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1. Giorgia MELONI Roma 15 gennaio 1977. Politico • Il 4 febbraio 2020, sotto il titolo Astri nascenti si legge: «Non si può dire che l’ascesa di Giorgia Meloni sia passata inosservata fuori dai confini nazionali. Il balzo di Fratelli d’Italia dal 3% di soli due anni fa all’attuale, stabile 10% ottenuto in ogni tornata elettorale, sta suscitando grosse attenzioni all’estero. Sicuramente negli ambienti conservatori e della destra, che cominciano a guardare alla leader quarantreenne con interesse, considerandola figura nuova e di spicco dell’area sovranista». A fine novembre, in un’intervista a Paola Di Caro respinge al mittente la richiesta di Matteo Salvini di fondere i gruppi parlamentari del centrodestra: «La forza dei tre partiti ora è diversa rispetto alla loro rappresentanza parlamentare» • A ottobre 2021 la sconfitta alle Amministrative segna pesantemente il centrodestra, «al punto che Francesco Verderami ha un retroscena clamoroso»: «Di fronte all’irrisolto contrasto Salvini-Meloni, che sarebbe rischioso trascinare fino alle Politiche, nella coalizione “hanno iniziato a discutere su una soluzione alternativa: non disponendo di un altro Berlusconi, servirebbe un Prodi, cioè un candidato per Palazzo Chigi capace di essere un valore aggiunto per l’alleanza e in grado di rappresentarli tutti» • Il 12 settembre 2022 è lei a sfidare il segretario del Pd Enrico Letta nel confronto moderato dal direttore del Corriere Luciano Fontana. Massimo Franco: «La cautela con la quale hanno parlato di alleati o ex alleati dimostra quanto il terreno rimanga scivoloso per entrambi. Per Meloni, perché l’atteggiamento del leghista Matteo Salvini e di Forza Italia e di Silvio Berlusconi non è propriamente quello del sostegno limpido alla sua candidatura a Palazzo Chigi. Le punzecchiature, in particolare dal leader del Carroccio, continuano. E quando Berlusconi dichiara di rappresentare la garanzia dell’adesione del centrodestra ai valori europei e occidentali, inserisce un elemento di dubbio rispetto all’affidabilità internazionale della candidata a premier. Anche il modo in cui Meloni ha preso le distanze dall’accusa degli alleati di essere una sorta di cripto “draghiana” tradisce il timore di essere etichettata maliziosamente quando assume posizioni considerate da Salvini troppo moderate». Il 22 ottobre diventa il trentunesimo presidente del Consiglio negli anni repubblicani, realizzando «l’impresa storica di essere la prima donna a guidare il Paese». Gianluca Mercuri: «In questo passaggio storico, la donna che è riuscita a rompere “il tetto di cristallo” di Palazzo Chigi è stata di fatto avversata più dai suoi alleati — uniti fino all’ultimo nel tentativo di limitarne l’ascesa e determinati a contenderle ogni centimetro di potere —, che dagli oppositori, divisi fino all’ultimo nonostante mesi di grida contro il “pericolo Meloni”. Se Matteo Salvini sembra (attenzione: sembra) per il momento pacificato — e perfino stupito dal modo in cui Meloni ha sedato la clamorosa rivolta berlusconiana di questi giorni —, Silvio Berlusconi ancora ieri non è riuscito a dissimulare l’insofferenza nel constatare il proprio definitivo ridimensionamento. E questo sentimento si è palesato in ogni passaggio di una giornata che ha riassunto in poche ore gli anni spesi (proficuamente) da Giorgia Meloni per affrancarsi dal fondatore — ed eterno patriarca — del centrodestra» • Il 21 ottobre 2023 sotto il titolo Una single per premier si legge (Mercuri): «Quante donne in Italia subiscono attenzioni indesiderate sul luogo di lavoro da parte di colleghi maschi? Magari meno esplicite del toccarsi i genitali e dell’invito a partecipare a orge, magari più sottili e subdole. Attenzioni ancora più intollerabili se vengono da un collega in posizione di maggiore forza, col potere di danneggiarti. Quanti casi del genere ci sono? Quanti ne conosciamo, tutte e tutti? È anche per questo che il modo in cui Giorgia Meloni ha lasciato Andrea Giambruno non è solo un affare di famiglia, e nemmeno solo un caso politico. È anche la certificazione di una svolta nei rapporti tra uomini e donne». Elena Tebano: «Meloni ha fatto qualcosa che nessun’altra — e nessun altro — al suo posto aveva fatto mai. La sua frase, così netta e irrevocabile (“La mia relazione con Andrea Giambruno, durata quasi dieci anni, finisce qui”), segna un prima e un dopo nella politica e probabilmente anche nella società italiana». Perché? Perché «Meloni, la prima premier nella storia italiana e una delle poche a livello europeo, è anche un punto di riferimento per tutte le altre donne e per le ragazze che per la prima volta vedono una donna in quel ruolo. Volente o nolente, Meloni è un esempio. Lei per prima, come mostra la scelta di annunciare via social la sua decisione, sa che nel suo caso il personale è politico, come diceva un vecchio slogan femminista degli anni 70» • L’11 giugno 2024, all’indomani delle elezioni europee in cui Fratelli d’Italia ha preso il 28,8%, Aldo Cazzullo scrive: «Meloni non ha fatto una