 settembre, tre giorni prima che iniziasse il campionato: poiché Wojtyla fu eletto il 18 ottobre, dopo che si erano disputate le prime tre giornate, il titolo va a Roberto Bettega con 4 gol, seguito da Egidio Calloni, Renzo Garlaschelli, Bruno Giordano e Francesco Vincenzi con 3»
Dollari. Scorrendo la interminabile lista dei libri di Furfaro, mi è venuto in mente quel signore che da Barnes & Noble a Union Square, pronto a pagare una dozzina di libri, rispose alla cassiera che gli chiedeva se volesse aggiungere una donazione di due dollari per il Children’s Center for Cancer: «Hmmmm, I don’t have money for that».
Culi. Massimo Perrone mi scrive: «Mi sembra di ricordare una tua battuta (che mi riferisti), in Texas o da quelle parti, quando parlando con ospiti dicesti che è inutile avere troppi bagni perché comunque il culo è uno solo...:-)». Adesso, per la verità storica, la frase esatta, che sintetizza il mio imbarazzo di ex sottoproletario colto da eccessivo benessere, e che mi valse dai miei ospiti dello Stato dei girasoli un'ovazione che manco i leggendari Jayhawks del Kansas (là vivevo all’epoca) fu: «Nobody should have more bathrooms than assholes» (al momento, fra Roma, Terni, Terni 2 e Piediluco stamo a 6 BR/AH).
Anal. La rubrica di Lorenzetto è “anal”, che in inglese non vuol dire quel che si penserebbe. Lo so perché una volta a cena il figlio del mio amico Martin ha esclamato, con fortissimo accento oxfordiano: «My father is anal» «Wait, what?». «anal adj, informal (person: compulsive, meticulous), pignolo, pedante agg; (colloquiale), rompiscatole...».
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