campagna da destra moderata, conservatrice, europea. Non ha rinunciato a un’oncia di se stessa. Ha stretto un’alleanza con Eric Zemmour, uno che sta a destra di Marine Le Pen, e ha flirtato con la Le Pen stessa. Lo scandalo dell’ultima ora — il portavoce del cognato ministro inneggiava ai terroristi neri che negli anni 70 e 80 mettevano le bombe sui treni e ammazzavano i poliziotti — non le ha tolto un voto». Mercuri: «Comanda (senza problemi) destra e centrodestra, e ormai pure il Paese (Nazione), al punto che parla e si muove come se avesse ricevuto un plebiscito, minimizzando il fatto che gli anti-meloniani, ancorché sparpagliati, sono più numerosi: siccome sono sparpagliati, è il senso dei discorsi della sua parte, di fatto non esistono. L’Italia siamo noi [...] Il tonfo di Macron in Francia e di Scholz in Germania dà ancora più risalto al successo meloniano: “Fra le grandi nazioni europee il governo italiano è sicuramente il più forte”, osserva la premier. “L’Italia sarà protagonista, non spettatrice”, assicura. Anzi: “L’Italia può essere un’àncora nel caos e nell’incertezza”. Per riuscirci. Meloni dovrà perfezionare l’arte che la fa vincere, essere molto di destra in Italia e assai moderata in Europa e nel mondo, dove né Joe Biden né (tantomeno) Ursula von der Leyen diffidano di lei». Il 2 luglio Mercuri, definito il “melonismo” un’«evoluzione moderata del postfascismo italiano», sottolinea l’intelligenza con cui ha capito «che il sostegno all’Ucraina sarebbe stata la sua password di accesso all’establishment euroatlantico» • A inizio gennaio 2025 il suo ruolo è determinante per riportare a casa la giornalista Cecilia Sala, arrestata in albergo a Teheran, in Iran, mentre si trovava nel Paese con un regolare visto per lavorare ad alcune nuove puntate del podcast Stories. Mercuri: «Il legame personale e politico tra Giorgia Meloni e il presidente americano eletto (e il suo sodale tecnotrilionario) è stato decisivo per riportare a casa Cecilia Sala. Le immagini dei due leader insieme, dopo il blitz meloniano in Florida del 4 gennaio, hanno impressionato gli iraniani, li hanno convinti di poter ottenere qualcosa dall’amica del nemico: non solo la liberazione del loro ingegnere arrestato in Italia su richiesta Usa - in cambio di quella della giornalista - ma magari anche future mediazioni per loro vitali. Meloni ha messo insieme i pezzi del puzzle con freddezza, lucidità e velocità e ha salvato un'italiana innocente senza compromettere il legame con il nostro principale alleato, e anzi esaltandolo. Un capolavoro politico e diplomatico. Ancora prima che Trump rimetta piede alla Casa Bianca, quindi, abbiamo avuto la prova che non si tratta di chiacchiere e distintivo quando si ipotizza una relazione speciale, nei prossimi anni, tra Italia e Stati Uniti». Il 19 marzo, intervenendo alla Camera dei deputati nel dibattito in vista del Consiglio europeo, dice rivolta all’opposizione: «Non mi è chiarissima neanche la vostra idea di Europa, perché nella manifestazione di sabato a piazza del Popolo e anche in quest’aula è stato richiamato da moltissimi partecipanti il Manifesto di Ventotene: spero non l’abbiano mai letto, perché l’alternativa sarebbe spaventosa». L’opposizione si indigna, il «moderatissimo» Pier Ferdinando Casini replica che «Ventotene è una delle pagine più belle dell’Europa», Antonio Carioti spiega: «Che la leader di un partito d’ispirazione nazional-conservatrice come Giorgia Meloni esponga a chiare lettere il proprio dissenso dal Manifesto di Ventotene, un documento politico di forte impianto federalista e socialista diretto in primo luogo contro gli Stati nazionali, non deve certo stupire. È nell’ordine naturale delle cose». A metà aprile, in trasferta a Washington, «prova a muoversi come si è immaginata e come ha annunciato, cioè tenendosi in equilibrio tra le due sponde dell’Atlantico. Con un piede nel trumpismo sovranista, di cui è platealmente alleata, e con l’altro nell’Europa, minacciata e derisa, di cui è una delle leader riconosciute, se non altro perché l’Italia è un Paese fondatore della Ue». A Otto e mezzo Italo Bocchino spiega che il suo ruolo sarà «quello di lubrificare i rapporti tra Europa e Stati Uniti». Il 17 dicembre, parlando alla Camera in vista di un nuovo Consiglio europeo, «sembra avere scelto due direzioni contemporaneamente. In linea di principio, ribadisce la solidarietà e la vicinanza all’Ucraina e aumenta la pressione polemica su Mosca. Ma poi frena quando si tratta di andare sul concreto: annuncia che non manderà soldati italiani sul campo, si schiera tra i più critici sull’uso degli asset russi “senza vere garanzie” e firma una mozione unitaria per l’Ucraina che fa sparire la parola “armi”, in omaggio all’alleato leghista, allergico alle ragioni di Kiev e sempre più in sintonia con Mosca» (Alessandro Trocino).
2. Matteo SALVINI Milano 9 marzo 1973. Politico • A fine gennaio 2020 perde le regionali in Emilia-Romagna e Calabria. Nicola Zingaretti, leader del PD, esulta: «È la prima sconfitta di Salvini, il vento sta cambiando». Stefano Bonaccini, vincitore in Emilia-Romagna, esagera: «Ho combattuto direttamente contro Darth Vader». Lui minimizza: «Non mi sento sconfitto, si vince e si perde. Ma se perdo sono ugualmente felice, anzi: lavoro il doppio. Dovranno aspettare i prossimi vent’anni per vedermi stanco». Marco Cremonesi: «Di certo, per quella che ha sempre considerato la madre di tutte le battaglie, Salvini non si è risparmiato: oltre 150 comizi a perdifiato in una ventina di giorni, battendo la regione palmo a palmo. Tutti, con l’inevitabile finale dei selfie (“Volete una foto? Salite da destra, la destra è la parte giusta”) per un’ora, un’ora e mezza ogni volta. Possibile che l’Emilia abbia deluso così il leader leghista che era convinto di essere entrato nel cuore dei suoi abitanti?» • A fine settembre 2021 arriva una grana, «ed è pure bella grossa», l’indagine per droga a carico di Luca Morisi, ex guru della “Bestia”, la macchina della propaganda social leghista. Massimo Franco: «I problemi del capo della Lega, non sono tanto quella che definisce “schifezza mediatica” e le strumentalizzazioni avversarie. [...] Pesano di più i silenzi di una parte della nomenklatura del Carroccio. Si capta un imbarazzo palpabile: quello di chi ritiene quanto è successo non molto difendibile, nonostante la reazione di Salvini; e quello di chi vede un’occasione per indebolire la sua leadership nel centrodestra, e in parte nella stessa Lega. Tanto che viene da chiedersi se questa vicenda squallida, liquidata come “personale”, possa segnare l’inizio del declino di una strategia e di un capo» • A fine gennaio 2022, commentando la rielezione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Antonio Polito scrive che «a ben vedere la vera grande sconfitta di questa settimana è un’idea della politica»: «Un’idea populista, che tratta il popolo non come sovrano ma come spettatore, e tenta di accattivarsene i favori a furia di conigli nel cilindro e colpi di teatro. Matteo Salvini ne è stato il massimo interprete e per questo, anche oltre le sue responsabilità, esce come il vero perdente». Conclusione: «Salvini non è più il capo di niente, se non della Lega, e non è nemmeno chiaro fino a quando» • A metà luglio 2023 arriva un’altra controversa sortita: «Serve una grande e definitiva pace fiscale per liberare milioni di italiani ostaggio da troppi anni del fisco e dell’Agenzia delle Entrate. Sto parlando di italiani che hanno fatto la dichiarazione dei redditi, ma che poi non sono riusciti a pagare tutto quello che dovevano. Se qualcuno ha un problema fino a 30 mila euro che si trascina da anni, chiudiamolo. Gliene chiediamo una parte e azzeriamo tutto il resto. Gli evasori totali, completamente ignoti al fisco, per me possono andare in galera buttando la chiave». Le opposizioni insorgono: «Ministri incoscienti, fanno danni alla democrazia e umiliano gli italiani che pagano le tasse» (Francesco Boccia, Pd), «È una subcultura tossica di governo inaccettabile, gravissimo incitare all’evasione, così si rompe la pace sociale» (Giuseppe Conte, 5 Stelle), «Le parole di Salvini sono indegne di un ministro» (Carlo Calenda, Azione), «Siamo di fronte al governo eversivo degli evasori» (Angelo Bonelli, Alleanza Verdi Sinistra). Luigi Ferrarella ricorda: «Nella legge di Bilancio 2019 il ministro Matteo Salvini volle a tutti i costi un “saldo e stralcio” asseritamente “per i poveri”, cioè la possibilità di estinguere le cartelle esattoriali 2000-2017 in carico all’Agenzia delle Entrate pagando solo dal 16 al 35% dell’importo dovuto, a condizione di avere un reddito Isee inferiore ai 20 mila euro annui: Salvini vagheggiò un gettito di 30 miliardi, tecnici della Lega pronosticarono 4 miliardi, finì che entrarono nelle casse dello Stato 900 milioni» • Il 20 dicembre 2024 il tribunale di Palermo lo assolve dall’accusa di aver sequestrato per 19 giorni - quando era ministro dell’Interno nel primo governo Conte - i 147 migranti soccorsi dalla nave umanitaria Open Arms, impedendo che sbarcassero in un porto italiano in nome dalla sua politica di contrasto all’immigrazione irregolare. Elena Tebano: «Dopo un processo durato tre anni, i giudici hanno respinto “perché il fatto non sussiste” la richiesta del pubblico ministero di condannare a sei anni di carcere Salvini, oggi ministro dei trasporti nel governo Meloni». Ai giornalisti dichiara: «Ho difeso il mio Paese, vincono la Lega e l’Italia. Difendere i confini, la patria degli scafisti e dalle ong non è un reato ma un diritto». Giovanni Bianconi: «La formula scelta dal tribunale per assolvere l’imputato Matteo Salvini — “perché il fatto non sussiste” — consente di dire, in attesa delle motivazioni, che i giudici hanno sposato la tesi dell’avvocata-senatrice Giulia Bongiorno. Con una duplice possibilità. Da un lato che, sul piano strettamente giuridico, non si siano consumati né il rifiuto di atti d’ufficio né il sequestro di persona, i due reati contestati. Dall’altro lato che la mancata concessione dell’autorizzazione allo sbarco, nell’agosto 2019, di 147 migranti trattenuti a bordo della Open Arms, fu un atto politico del ministro dell’Interno che perseguiva la linea del governo a maggioranza Lega-Cinque Stelle, e dunque insindacabile sul piano penale. L’esatto contrario dell’impostazione dei pubblici ministeri, che invece contestavano a Salvini il diniego di un atto amministrativo dovuto, contrario alle Convenzioni internazionali e alle leggi italiane. Portato avanti con ostinazione per motivi di pura propaganda elettorale del capo leghista. I giudici non hanno creduto a questa versione» • A metà gennaio 2025, dopo una nuova ondata di ritardi e guasti ferroviari, chiamato in causa in quanto ministro dei Trasporti polemizza con Matteo Renzi: «Dopo decenni di mancati investimenti della sinistra su treni e ferrovie, Renzi chiede le mie dimissioni. Ridicolo». L’ex premier non si fa pregare: «Sei stato al governo più tempo di me, buffone. Da quando tu fai il ministro, è un ritardo continuo». A fine marzo una sua telefonata al vicepresidente americano JD Vance irrita la premier Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Monica Guerzoni: «Il segretario della Lega ha tirato l’elastico del governo fino alla tensione massima e il rischio che si spezzi non sembra preoccuparlo affatto. Le bordate continue sui dossier più delicati stanno destabilizzando la maggioranza e hanno irritato, a dir poco, l’inquilina di Palazzo Chigi. L’ultimo colpo di cannone verbale ha centrato Tajani, dipinto dai leghisti come un ministro degli Esteri “in difficoltà”, che ha bisogno del loro aiuto “per parlare con Trump”. Il siluro lo ha sparato il numero due della Lega, Claudio Durigon, dalle pagine di Repubblica e sia Meloni che Tajani hanno letto l’intervista come una botta “studiata, concordata a tavolino” con il segretario. Per il ministro degli Esteri è troppo e per la premier anche. Meloni sa di essere “il vero bersaglio degli attacchi”». Il 6 aprile, confermato segretario della Lega fino al 2029, non fa mistero di aspirare a tornare a ricoprire l’incarico di ministro dell’Interno, «peccato per lui che i suoi alleati di governo continuino a ripetergli che Matteo Piantedosi al Viminale sta facendo bene e che squadra che vince non si cambia» (Luca Angelini). A metà luglio, con un’insolita mossa, i pm di Palermo fanno ricorso direttamente in Cassazione contro l’assoluzione in primo grado sul caso Open Arms. Bianconi: «La Procura di Palermo sostiene che il Tribunale ha commesso un errore in diritto talmente chiaro e macroscopico che non c’è bisogno di un giudizio d’appello nel merito dei fatti e dei reati contestati» («La mia assoluzione è contenuta in 268 pagine. Pagine solide e impeccabili», è la sua replica). Il 17 dicembre arriva l’assoluzione definitiva che lo porta a intravedere un ritorno al Viminale: «Dopo le Politiche del 2027 sarò ancora al ministero».
3. Giuseppe CONTE Volturara Appula 8 agosto 1964. Politico • A luglio 2020 (Scontro sull’emergenza Covid), «esaltato dai sondaggi; e incline a decidere senza avvertire maggioranza e Parlamento», «con il virus che continua a flagellare buona parte del mondo e dà qualche motivo di timore anche in Italia, l’annuncio del premier Conte sulla proroga fino a fine anno dell’emergenza sanitaria non è, in fondo, stupefacente. Ma è bastato ad acuire i mal di pancia nella maggioranza e a far inalberare l’opposizione, che accusa il premier di usare l’epidemia come pretesto per continuare a governare con “poteri speciali”. Non bastasse quello, la notizia dell’incontro, il 24 giugno scorso, fra il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e l’ex presidente della Bce, Mario Draghi, ha gettato benzina sul focolaio dei sospetti e delle illazioni». Francesco Verderami: «È evidente che si tratti di una delle tante manovre di posizionamento all’ombra di un Conte sempre più debole, per quanto convinto che “non esistono alternative a questo governo”. A parte il fatto che molti sono caduti in assenza di alternative, “tutti sanno — come spiega un autorevole dirigente grillino — che a ottobre può cambiare il vento”. E il premier, che descrivono “nervoso”, non ha accolto di buon grado la notizia di cui era all’oscuro. È sempre così appena gli parlano del “banchiere”, come lo definiscono in modo sprezzante a palazzo Chigi» • Il 19 gennaio 2021 il governo ottiene, «non senza l’intervento di una specie di “Var” per consentire il voto dei senatori Ciampolillo e Nencini», una «fragile» fiducia a Palazzo Madama. Monica Guerzoni: «Il piano è tirare dritto, mostrando di non sentire le grida indignate delle opposizioni. Non dimettersi (“e perché mai?”)», «la sofferta fiducia di Palazzo Madama è per Conte “un punto di partenza”, ma il finale è incerto», «se tra un paio di settimane i numeri non saranno lievitati, Conte dovrà arrendersi a salire al Colle». Le dimissioni arrivano una settimana dopo, il 26 gennaio • A fine gennaio 2022, d’intesa con Salvini e Meloni, prova a far eleggere al Quirinale Elisabetta Belloni. Luciano Fontana: «Cosa unisca ancora un pezzo del Movimento Cinque Stelle al Pd e agli altri partiti dello schieramento è ormai un mistero. Il partito che aveva vinto le elezioni del 2018 è una galassia indecifrabile, una somma di tanti progetti politici e personali. Il suo leader, insediato da pochi mesi, vive di nostalgia, talmente forte da farlo riavvicinare al nemico Matteo Salvini. Ostacolare l’azione di Mario Draghi sembra diventato il suo unico orizzonte». Per il Pd ora Di Maio è più affidabile di Conte, si legge in un titolo. Di Maio, ministro degli Esteri del governo Draghi «assai vigile, nonché pronto alla guerra» lo attacca: «Chiederò la verifica nel Movimento. Perché quello è pericoloso e se ne deve andare» («Quello» è Giuseppe Conte). Buzzi: «Conte preferisce non replicare all’attacco diretto, ma chi è vicino al leader fa presagire che “presto” ci sarà la resa dei conti tra i due» • A inizio marzo 2023 «la politica è in pieno scompiglio per i reati di epidemia colposa aggravata, omicidio colposo plurimo e rifiuto di atti di ufficio contestati dalla Procura di Bergamo a 19 persone, tra cui l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte», «nel mirino, le decisioni prese sul Covid nei primi giorni del marzo 2020». Di fronte alla clamorosa svolta dell’inchiesta, «c’è uno scetticismo diffuso, se non unanime». Lorenzo Salvia: «Nella loro linea difensiva, i diretti interessati ricordano come i primi giorni del Covid ci portarono in una situazione davvero senza precedenti. Come ricorda lo stesso Conte, “ho avuto denunce in tutte le Procure di Italia per aver chiuso, ora denunce per non aver chiuso”. Perché al lockdown poi ci siamo (quasi) abituati ma all’inizio sembrava una follia, una decisione impossibile da prendere». Negli stessi giorni Conte, premier del governo gialloverde quando 5 Stelle e Lega si scagliarono contro i «taxi del mare» che soccorrevano i migranti, nega ogni responsabilità: «Il mio governo fece il regolamento sui soccorsi in mare stabilendo che le persone vanno salvate» • Il 6 aprile 2024 Prima Ora titola: Perché è finita a stracci tra Conte e Schlein. Gianluca Mercuri: «Il “campo largo” di tutti gli oppositori di Giorgia Meloni — teorico contenitore di una maggioranza alternativa, visto che nessun voto e nessun sondaggio hanno mai dato il centrodestra oltre il 45 per cento — è ridotto in pezzi, ma pure quei pezzi vanno in frantumi. In frantumi il “campo giusto” tra Pd e 5 Stelle, come lo chiama(va) Conte, “giusto” solo se lo comandava lui». «A indurre Conte alla rottura è stata l’inchiesta sulle presunte compravendite di voti, che vede tra gli oltre 70 indagati Anita Maurodinoia, assessora regionale ai Trasporti della giunta Emiliano (in cui il governatore del Pd è appoggiato dai 5 Stelle)». La leader del Pd sbotta: «Conte è veramente sleale. Umanamente e politicamente. Il suo è un atteggiamento spregiudicato. Nella maggioranza di Emiliano ci stanno anche loro e lui fa le prediche a noi? Vuole far vincere la destra? Vuole metterci in difficoltà? A che gioco sta giocando?». Conte replica: «Ci saranno conseguenze, per noi sarà sempre più difficile lavorare con il Pd anche a livello nazionale se non ritirano l’accusa di slealtà. La respingo al mittente ed esigo rispetto, sennò ne prenderemo atto» («la leader del Pd non ha né smentito l’accusa di slealtà, né abbozzato») • A inizio marzo 2025 dice di non essere contrario all’idea di una difesa comune europea, ma temendo sia «un modo per arricchire le lobby delle armi» che «rischia di portare l’Europa in guerra» propone di costruirla «senza nuovi investimenti». A fine luglio accetta la candidatura di Matteo Ricci, esponente del Pd, alla Regione Marche, ma «fra i dem non tutti gradiscono che sia il leader pentastellato ad attribuire patenti su buoni e cattivi» (Luca Angelini). Paolo Mieli commenta: «Si sta rivelando un giocatore eccezionale capace di tenere sulla corda i compagni di strada come non è mai riuscito a nessuno. Soprattutto se si tiene conto dei rapporti di forza tra i due partiti (il Pd, stando ai sondaggi, ha quasi il doppio dei consensi della formazione che appartenne a Beppe Grillo). Solo nella giornata di ieri, Conte ha dato luce gialla a Matteo Ricci come candidato nelle Marche dopo averlo sottoposto alle sofferenze e alle umiliazioni di un esame spietato. Poi ha chiesto le dimissioni di Beppe Sala da sindaco di Milano imputandogli un far west edilizio prima ancora che i magistrati abbiano accertato sue eventuali responsabilità. […] I poveri piddini hanno deglutito il tutto. Devono aver introiettato un complesso di inferiorità che li induce a sentirsi costretti a rincorrere i seguaci di Conte su ogni terreno». A metà dicembre la sua posizione sull’Ucraina sembra sempre più vicina a quella della Lega, come ai tempi del suo primo governo: «L’Europa è completamente disorientata. Ha scommesso sulla vittoria militare dell’Ucraina e adesso non ha nessuna alternativa. Quindi lasciamo che a condurre il negoziato siano gli Stati Uniti». Filippo Sensi, Pd ala riformista, ironizza: «Ho letto le dichiarazioni e pensavo fossero di Vannacci o Borghi. Sbagliavo».
4. Mario DRAGHI Roma 3 settembre 1947. Economista • Il 15 dicembre 2020 Prima Ora titola: L’allarme di Draghi per l’economia, e poi, in testa al capitoletto a lui dedicato, «Ci aspetta una lunga recessione. La sostenibilità dei debiti pubblici sarà giudicata anche da come verrà impiegato il Recovery fund». Federico Fubini: «Da quando ha lasciato la presidenza della Banca centrale europea, più di un anno fa, Mario Draghi si esprime in pubblico piuttosto di rado. Chiaramente, cerca di non interferire. È attento a non dare l’impressione di voler entrare nelle scelte del governo italiano o in quelle di Christine Lagarde, che ha preso il suo posto a Francoforte. Le rare volte che Draghi è intervenuto sui grandi problemi di questo tormentato 2020, lo ha fatto solo offrendo il suo parere su temi che riguardano l’economia internazionale: mai parlando esclusivamente dell’Italia o della zona euro. Così ha fatto in un suo intervento in marzo sul Financial Times, così anche nel suo discorso al Meeting di Rimini in agosto. E così in questi giorni Draghi presenta, come co-presidente con il grande economista indiano-americano Raghuram Rajan, un rapporto del gruppo di grandi personalità internazionali che va sotto il nome di G30» • Il 4 febbraio 2021 Draghi inizia le consultazioni per un governo di alto profilo (con riserva), una scelta non scontata per un governo tecnico o istituzionale (Carlo Azeglio Ciampi nel 1993 non le fece): «Con grande rispetto mi rivolgerò innanzitutto al Parlamento, espressione della volontà popolare. Sono fiducioso che dal confronto con i partiti ed i gruppi parlamentari e dal dialogo con le forze sociali emerga unità e con essa la capacità di dare una risposta responsabile e positiva all’appello del presidente della Repubblica». Elena Tebano: «Uno dei nodi riguarda la posizione dei 5 Stelle, contrari da sempre a un governo tecnico (e all’“élite” finanziaria che Draghi rappresenta). Il Movimento, che conta 92 senatori e in Parlamento è decisivo, al momento è maldisposto e diviso. Anche per questo Draghi ieri ha incontrato il premier uscente Giuseppe Conte, considerato l’unico in grado di riunirlo, ma ancora non rassegnato alla fine imprevista del suo governo. L’ipotesi (smentita per ora da Palazzo Chigi) è che Draghi gli possa offrire un ministero importante. Ad aprire è stato invece il leader della Lega Matteo Salvini: “Se sarà Draghi a portare stabilità, noi daremo il nostro contributo. Con l’idea che la parola debba tornare prima possibile agli italiani”. È orientata al sostegno, da subito, anche Forza Italia. Ormai scontato il sì del Partito democratico, oltre a quello di Italia viva». Giuramento il 13 febbraio, il 17 il governo otterrà la fiducia al Senato (262 voti favorevoli, 40 contrari e 2 astenuti), il 18 alla Camera (535 voti favorevoli, 56 contrari e 5 astenuti) • Alle 9 del 21 luglio 2022 Draghi annuncia alla Camera la fine del suo governo. Gianluca Mercuri: «Si chiude dunque — dopo 522 giorni — una stagione politica straordinaria. Il trentesimo presidente del Consiglio della storia repubblicana ha preso in mano il Paese il 13 febbraio 2021, su mandato di Sergio Mattarella e con l’impegno davvero patriottico di tutti i principali partiti — 5 Stelle, Lega, Pd, Forza Italia e Italia Viva — tranne Fratelli d’Italia. Questa maggioranza improbabile ha retto per 17 mesi, e si è fatta guidare da Draghi attraverso emergenze eccezionali — pandemia, crisi economica, guerra in Europa — affrontandole con successi significativi, elogiati in tutto l’Occidente. L’unità nazionale, dopo mesi di sussulti e minacce, è però finita ieri quando tre di quei partiti — 5 Stelle, Lega e Forza Italia — non hanno votato la fiducia al premier. Sul piano tecnico-numerico la fiducia del Senato c’è stata — con soli 95 voti — ma il gesto politicamente abnorme compiuto da Conte, Salvini e Berlusconi ha chiuso la partita» • Il 31 marzo 2023, mentre si parla de La corsa per il Pnrr e il governo Meloni «è tentato di attribuire la responsabilità dei ritardi a chi l’ha preceduto», Mercuri definisce il periodo che l’ha visto a Palazzo Chigi «i 18 mesi che hanno raddrizzato l’Italia». Francesco Giavazzi, già suo consigliere, in un editoriale ribadisce che la missione del governo di unità nazionale (Meloni a parte) era preparare il terreno con le riforme, lasciando la “messa a terra” del Pnrr a un successivo governo politico • Nel settembre 2024 (La scossa di Draghi all’Ue) presenta il suo Rapporto sulla competitività europea. Luca Angelini: «Ha individuato tre principali aree di intervento: l’innovazione (bisogna colmare il divario con gli Stati Uniti e la Cina, soprattutto nelle tecnologie avanzate), la decarbonizzazione, la sicurezza (intesa come difesa militare ma anche come riduzione delle dipendenze da Paesi terzi per le materie prime strategiche). E tre “barriere»: l’incapacità Ue di perseguire i propri obiettivi con azioni politiche congiunte; lo spreco delle risorse comuni, diluite tra numerosi strumenti nazionali e comunitari; la mancanza di coordinamento tra le diverse politiche ambientali e industriali. L’unica cosa che, a suo avviso, l’Unione europea non può fare è attendere e rinviare: l’opzione è “intervenire o sarà una lenta agonia” e farlo unendo le forze perché “mai in passato le dimensioni dei nostri Paesi sono apparse così piccole e inadeguate rispetto alle dimensioni delle sfide”» • A metà maggio 2025 torna a farsi sentire per spronare l’Europa: «lo choc politico proveniente dagli Stati Uniti è enorme», nulla «sarà più come prima», per questo occorre «creare un piano di difesa europeo», aprirsi a nuovi mercati, emettere debito comune come «componente fondamentale della tabella di marcia politica». A fine ottobre, intervenendo da Oviedo per il Premio Princesa de Asturias, spiega che l’unico rimedio possibile se davvero si vogliono un’Europa e un’Italia più forti e non vassalle è «un nuovo federalismo pragmatico» «basato su temi specifici, flessibile e capace di agire al di fuori dei meccanismi più lenti del processo decisionale dell’Ue. Sarebbe costruito da “coalizioni di volenterosi” attorno a interessi strategici condivisi - riconoscendo che le diverse forze dell’Europa non richiedono che ogni Paese si muova allo stesso ritmo».
5. Sergio MATTARELLA Palermo 23 luglio 1941. Politico • Il 2 giugno 2020 (Festa della Repubblica), poco dopo le 14 in piazza del Popolo a Roma, i Gilet arancioni guidati dal generale Antonio Pappalardo, ex leader dei forconi, prendono ad insultarlo. Daniele Leodori, vicepresidente della Regione Lazio attacca: «Più che arancioni dovrebbero essere rossi di vergogna per una manifestazione piena di insulti e rancore, senza senso con gravi offese al presidente della Repubblica Sergio Mattarella». Lui è a Codogno, «il luogo del primo focolaio e della prima “zona rossa” e per questo l’ha scelto come simbolo del dolore e dei lutti provocati dall’epidemia» • A dicembre 2021 un lettore scrive ad Aldo Cazzullo: «La lunga ed emozionante standing ovation che il Teatro alla Scala ha riservato al Presidente della Repubblica, in occasione della prima, ha un significato che va ben oltre quello di manifestargli affetto, gratitudine, riconoscimento per il suo settennato e nel contempo la richiesta a prolungarlo. È chiaro che Mattarella per evidenti e condivisibili note ragioni non è intenzionato a concedere un bis. Ma il segnale che gli spettatori della Scala gli hanno rivolto con un lunghissimo e meritatissimo applauso non va sottovalutato». Cazzullo risponde: «Salito al Quirinale, Mattarella si ritrovò a presiedere una Repubblica che pareva impazzita. Andavano al governo un movimento antisistema, nato all’insegna del Vaffa e alleato in Europa con Nigel Farage, l’uomo della Brexit (per poi lasciarsi affascinare dai Gilet gialli, che ogni sabato sfasciavano il centro di Parigi), e una Lega dichiaratamente antieuro e antiEuropa. Era il tempo della Brexit, di Trump, di Bolsonaro, di Vox e Podemos, di Marine Le Pen, di Alternative für Deutschland. Per Mattarella si parlò di impeachment; che oltretutto nel sistema italiano non esiste, il presidente non può essere revocato, può essere semmai arrestato per aver tradito il suo giuramento e attentato alla Costituzione. Da allora molte cose sono cambiate, in una direzione che Mattarella ha assecondato. Oggi l’Italia ha il governo più europeista della sua storia, con la Lega in maggioranza insieme con i 5 Stelle, che flirtano con Macron. I sei minuti di applausi della Scala sono l’ultimo segnale della stima che circonda il presidente. Perché Mattarella dovrebbe accettare di farsi rieleggere? Tra un anno avremo un Parlamento di 600 membri, e non di 945; e avremo una maggioranza politica probabilmente molto diversa da quella uscita dal voto del 2018. Non crede, signor Campoli, che un secondo mandato esporrebbe Mattarella agli stessi rischi di logoramento a cui Giorgio Napolitano si sottrasse dopo appena due anni? Detto questo, Mattarella è ovviamente libero di cambiare idea. Finora ha sempre detto che non lo farà». Ci si mette però pure Valentino Rossi, che ricevuto al Quirinale dichiara: «Il Presidente è un grande. Se continuerà saremo contenti» • Il 29 gennaio 2022 il bis arriva. Gianluca Mercuri: «Il tredicesimo presidente della Repubblica è rimasto dunque il dodicesimo, impossibilitato a dire “no” dalla visione deprimente - dall’alto del Colle - di macerie fumanti. Quelle dei partiti». Luciano Fontana, direttore del “Corriere”: «La conferma di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica è un’ottima notizia per l’Italia. Il Quirinale sarà guidato ancora nei prossimi anni da una personalità che ha dimostrato sensibilità istituzionale e sintonia con i sentimenti del Paese. Rispettosa degli equilibri politici ma al tempo stesso determinata nelle situazioni di crisi. È un’ottima notizia anche perché la scelta è stata favorita dalla spinta del premier Mario Draghi. Insieme i due presidenti hanno avuto il compito e il peso di affrontare la pandemia, riavviare la crescita economica, infondere fiducia ai cittadini in uno dei momenti più difficili della nostra storia repubblicana. Che la loro azione vada avanti è una garanzia per il futuro. Sappiamo tutti quanto Mattarella abbia cercato di evitare il bis. Le ragioni che lo portavano ad escludere un secondo mandato erano fondate, dal punto di vista dell’assetto costituzionale e politico. Con altrettanta franchezza si deve però dire che questa nuova situazione di eccezionalità ha un solo ed esclusivo responsabile: il sistema dei partiti. Se non tutti i partiti, almeno gran parte di loro» • A metà luglio 2023 arriva L’incontro Mattarella-Meloni sui punti critici della riforma della Giustizia. Monica Guerzoni: «Il faccia a faccia arriva dopo giorni di braccio di ferro con l’Anm sui casi giudiziari che toccano esponenti di alto rango di Fratelli d’Italia e, secondo fonti del Quirinale, è stato “cordiale e costruttivo”. Due aggettivi che da più parti sono stati letti come sinonimi di freddezza e distanza». Marzio Breda: «Mattarella, che a norma di Costituzione presiede il Csm, non ha mai fatto mancare sostegno ai magistrati, citando l’articolo 104 della Carta, che riconosce all’ordine giudiziario “l’autonomia e l’indipendenza da ogni altro potere”. È un “presidio irrinunciabile”, ha detto un mese fa e lo ha sottolineato convocando i vertici delle toghe, per esprimere loro simbolica vicinanza nel momento in cui la magistratura è accusata di fare quasi un golpe. Concetto che avrà di sicuro ribadito, assieme al rispetto del Parlamento, s’intende, ma anche ai suoi dubbi sull’abrogazione dei reati di abuso d’ufficio e di traffico d’influenze scritti nel Ddl che dovrà firmare tra poche ore» • Il 2 giugno 2024 c’è L’attacco della Lega a Mattarella. Poiché alla vigilia delle celebrazioni per la Festa della Repubblica il presidente ha detto in un messaggio ai prefetti che «È dovere civico e preziosa opportunità per riflettere insieme sulle ragioni che animano la vita della nostra collettività, inserita oggi nella più ampia comunità dell’Unione europea cui abbiamo deciso di dar vita con gli altri popoli liberi del continente e di cui consacreremo, tra pochi giorni, con l’elezione del Parlamento Europeo, la sovranità», il senatore della Lega Claudio Borghi scrive su X: «È il 2 giugno, è la Festa della Repubblica Italiana. Oggi si consacra la sovranità della nostra nazione. Se il presidente pensa davvero che la sovranità sia dell’Unione europea invece che dell’Italia, per coerenza dovrebbe dimettersi, perché la sua funzione non avrebbe più senso». Elena Tebano: «In tv, a chi gli chiede del tweet di Borghi, Matteo Salvini dice di non averlo letto. Ma, dopo averne ascoltato il contenuto, non prende affatto le distanze, approvandone i concetti»: «Oggi si festeggia la Repubblica, non l’Unione europea delle multinazionali che vorrebbero mettere fuori norma tutto il made in Italy. Non mi arrenderò mai a un super-Stato europeo in cui comandano quelli che hanno i soldi, non è questa l’Europa». Breda: «Nessuna replica dal Quirinale, dopo così incaute (per non dire eversive) dichiarazioni. Siamo in campagna elettorale ed è scontato che qualcuno alzi toni polemici pur di farsi notare. Silenzio dal Colle, dunque» • Dopo che il 5 febbraio 2025 all’università di Marsiglia ha paragonato l’aggressione russa all’ucraina al progetto del Terzo Reich in Europa, il 17 dello stesso mese la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova lo minaccia dicendo in un intervento tv che le sue parole «non possono rimanere e non rimarranno senza conseguenze». A fine luglio descrive le condotte di Israele nella Striscia di Gaza in termini che le collocano pienamente nelle fattispecie di crimini di guerra e crimini contro l’umanità: «Da tanti secoli, da Seneca a Sant’Agostino, ci viene ricordato che “errare humanum est, perseverare diabolicum”. Si è parlato di errori anche nell’avere sparato su ambulanze e ucciso medici e infermieri che recavano soccorso a feriti, nell’aver preso a bersaglio e ucciso bambini assetati in fila per avere acqua, per l’uccisione di tante persone affamate in fila per ottenere cibo, per la distruzione di ospedali uccidendo anche bambini ricoverati per denutrizione. Difficile, in una catena simile, vedere una involontaria ripetizione di errori e non ravvisarvi l’ostinazione a uccidere indiscriminatamente. Disumano anche ridurre un popolo alla fame». A metà novembre il giornalista della Verità Ignazio Mangrano riporta una conversazione privata del suo consigliere per la difesa Francesco Saverio Garofani ascoltata «di straforo durante» «un incontro conviviale in un locale pubblico» facendo apparire il Quirinale come una sorta di capo-ombra dell’opposizione al governo. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, dirama una nota in cui scrive che «consiglieri del capo dello Stato auspicherebbero iniziative contro il presidente Giorgia Meloni e il centrodestra», «confidiamo che queste ricostruzioni siano smentite senza indugio». Il Quirinale replica rendendo noto lo «stupore per la dichiarazione del capogruppo alla Camera del partito di maggioranza relativa che sembra dar credito a un ennesimo attacco alla Presidenza della Repubblica costruito sconfinando nel ridicolo».
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